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lunedì 6 dicembre 2010

Un colore vale l'altro


Riccardo appoggiò la mano sul bordo del cofano dell’automobile, facendola scorrere per un poco. Il metallo, perfettamente liscio e fresco, gli dette una piacevole sensazione.
- Allora? Che ne pensa? - chiese il proprietario dell’automobile.
Che ne pensava? Era bellissima, però quel colore della carrozzeria...
- Sì, va tutto bene. E' soltanto questo colore che, non so, non mi convince troppo - spiegò Riccardo.
Il proprietario dell'automobile, che aveva sessant'anni e una camicia bianca con delle sottili righe arancio, lo guardò con espressione quasi offesa.
- Sta scherzando? Questo colore è un Phoenix Orange 75. Ho fatto riverniciare l'auto con questo colore nel maggio del 2000, proprio per festeggiare il passaggio al nuovo secolo e per poterlo esibire sul lungomare di Rimini e Riccione, durante l'estate. Guardi che contrasto fa con il tetto in vinile nero.
Riccardo guardò il tetto della Ford Capri, lucido e ben conservato.
- Non so. Mi sembra un po' vistoso - si lamentò.
Il proprietario dell'automobile si lasciò sfuggire una risata.
- O beh, se cerca un'automobile che non attiri l'attenzione dei passanti, non è certo questa la sua vettura! Guardi che dovunque sono andato, dovunque l'ho lasciata parcheggiata, questa automobile ha sempre fatto girare la testa a un sacco di persone.
Riccardo arrossì e si spostò dal cofano anteriore alla fiancata. Stavolta, con la mano stesa, seguì la nervatura orizzontale che segnava, in rilievo, praticamente tutto il profilo della coupé.
Dio, che piacere che gli dava quel solido metallo scolpito alla perfezione...
Spinse il bottone situato sulla maniglia cromata dello sportello ed entrò all'interno della vettura.
Il largo sedile in finta pelle, privo di poggiatesta, lo accolse come una poltrona.
Il proprietario aprì l'altro sportello e gli sedette accanto, con una smorfia di dolore.
- Lei è fortunato. Se non fosse perchè mi è aumentato il mal di schiena, che mi rende difficile guidare un'automobile senza il servosterzo, non le cederei mai questo gioiello. Mi toccherà guidare una di queste scatolette piene di plastica, dove tutto sa di elettrodomestico finto.
Riccardo strinse il volante duro e senza porosità, della stessa consistenza di un disco 33 giri, e posò la mano sul pomello del corto cambio.
- Andiamo a fare un giro? - propose il proprietario dell'automobile.
- Andiamo a fare un giro - ripetè con un sorriso Riccardo.

Il bello di guidare una Ford Capri MK1 del 1972 è quello di guidarla "piano". Correre, con un motore 1.300 di 60 cavalli, meno prestazionale di una banale Fiat 127, non serve a molto; il piacere di guidare in scioltezza avendo davanti un frontale lungo e sempre parallelo al suolo, invece, che non sparisce in basso, visibile fino alla fine, cornice del mondo esterno, cornice della strada... beh, quello è un piacere davvero speciale, che nessuna aerodinamica auto moderna ti può regalare.
Le sensazioni rimandate dallo sterzo, poi, privo di servofreno, davano a Riccardo la sensazione di guidare qualcosa di prezioso e di vivo, che trasmetteva ogni avvallamento dell'asfalto nelle sue mani.
- Questo modello della MK1 è l'ultimo della serie nata nel '69 - spiegò il proprietario. - I successivi avevano una brutta gobba sopra il cofano per via dei nuovi motori 4 cilindri in linea, che andavano a sostituire gli indistruttibili V4 a corsa corta. Saranno stati anche più efficienti, ma la sensazione di tiro che ha questo gioiello ai bassi giri... ah, ragazzi, per me è sempre stata una goduria.
Aveva abbassato il finestrino destro completamente e, con il gomito appoggiato in fuori, si vedeva che se la godeva proprio.
Riccardo si sentì contagiato, da tanta contentezza. Gli sembrava di essere tornato a quando aveva vent'anni e ciò non aveva prezzo. Staccò l'assegno da 3.500 euro con un sorriso dentro di eccitazione. In fondo, un colore vale l'altro, quando sei al volante dell'automobile che ti piace.

L'uomo arrivò di corsa al finestrino, preoccupato.
- Come sta? Si è fatto male? - chiese.
Riccardo lo guardò con espressione vaga. Si sentiva assente, un po' confuso.
- Ha battuto la testa? Le fa male? - insistette l'uomo.
Riccardo si rese conto di avere le dita della mano destra che gli premevano la fronte e le guardò con attenzione, per controllare se vi fosse sangue sopra. Non c'era niente di colore rosso, per fortuna.
- No, sto bene, grazie - disse. - Cos'è successo?
L'uomo fuori dal finestrino indicò un punto indefinito, situato alle spalle della vettura.
- Il cane di una bambina. Gli è scappato di mano e ha attraversato la strada all'improvviso. La bambina gli è corsa dietro e per un pelo lei non l'ha investita. - L'uomo rifletté un momento, prima di continuare. - Se non sterzava a destra per evitarla, la prendeva in pieno. Io ho visto tutto, perchè stavo fumando, fuori dal mio negozio, e stavo guardando la sua macchina che passava.
Il cane e la bambina. Riccardo si ricordò di tutto. Aveva frenato a fondo, però non era stato sufficiente: per questo aveva sterzato a destra e... La macchina. Aveva sbattuto la macchina nuova contro il marciapiede.
- Porca puttana - mormorò, infelice.
(...segue)

Racconto di Andrea Bellizzi pubblicato nella raccolta di autori vari "Tramonti di ruggine", dedicata al colore arancione, Perroni LAB editore.

venerdì 9 ottobre 2009

Il pescatore generoso



- Portala a cena fuori in buon ristorante e diglielo chiaramente.
Rodolfo accentuò ancora di più l’espressione pensosa.
- Glielo devo dire chiaramente?
Giuliano accentuò ancora di più l'espressione decisa.
- Visto che non capisce o che fa finta di non capire.
Di fronte a Rodolfo si riaprì un immenso crepaccio di indecisione.
- Ma siamo amici da più di dieci anni... Lei mi considera un amico. Tutti i nostri amici sono abituati a considerarci solo amici!
Giuliano si tolse la sigaretta di bocca e sbuffò una vistosa nuvola di fumo.
- E chi se ne frega. Che razza di amicizia è, se pensi sempre a metterle le mani addosso?
Rodolfo apprezzò la schiettezza dell'amico, diretta ma non sboccata, però l'ampiezza del suo personale crepaccio non si ridusse di un centimetro, anzi.
- E perché dovrei dirglielo in un ristorante?
- In un buon ristorante - lo corresse Giuliano.
- E perchè dovrei dirglielo in un buon ristorante?
- Perchè questa Eleonora che ti piace tanto adora i viaggi e mangiare bene. Per cui non mi sembra il tipo che si accontenta di pizza e bruschetta. O no?
Rodolfo annuì, seppure controvoglia, e Giuliano tirò una pensosa tirata dalla sua sigaretta.
- Hai detto che le piace mangiare il pesce?
Rodolfo confermò: - Ne va matta.
- Allora falla godere. Portala a farsi una scorpacciata di pesce, falle scolare mezza bottiglia di vino, guardala dritta negli occhi e dille che ti fa impazzire.
- Al ristorante? - chiese Rodolfo, dubbioso.
- Sì.
- Coi tavoli vicini da cui ci possono sentire?
Giuliano sbuffò un'altra nuvola di fumo, irritato.
- Che te ne frega a te, di chi ci sta ai tavoli vicini! Tu guarda la tua Eleonora negli occhi verdi e falle capire che sei convinto, deciso. Vuoi solo lei.
Rodolfo ci pensò su.
- Insomma, ci devo provare in un ristorante.
- In un buon ristorante - ribadì Giuliano. - Se te la vuoi portare a letto, devi spendere come si deve.
Rodolfo sentì franare un'altra porzione di parete, fra sé e il maledetto crepaccio.
- - -
Rodolfo osservò la lista degli "Antipasti", elegantemente trascritta in caratteri pieni di ricciolute escrescenze, e si sentì pervadere da fastidiosi brividi di preoccupazione.
La cosa più economica riportata nella lista erano i "Carciofi alla Romana", da 8,00 euro, mentre la più costosa era un inquietantissimo "Jamon iberico (24 mesi stagionatura)", da ben 26,00 euro.
Si era psicologicamente preparato a spendere al massimo cento euro, ma già gli antipasti rischiavano di mandare a monte ogni previsione.
- Cosa ne pensi di un sauté di cozze e vongole veraci e di qualche ostrica col vino? - propose Eleonora, con un sorriso splendido e il tono di voce di chi si sta divertendo.
12 euro per il sauté e altri 3 per ogni ostrica ordinata.
- Sì, va bene. Le cozze e le vongole mi piacciono. Le ostriche, se vuoi, prendile solo tu. Per me sono troppo... forti. Si sente troppo il sapore di mare.
- Oh. Allora prendi il carpaccio di polipo. Facciamo un sautè di cozze e vongole ed una porzione di carpaccio, e ce le dividiamo metà e metà. Che te ne pare, come idea?
Carpaccio di polipo 12,00 euro.
- Sì, mi pare una buona idea - ammise Rodolfo, sorridendo a denti stretti.
- E poi, dopo gli antipasti, cosa ti attira di più? La pasta o un bel secondo? Secondo me non ce la facciamo a mangiare tutti e due - osservò Eleonora.
- Sì, hai ragione. Poi va a finire che uno si riempie troppo - confermò Rodolfo. - E non si gusta più quel che si è mangiato.
Eleonora annuì giudiziosamente.
- Io scelgo un pesce spada al salmoriglio - disse.
18,00 euro.
- E per contorno delle patate al forno, che ne vado matta - continuò.
3,50 euro, verificò Rodolfo. Però poteva andare peggio, tutto sommato.
- E tu, invece?
Rodolfo controllò la lista dei secondi, sentendosi incalzato.
- Io prendo i calamari alla griglia - disse. Il costo di 14,00 euro gli parve il più ragionevole da sopportare.
- E come contorno? - chiese Eleonora.
Maledizione, anche il contorno.
- Come contorno, dici? Eh... un po' di spinaci all'agro.
Eleonora approvò. - Buoni.
Altri 3,50 euro.
Il cameriere, alto, distinto, con un sorriso garbatamente professionale, guardò prima Eleonora e subito dopo Rodolfo, chiedendo: - I signori hanno già scelto cosa ordinare?
- Eh... sì. Abbiamo scelto - ammise Rodolfo.
- Come antipasti?
- Per me, un carpaccio di polipo, per favore.
- E la signora?
- Un sautè di cozze e vongole - disse Eleonora. - E un paio di ostriche - aggiunse a sorpresa.
Il cameriere approvò. - Molto bene. E come primi?
Le ostriche avevano preso Rodolfo un po' alla sprovvista. Altri sette euro di spesa, se ricordava bene.
Il cameriere lo guardò con aria interrogativa.
- Eh... niente primi, grazie. Preferiamo prendere direttamente i secondi - spiegò Rodolfo.
- Va bene. Come secondi?
- Io prendo i calamari alla griglia, con un contorno di spinaci all'agro.
- E la signora?
Eleonora sorrise al cameriere in modo affascinante. - Io vorrei un bel pesce spada al salmoriglio e tante patate al forno come contorno.
Anche il cameriere sorrise. - Un bel piattone di patate al forno. Molto bene.
Il cameriere finì di scrivere sorridendo, quindi rivolse il suo sguardo di nuovo verso Rodolfo.
- E cosa desiderano da bere?
Da bere, già. Chissà quanto costavano i vini del locale, si chiese Rodolfo, cercando con nervosismo la pagina dei vini.
- Potrebbe andare bene una Falanghina della Campania. Tu che ne pensi? - disse Eleonora, rivolgendosi a Rodolfo.
Campania, Campania... Rodolfo cercò nella lista dei vini, suddivisa per regione, la parte dedicata alla Campania e finalmente la trovò.
" Falanghina - vendemmia tardiva - 2006 I.G.T. - 19,00 euro
Falangina - 2007 D.O.C. - 21,00 euro
Greco di tufo - 2007 D.O.C.G. - € 25,00
Fiano di Avellino - 2007 D.O.C.G. - € 25,00 "
Se non c'era un errore di stampa e la Falanghina era cosa diversa dalla Falangina, il costo del vino era di diciannove euro. Il meno caro, tra i quattro elencati, ma Rodolfo provò lo stesso un istinto di ribellione, pensando a quanto di meno sarebbe costato al supermercato.
- Sì. Mi sembra perfetto - mentì, con un gran sorriso.
- Molto bene - approvò il cameriere, quindi con un sorriso più misurato di quello di Rodolfo si allontanò.
- "Molto bene" - ripeté Rodolfo, scuotendo il capo con piccoli scatti successivi, per fare il verso al cameriere. - Adesso porterò a lor signori una raffinatissima tanica di Falanghina antigelo del 2006.
Eleonora si mise a ridere.
- Ma solo se avete fatto il bollino blu di quest'anno, sia ben chiaro - continuò Rodolfo, sentendosi in uno stato d'animo vendicativo.
- Che matto! Lo stai facendo uguale - ammise con gli occhi luccicanti di divertimento la sua Eleonora.
Dio, quant'era bella. Sentiva il suo profumo che si spandeva fin dal lato opposto del tavolino e poteva percepire il calore e la morbidezza delle sue guance come se le avesse effettivamente poggiate al proprio viso.
- Perché mi guardi così? - chiese Eleonora, civettuola.
- Perché sei bellissima - disse Rodolfo.
Lei, pudicamente, si limitò a sorridere e ad abbassare un po' lo sguardo.
Però, diciannove euro per una bottiglia da un litro e mezzo di semplice vino bianco...

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "L'Avarizia", collana LAB.

venerdì 10 luglio 2009

Questione di spazio


Avete presente l’odore di macchina nuova che certe macchine nuove emanano rispetto alle altre? E’ l'odore dell’auto che vi è piaciuta di più prima di fare l’acquisto. Quella che a stringere forte il volante vi ha fatto sentire i padroni. Quella con il posto guida così comodo e il parabrezza così pulito da trasformare immediatamente il mondo esterno in un posto migliore.
Il signor Giacomelli si sentiva così: in un mondo migliore. La macchina nuova ronfava come un gatto, obbedendo in modo docile ai movimenti dei suoi polsi, e il signor Giacomelli, che aveva appena compiuto settanta primavere, pensava al fatto che un uomo ha diritto alle sue soddisfazioni.
“Mi sono fatto proprio un bel regalo”, si disse, superando la piramide Cestia e immettendosi ad andatura tranquilla all'imbocco della via Ostiense. La macchina profumava proprio di nuovo.
Su un’altra auto, proveniente da viale Marconi, l’ispettore capo Noreligi pensava all’onorevole Tortacava che si trovava nell’automobile blu che precedeva la sua, e si sentiva il nervoso salire. Non era nato per fare la scorta a parlamentari viziati, ma nonostante le sue resistenze gli avevano dato l’ordine di proteggere un pallone gonfiato, assegnandogli anche degli agenti che non conosceva.
Sulla sua bicicletta vissuta, Moreno Marchigiani pedalava invece per via del Porto Fluviale con l'andatura regolare del professionista. Portava sulla schiena uno zainetto con dentro due birre e dei volantini per la manifestazione di protesta che stavano organizzando. Quei porci della Inutech volevano licenziare il cinquanta per cento del personale ed i compagni che si erano messi contro la dirigenza e la rappresentanza, e qualche cosa bisognava fare prima della chiusura parziale d’agosto.
Moreno portava le cuffie e stava ascoltando “Taste the Pain” dei Red Hot Chili Peppers, perciò lì per lì non capì per quale cazzo di motivo le macchine davanti a lui si stavano spostando a destra, chiudendo il passaggio per lui e la sua bici; si rese conto che le stavano costringendo quando un’automobile blu con il lampeggiante acceso, seguita da altri due macchinoni, li superò tutti a sirene spiegate.
- Bastardi figli di puttana – mormorò, a denti stretti. Se ne avesse avuto il potere, le avrebbe fatte esplodere con la semplice forza del pensiero.
Claudia Policami, nella sua Matiz color puffo, stava anche lei percorrendo via del Porto Fluviale, con l’intenzione di girare a sinistra all’incrocio, per imboccare via delle Conce. Doveva andare al Testaccio, a teatro, per le prove della commedia “Casa di cura Othello Holiday”, in cui recitava. Paurosamente in ritardo, come di solito, picchiettava col palmo delle mani sopra il volante immobile, maledicendo la fila di macchine ferme davanti e accanto alla sua.
Il semaforo che si trovava all’incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce, molto vicino all’altro semaforo tra via del Porto Fluviale e la lunghissima via Ostiense, non riusciva a fare passare tutti prima che terminasse il verde. Quando scattava il rosso diverse macchine restavano ancora là, in mezzo all’incrocio, e allora si incasinava tutto.
Oggi era uno di quei giorni in cui l’incasinamento era particolarmente intenso, e l’arrivo delle tre automobili blu, col deputato e la rumorosa scorta, di certo non migliorò la situazione.
- Cazzo, è tutto bloccato - constatò l’agente Lattuso, che stava accanto al posto di guida della prima vettura.
- Qui ci perdiamo mezz'ora - confermò l'agente Piana, che era il pilota.
Lattuso si sporse fuori dal finestrino e cominciò a gridare e ad agitare la paletta di segnalazione.
- Via, via! Spostatevi! Via!
Le automobili che si trovavano a destra dell'auto di Lattuso provarono a spingersi ancora più di lato, ma c'era il bordo del marciapiede, piuttosto alto, e più di tanto non si potevano spostare.
- Stronzi di merda - disse l'agente Lattuso, e l'agente Piana chiese: - Che facciamo?
Il deputato Massimiliano Tortacava, che aveva diritto alla scorta perchè qualcuno gli aveva scritto sotto casa: "Attento Tortacava: per te niente torta, ma una pallottola a punta cava", a lettere rosso sangue, con il disegno di una stella a cinque punte, pensava a quella stupida di Loredana che non rispondeva al telefonino. L'aveva viziata troppo, quella stronza. Con tutti i regali che gli faceva, si permetteva di fare la preziosa.
- Siamo bloccati, onorevole.
Il deputato smise di fissare il telefonino.
- Eh? Che cosa?
L'autista indicò il muro di macchine davanti a loro.
- Siamo bloccati, c'è un ingorgo al semaforo. La macchina di punta non riesce a farsi spazio.
Il deputato si irritò immediatamente.
- Come sarebbe a dire? Lo sanno fare il loro lavoro o no? Suonagli il clacson e fagli segno che dobbiamo passare - tagliò corto. Doveva arrivare a casa di Loredana al più presto. Voleva proprio vedere se quattro pezzenti potevano rallentare l'auto di un parlamentare.
L'autista del deputato premette il clacson un paio di volte e nella macchina avanti due uomini si voltarono per guardarlo.
- Avanti, andate avanti - disse l'autista di Tortacava, scandendo con attenzione le parole e facendo segno di avanzare, e uno due uomini tradusse: - L'autista dell'onorevole ha fatto segno che dobbiamo passare.
- E dove cazzo passiamo, se è tutto bloccato? - protestò Lattuso.
- Passiamo a sinistra, andiamo contromano - propose Piana.
L'agente Lattuso ci pensò su. Alla loro sinistra, nella corsia di senso opposto, qualcosa si muoveva, appena appena. Di qualche passettino le macchine avanzavano, anche se in direzione contraria, e poi così aveva la scusa per fare casino.
- Okay. Ti faccio spazio - disse, scendendo dalla vettura.
Il pilota della seconda macchina di scorta, dietro l'Audi 4 dell'onorevole, informò il suo superiore.
- Comandante, uno dei nostri è sceso.
L'ispettore capo Noreligi inarcò le sopracciglia.
- Come sarebbe a dire?
Il pilota della seconda macchina indicò con la mano destra Lattuso, che si era già portato nella corsia opposta e aveva cominciato ad agitare la paletta di segnalazione e a minacciare.
- Avanti, muoversi! Spostate 'ste cazzo di macchine, dai!
L'autista della prima macchina blu, Piana, cominciò a fare retromarcia, rombando a singhiozzo. Sterzò tutto a sinistra e s'insinuò di forza nello spazio ridotto messo a disposizione dalle automobile spostate da Lattuso, che si stava divertendo a morte a fare la parte dell'incazzato.
- Vai avanti, muoviti! E tu che cazzo stai aspettando? Fatti da parte... Sali sul marciapiede, no?
Il vice ispettore Noreligi, che solamente in parte riusciva a vedere ciò che stava accadendo, era irritato e sorpreso.
- Ma chi diavolo è sceso dalla macchina? E che accidenti sta combinando?
- Si tratta di Lattuso, comandante. E' un tipo particolare - spiegò il suo pilota.
L'agente Lattuso, intanto, era arrivato di fronte all'auto nuova del signor Giacomelli, al limite dell'incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce.
- Oh! Levati di torno, fai marcia indietro! - ordinò Lattuso, a muso duro, ma il signor Giacomelli, regolarmente impostato per percorrere via del Porto Fluviale in direzione opposta a quella della polizia, non capì che cosa intendeva dire.
- Ti ho detto di fare marcia indietro. Spostami 'sto cassone! - ribadì l'agente Lattuso, agitando la paletta di segnalazione a titolo esplicativo.
Claudia Policami, ancora incastrata nella corsia che avrebbe dovuto percorrere la scorta dell'onorevole, guardò l'agente di polizia alla sua sinistra sentendosi sconcertata.
- Mi senti o no? Ti sei rincoglionito? - chiese Lattuso, battendo il palmo della mano sinistra sulla portiera dell'automobile nuova di Giacomelli, che sobbalzò.
Claudia Policami a questo punto non seppe trattenersi.
- Ehi! Non sta esagerando? - protestò, ma l'agente di polizia non le diede alcun peso. - E sposta 'sta macchina del cazzo, ho detto! - continuò, dando un'altra manata sulla Skoda del povero Giacomelli, che ormai era andato nel pallone.
- Ehi! Che razza di modo è questo? Non lo vede che non può fare retromarcia? Ma dove vuole che vada? - protestò di nuovo Claudia Policami, sentendosi in dovere di intervenire.
Stavolta Lattuso si voltò. - Lei non si impicci. Anzi, si faccia da parte, e in fretta.
Ma Claudia Policami ormai si era arrabbiata. Non poteva farsi mettere sotto da un poliziotto culturalmente inferiore e ignorante: - E dove cavolo vuole che vada? Adesso scavalco tutti con un salto, eh?
Moreno Marchigiani, con la sua bicicletta, era arrivato all'incrocio anche lui. Guardando il comportamento del poliziotto a piedi e l'automobile blu che voleva passare contromano per forza, si era sentito subito ribollire.
"Poliziotti di merda. Ci godono a fare i prepotenti", pensò. A lui però non facevano paura. Li aveva già affrontati e sapeva come trattarli.
- Non faccia la spiritosa e si tolga di torno - tagliò corto Lattuso, guardandosi nervosamente intorno per valutare la situazione. Per colpa di quel vecchio rincoglionito e della sua merda di macchina rumena, la scorta non poteva avanzare oltre. Decise di fare arretrare le macchine che stavano dietro alla Skoda, allora, ma prima sparò un altro paio di insulti sprezzanti verso il signor Giacomelli e sputò per terra, per ricaricarsi e far capire a tutti chi è che comandava.
Nell'auto di scorta del vice ispettore Noreligi, quest'ultimo si rivolse al suo pilota con tono spazientito.
- Allora? 'Sta radio funziona o non funziona?
- Mi spiace, comandante. Non capisco perché, ma non funziona - l'informò il pilota.
Ci mancava soltanto questa. Noreligi valutò se fosse il caso di scendere per andare a vedere che cosa stava succedendo, ma fuori dall'auto faceva un caldo feroce e francamente non ne aveva nessuna voglia. Se fare la scorta non gli piaceva, mettersi a fare il vigile urbano per districare l'ingorgo gli piaceva ancora di meno. Alla fine decise di fare scendere quello che, tra quei sottoposti di bassa manovalanza che gli avevano affibiato, gli sembrava tutto sommato il meno peggio.
- Colasanti, vai a vedere tu che succede - ordinò.
Moreno Marchigiani nello stesso istante aprì lo zainetto e prese ciò che doveva prendere, tenendolo ben stretto dentro la mano sinistra.
"Secco e cattivo", cominciò a ripetersi mentalmente, quindi si tirò su il cappuccio della felpa, per nascondere il viso. Esattamente come capitava l'istante prima di uno scontro di piazza, si sentiva di colpo il più forte di tutti.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "La Superbia", collana LAB.

domenica 5 luglio 2009

Voglia di lavorare


Diciotto luglio, tre e un quarto del pomeriggio. Piazza Ara Coeli, a Roma, è come un’isola circondata dal sole e dall’afa.
Due grossi autobus verdi, immobili nei rispettivi rettangoli del capolinea, sembrano capodogli abbandonati nel Sahara. L’autobus 91 è ancora vuoto.
Il primo passeggero a salire è un signore in giacca e cravatta, di età indefinibile, con una borsa da avvocato; il secondo e il terzo passeggero sono una signora piuttosto attraente col suo bambino; il quarto passeggero è un omone corpulento, che si siede sul proprio sedile con un grande sospiro.
L’omone ha scelto un posto che non è rivolto in avanti, verso il muso della vettura, ma è sistemato di traverso, faccia a faccia con un'altra fila di sedili. In questo modo ha esattamente di fronte la signora con il bambino, mentre alla sua destra, qualche sedile dopo, ha il signore con la borsa da avvocato.
- Che caldo terribile - dice l’omone a tutti, asciugandosi il collo con un fazzoletto di cotone. E' sulla sessantina e ha le maniche della camicia rimboccate, a scoprire le braccia ancora robuste. Alla signora chiede: - E' molto tempo che aspettate di partire?
La signora sorride timidamente. - Veramente sono salita solo da un paio di minuti.
L'omone annuisce e si rivolge all'uomo con la borsa da avvocato: - E lei? Sta aspettando da molto?
Il professionista risponde in tono asciutto.
- Io sono salito un attimo prima della signora.
- Ah.
C'è "ah" e "ah", e quello dell'omone non è un "ah" di soddisfazione. Si guarda un poco intorno, per valutare la situazione, dopodichè si rivolge di nuovo alla signora.
- Che bel bambino simpatico. Quanti anni ha?
Il bambino in questione, seduto a gambe penzoloni accanto alla mammina, comincia a battere i talloni contro la base del sedile.
La signora sorride e dice: - Quattro anni e mezzo - accarezzandogli la testa. Immediatamente il piccolo prende a battere i piedi ancora più forte.
- E come ti chiami, eh? - insiste l'omone, che sembra averci preso gusto.
Il bambino si protende in avanti e si gonfia come un rospo.
- Alessandro! - proclama, con voce stridula, facendo sussultare il signore con la borsa.
Salgono altri tre passeggeri: due ragazze dalla carnagione molto pallida e un ragazzo con gli occhi a mandorla. Prendono posto in tre sedili uno dietro l'altro, sul lato destro quasi in fondo alla vettura, e dal loro aspetto si capisce che sono stranieri.
L'omone li valuta con aria scettica, continuando a tamponarsi il sudore con il fazzoletto. Ha i primi due bottoni in alto della camicia bianca sbottonati e da sotto sporge il colletto di una canottiera.
- So la canzone di Furia - dichiara il figlio della signora, smettendo di battere i talloni.
L'omone dice: - Ah sì? Che bravo - e subito dopo aggiunge: - Ma non parte mai, quest'autobus? L'autista se ne è andato al bar, scommetto; mentre noi, qui, ci schiattiamo di caldo!
La lamentela è chiara, l'accusa pure. Si spandono dentro la vettura, con energia inaspettata, però non producono particolari risultati.
Nessun commento da parte del signore in giacca e cravatta, che tira fuori dalla sua borsa un quotidiano spiegazzato; soltanto un sorriso incerto dalla bella signora, che sposta lo sguardo verso un punto indefinito al di là dei finestrini; un paio di risatine prive di significato dalle due ragazze pallide e stato d'allerta da parte dell'amico asiatico, che le tiene d'occhio come un cane pastore con due pecorelle.
Solo il bambino riprende l'iniziativa.
- Ti canto la canzone di Furia, eh? - propone, con aria speranzosa, e basta che l'omone sorrida in maniera automatica per attaccare a razzo: - Furia cavallo del west! Che beve solo caffé!
Al suono di questa colonna sonora insolita, sale l'autista del 91. Un giovanotto dall'aria scorbutica, che apre lo sportelletto di vetro del suo posto di guida e si immerge subito nella lettura di un giornale sportivo.
- Speriamo che adesso si parte - commenta l'omone, facendo segno con la testa verso la cabina di guida. - Che c'è a chi gli piace prepararsi e c'è a chi gli piace tuffarsi, non so se mi spiego.
Il bambino intanto prosegue la sua esibizione. Purtroppo conosce pochissimo della canzone che vorrebbe cantare, e la frase "furia cavallo del west!" comincia a ripetersi in maniera molto allarmante.
- Dai, smettila Alessandro - propone ogni tanto la madre, con l'energia di chi è già rassegnato alla sconfitta.
Al terzo invito privo di convinzione, il signore in giacca e cravatta si alza per andarsi a sedere più lontano, con aria seccata.
L'omone gira su se stesso e si rivolge direttamente all'autista, sventolandosi il viso con il fazzoletto.
- Ma non parte, quest'autobus? E' un'ora che stiamo aspettando.
L'autista risponde senza girarsi e senza smuovere le pagine del suo giornale.
- L'autobus parte quando è ora di partire: alle 13 e 25. C'è una tabella di marcia che bisogna rispettare.
L'omone alza le spalle e si asciuga la fronte, che luccica vistosamente.
- Quando gli fa comodo, c'è la tabella di marcia - commenta in tono sarcastico, cercando lo sguardo della bella signora.
Il ragazzo asiatico mormora qualcosa di incomprensibile, facendo ridere le sue amiche come bambine.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "L'Accidia", collana LAB.

giovedì 7 maggio 2009

Auto Coscienza


Se la vita fosse un film come si deve, invece di un video girato in Super 8, uscendo di casa Fernando avrebbe avuto diritto a una colonna sonora carica di inquietudine e di pericolo, per far capire che mica stava uscendo tanto per uscire. Un primo piano avrebbe inquadrato i suoi occhi carichi di preoccupazione e una bella ragazza lo avrebbe abbracciato come se fosse per l’ultima volta. Invece Fernando uscì di casa da solo, nell’indifferenza generale, con un rumore di copertoni che rotolavano e qualche clacson arrabbiato, come sottofondo.
Montando a bordo della sua auto posteggiata, poteva già sentire la pressione del sangue che cominciava a salire. Doveva uscire a marcia indietro da un parcheggio a spina, e l’unica speranza di trovare via libera alle sue spalle era che qualcuno perdesse secondi preziosi allo scattare del verde, all’incrocio vicino, oppure che un maledetto pedone col telefonino facesse perdere tempo a tutti attraversando col rosso; solo così avrebbe potuto sgattaiolare fuori dal suo parcheggio, costringendo il flusso del traffico a dargli tre metri e mezzo di spazio vitale.
Quando dallo specchietto retrovisore vide che una macchina si fermava per occupare il suo posto, Fernando incredulo fece retromarcia più presto che poteva. Poiché la tolleranza automobilistica dura soltanto sei secondi, quando concluse la retromarcia e ingranò la prima, al settimo secondo, il primo clacson già cominciò a protestare.
Se aveste chiesto a Fernando di spiegare la differenza tra l’attraversare un paesaggio africano in Land Rover, con i rinoceronti e le iene intorno, e attraversare Roma per raggiungere la Tangenziale, con finti fuoristrada e scooter rompiballe in ogni dove, vi avrebbe risposto che prima di tutto una Land Rover non è una merda di Fiat Punto fatta di latta, e che in secondo luogo ai rinoceronti e alle iene avrebbe potuto sparare dritto in fronte, mentre agli stronzi che ti tagliano la strada poteva solo sputare qualche parolaccia.
Fernando si incolonnò verso il percorso che portava alla Tangenziale e sopportò con santa pazienza le nuove deviazioni per i lavori in corso. Con meno pazienza sopportò la Smart che superò tutti invadendo la carreggiata opposta, e la stramaledetta Mercedes che invece di andare dritto sterzò a sinistra.
Uno dei grandi misteri dell’universo, secondo Fernando, era che i possessori di Mercedes non usano le frecce. Girano tranquillamente a destra e a sinistra senza nessun avvertimento.
Un tizio che stava uscendo fuori da una villa, un giorno, aveva abbassato il finestrino e gli aveva indicato col braccio che intendeva andare nella carreggiata alla sua sinistra. Aveva sventolato fuori il braccio sinistro, pur di non usare le frecce della sua Mercedes, e Fernando si chiedeva che razza di meccanismo astruso potevano aver montato gli ingegneri tedeschi, per ridurre i loro clienti a tanto.
Dopo numerosi slalom, e nessun cartello informativo, finalmente Fernando riuscì a passare l’ultima strettoia che immetteva alla Tangenziale. Mentre saliva una ripida salita, che portava insensatamente su, all’altezza delle finestre del terzo piano dei palazzi più vicini, un motociclista impaziente lo superò a sinistra per infilarsi rombando nell’intercapedine tra due macchine che gli erano davanti, contro le regole della prospettiva e della meccanica.
Il traffico scorreva, per fortuna. Per qualche centinaio di metri si riusciva persino a mantenere la quarta. La cosa preoccupante era l’avvicinarsi della Stazione Tiburtina, dove si rallentava sempre; ma a parte un gigantesco fuoristrada che cercò di sorpassarlo di prepotenza, Fernando passò oltre l’uscita per la Nomentana senza particolari problemi.
Guardando l’orologio verificò che aveva ancora venti minuti per arrivare in tempo, così imboccò la sua uscita con l’animo pieno di speranza. Mal riposta.
A viale Libia era tutto bloccato. Riuscì soltanto a percorrere una cinquantina di metri, passetto passetto, dopodichè l’intero mondo si arrestò completamente, con lui imprigionato dentro la sua Punto blu.
Calma, pazienza e calma, pensò Fernando, per dieci minuti circa, un record. All’undicesimo minuto di immobilità forzata, cominciò a provare i sintomi di un reduce dal Vietnam.
Quando le cose non vanno bene, un reduce dal Vietnam ha bisogno di un vietcong a cui dare la colpa. A Fernando serviva uno straccio di vigile urbano, di pirata di strada o di casalinga impazzita da maledire e da odiare a morte; ma i vigili urbani, i pirati e le casalinghe queste cose le sentono, e a volte spariscono come i vietcong.
Al quindicesimo minuto la rabbia e la frustrazione cominciarono a crescere come l’acqua che bolle dentro una pentola, con un coperchio pesante che non lascia uscire il vapore.
Al diciottesimo minuto, col mal di schiena e il senso di soffocamento, partirono brutte parole piene di donne dai costumi facili e di parti del corpo utilizzate in modo improprio.
L’appuntamento che aveva, ormai era annullato. Neanche tornare a casa, gli era concesso.
Al ventunesimo minuto Fernando si ritrovò a gridare contro il parabrezza, maledicendo il mondo, il destino e qualsiasi cosa gli veniva in mente. Agitava pericolosamente le mani, anche, e quando sollevò la mano destra, serrata, con l’intenzione di batterla contro il volante, percepì qualcosa di strano alla sua destra e si girò per vedere cos’era.
Nella macchina che l’affiancava, al posto di guida, un uomo si stava agitando in preda a collera incontrollata. Stava gridando con i finestrini chiusi, esattamente come i suoi, e a Fernando arrivava soltanto uno “uao-ao” ovattato.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "L'Ira", collana LAB.

Sara


Visto dallo spioncino della mia porta d’ingresso, il viso di Alessio ha un’espressione ancora più buffa e perplessa del solito, che mi fa subito venire voglia di ridere. Fa appena in tempo ad allungare il braccio verso il pulsante del campanello, che già gli aperto la porta e l’ho tirato all’interno.
- Ciao - gli dico, cercando di essere languida.
- Ciao – risponde, sorridendo contento.
Lo abbraccio avvolgendolo tutto e lui si fa ancora più piccolo, come se fosse una vittima, al che io reagisco ridendo e baciandolo, tastandogli anche il sedere.
- Hum. Qui bisogna rimpolpare la zona con un po’ di ciccia buona – gli dico vicinissimo all’orecchio destro, che è ipersensibile al contatto.
- Qui invece mi sembra che il mio amichetto si senta benone – aggiungo, infilando la mia mano destra dentro i suoi pantaloni.
- Accidenti, lasciami riprendere un po’ di fiato. Ho fatto quindici piani a piedi – si lamenta lui.
Lo avvolgo ancora di più tra le mie braccia e faccio in modo che il suo viso entri nella mia scollatura. E’ un piccolo e tenero imbranato dall’erezione facile. Reagisce al mio contatto come se avessi un telecomando.
- E quindici piani non sono pochi. Mi sa che questo è il palazzo più alto di tutta Roma – dice.
Mi fa morire, quando fa così. Sto giocherellando col suo bastone completamente eretto e lui mi parla delle scale e del palazzo, come se fossimo al supermercato. Gli lecco l’orecchio destro e rabbrividisce in modo vistoso.
- Accidenti – ripete con fatica, visto che sono brava, e infila le mani sotto i miei vestiti.
Mi accarezza i fianchi, sotto la maglietta, e so che la mia gonna corta per lui è una grande tentazione. Infatti sorrido e ansimo, quando mi abbassa le mutandine con decisione. Chi altro al mondo direbbe “Accidenti”, mentre fa sesso in piedi?
- Aspetta. Ho da mangiare sul fuoco – lo blocco.
Aggrotta le sopracciglia.
- Cosa?
- Sto facendo bollire la pasta e ho le patate nel forno – gli spiego.
Fa un’espressione molto sorpresa.
- Patate? Io veramente mi stavo concentrando su una patatina soltanto.
Mi viene da ridere e mi copro la bocca con una mano; poi lo rimprovero puntandogli un dito contro.
- Signor Pellini… Mi meraviglio.
Avanza verso di me con fare complice e minaccioso.
- Signorina Cavasto… Lei ha bisogno di una buona lezione.
Spalanco la bocca e scuoto la testa.
- Oh! Che cosa vuole dire, signor Pellini? A cosa sta pensando?
Continua ad avanzare, più basso ed esile di me, da fare tenerezza, e mentre sorride come se fosse forte mi sento padrona della situazione.
- A darti una bella sculacciata – dice.
Povero illuso.
- Oh! Questa, poi! Si vergogni, signor Pellini! E poi dobbiamo mangiare, adesso. – Cambio tono di voce, sorridendo cordiale. – Anzi, datti una lavata alle mani e aiutami ad apparecchiare, per piacere.
Ci rimane male, ma neanche tanto. E’ proprio un bravo ragazzo.
- Okay. Vado nel bagno e torno.
Sì, caro. Vai. Intanto io mi gusto le mie sensazioni.
Assaggio gli spaghetti: ancora un paio di minuti.
Controllo le patate in forno: procede tutto ok.
Mi fermo un attimo e mi concentro sul mio corpo. Immagino le sue mani che mi separano le natiche e un dito che si immerge nei miei umori. Wow. Per ora basta. Sta ritornando.
- Eccomi qua. Che devo fare? – chiede.
- Prendi una tovaglia dentro quel cassetto e metti su quel tavolo due scodelle, due piatti, due bicchieri e così via. Va bene?
- Va bene, capo – approva.
Mangiamo chiacchierando e beviamo un po’ di vino rosso. Il vino rosso aiuta.
Mentre è impegnato a tagliare un pezzo di pollo, mi tiro giù le mutandine, restando seduta. Poso il sedere nudo sulla plastica della sedia e allargo le gambe, godendomi la sensazione di essere esposta.
Sorrido e lui mi guarda.
- Che c’è? – chiede.
- Niente. Mi sento bene. Ho una sensazione di fresco che mi piace.
Mi studia incuriosito. Il piano della tavola gli impedisce di vedere in che modo mi sono seduta, ma l’idea che possa abbassarsi e scoprirlo mi riempie di eccitazione.
Allunga una mano per toccarmi le dita: un po’ poco per le mie aspettative.
- Accidenti – sussurro, facendo cadere in terra il mio tovagliolo.
- Ci penso io – dice lui.
Si china per vedere dov’è finito e respiro più forte e chiudo gli occhi. Vedo la scena nel mio cervello. Lo immagino che mi scruta . Con grande lentezza richiudo e riapro le gambe. Riapro gli occhi e lui ancora non si è rialzato.
- Va tutto bene, lì sotto? – chiedo.
- Benissimo – risponde, e dopo un po’ lo sento che mi tocca.
- Devi finire di mangiare – lo prendo in giro.
- Lo so. E’ quello che sto facendo – dice.
Sorrido e chiudo di nuovo gli occhi. E’ un uomo dalla battuta pronta, e ciò mi piace.
Il piacere di provocarlo e di giocare alla puttana mi stimola il cervello come iniezioni elettriche; sento le scariche intorno all’inguine e lungo i fianchi.
Prova a toccarmi i seni e non mi piace. Li ho troppo piccoli, quasi inesistenti, e quando i capezzoli si inturgidiscono mi dà fastidio che diventino così vistosi.
- Io e Riccardo abbiamo parlato, ieri sera – dico. Lui continua a grufolare tra le mie cosce. – Mi ha chiesto di fissare la data per il matrimonio – aggiungo. Finalmente si ferma per ascoltare.
Passano i secondi e siccome non dico niente mi fa lui una domanda.
- E tu che gli hai detto?
- Gli ho detto che va bene. Ha trovato una chiesa che sembra adatta e che si libera per settembre. Che altro dovevo fare?
Silenzio. Riaffiora da sotto il tavolo e si rimette a sedere al suo posto.
Ha l’espressione pensierosa. Anzi, ha un’espressione preoccupata.
- A cosa stai pensando? – chiedo.
Fa una piccola smorfia e piega la testa da una parte.
- A niente.
- I miei genitori e i suoi spingono per il matrimonio da un sacco di tempo – spiego.
Annuisce e si rimette a tagliare il pollo.
- Mi sembra logico – dice.
Lo osservo portare il cibo in bocca e masticare. Mastica con molta attenzione; non è la reazione che mi aspettavo. Mi sento delusa.
- Ci sei rimasto male? – chiedo.
Scuote di nuovo la testa e continua a guardare nel piatto.
- E’ logico, l’ho detto. Lo sapevamo da sempre che doveva accadere. E poi cominciavo a stufarmi di fare tutto di nascosto. – Mastica un altro boccone. – All’inizio in ufficio era divertente, ma adesso comincia a darmi fastidio il fatto che nessuno capisca che noi stiamo insieme.
- La gente è cattiva - provo a spiegare. – Sai cosa direbbero.
- Senz’altro – sorride. – Ma anche noi non scherziamo. E salire quindici piani di scale per non fermare l’ascensore al tuo piano, dove potrebbe sentirlo il vicino, è un’altra cosa che non mi va più bene.
- Quel frocio è sempre attento a controllare che sale e chi scende. E’ amico dei miei genitori e non vorrei che gli raccontasse che ti ha visto entrare da me.
Annuisce con più convinzione e stavolta mi guarda.
- E’ quello che stavo dicendo. Comincia a darmi fastidio il fatto che nessuno deve sapere. E’ meglio farla finita adesso, piuttosto che le cose peggiorino. Se io avessi un amico in questa situazione, gli direi sicuramente di lasciare stare. Parliamoci chiaro: ti devi sposare.
Mi fai la morale, stronzo? Mi devo sposare sì, e lo sapevi bene.
Annuisco più volte e assumo un’aria dispiaciuta.
- Stasera però rimani? – chiedo, e lui irritato risponde: - Non mi sembra il caso.
Annuisco di nuovo e mi alzo.
- Sono stata cattiva – dico, sedendomi sulle sue ginocchia. Lui si innervosisce e prova a dire:
- Luisa, per favore…
- Chiamami Sara. Ti piace che dico di chiamarmi Sara, quando telefono a casa tua.
Non ribatte nulla e comincio a usare la mia voce da ragazzina.
- Pronto? Sono Sara. Potrei parlare con Alessio, per favore?
- Piantala – dice.
- Sara va bene, per chi divide casa col bravo Alessio. Va molto meglio di Luisa.
- Dai, piantala – insiste lui.
- Oh, scusa tanto... Sono davvero, davvero cattiva. - Mi alzo un po’ e carico ancora di più la voce. – Meriterei di essere sculacciata sul serio – e sollevo la mia gonna sul di dietro. – Qui, sul sederino tenero tenero.
Alessio prova ad allungare una mano e io gliela scanso.
- Signor Pellini! Il mio culetto è destinato a un altro uomo! Mi devo sposare, non ricorda? Non aveva detto che è meglio farla finita adesso?
Comincia a piagnucolare, pieno di desiderio.
- Fatti toccare – infatti dice.
Spalanco gli occhi, sbalordita.
- Toccare? Toccare che cosa? – Mi tiro un poco più su la gonna.
- Fatti toccare, per piacere – ormai mi implora.
Mi giro e lo lascio fare, senza che possa vedere il mio sorriso.
E’ in mio potere.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "La Lussuria", collana LAB)

sabato 14 marzo 2009

Dolcetto o scherzetto


“Drin!”, suonò il campanello, e dopo una decina di secondi la porta dell'interno 4, terzo piano scala A, si aprì di tre quarti.
«Sì?», chiese il signor Paoletti, sui settant'anni, magro, e la ragazzina sul pianerottolo, ancora più magra del signor Paoletti e dalla carnagione molto chiara, disse con voce triste: «Dolcetto o scherzetto.»
Il signor Paoletti aggrottò la fronte. «Cosa? Che cosa hai detto?»
«Dolcetto o scherzetto», ripeté la ragazzina.
«Che dolcetto? Non ho capito.»
La ragazzina, vestita di rosso, con un cappuccio d'altri tempi, tese le braccia in avanti, per far vedere il sacco che aveva con sé.
«Non ti capisco, ragazzina», disse il signor Paoletti, e per cercare aiuto chiamò sua moglie: «Pina!»
La ragazzina restò in attesa, senza cambiare espressione. Anche il signor Paoletti rimase con i suoi dubbi, finché non arrivò la moglie.
«Che c'è, Tonino?»
«Non lo so. C'è una ragazzina vestita in modo strano che vuole qualcosa, ma non ho capito che.»
La signora Pina guardò la ragazzina sorridendo. «Ciao. Che cosa vuoi, carina?»
La ragazzina ripeté: «Dolcetto o scherzetto» e mostrò il suo sacco anche alla signora Pina.
«Ah, ho capito. Dolcetto o scherzetto. Entra, carina. Adesso vediamo di trovare qualcosa.»
La ragazzina entrò nell'ingresso e il signor Paoletti chiese a sua moglie: «Cos'è questa cosa di dolcetto e scherzetto?»
«Dolcetto “o” scherzetto. E' un'usanza di quando si festeggia Halloween.»
Il signor Paoletti aggrottò di nuovo la fronte. «Allo che?»
La signora Pina sorrise. «Halloween. E' la vigilia di Ognissanti. La vigilia del 1° novembre, cioè domani. I ragazzini la festeggiano mettendosi un costume, come a carnevale. Lei per esempio si è vestita da Cappuccetto Rosso.» E sorrise anche alla bambina. «E' un costume molto carino.»
«E' da quando si usa questa cosa?», chiese il signor Paoletti.
«Da un sacco di tempo. E' un'usanza che viene dagli americani.»
Il signor Paoletti guardò la ragazzina straniera con espressione critica. «Non siamo in America, qui», disse, e si allontanò.
La signora Pina indicò alla ragazzina il divano che si si trovava in salotto. «Siedi, carina. Come ti chiami?»
La ragazzina si mise seduta dicendo: «Candya.» Passati alcuni secondi aggiunse: «Calyme.»
«Ah, Calyme. I nuovi inquilini del settimo piano. Mi sembra che hai dei fratellini.»
La ragazzina annuì. «Sì. Quattro fratelli.» Di nuovo passarono alcuni secondi. «Due maschi e due femmine.»
«Accipicchia, siete cinque fratelli! Allora bisognerà trovare parecchi dolci. Intanto prendi questi.» La signora Pina diede alla ragazzina una vaschetta di porcellana con dentro dei cioccolatini, che erano già nel salotto per ogni eventuale visitatore.
La ragazzina prese un cioccolatino con la carta stagnola rossa, lo scartò e lo mise in bocca con espressione seria. Iniziò a masticarlo lentamente, tenendo gli occhi chiusi, e nonostante che la mimica del suo viso non subisse variazioni, la carnagione troppo chiara prese subito colore, scurendosi gradevolmente per il piacere.
La signora Pina, accorgendosi dell'effetto benefico del cioccolatino, si alzò dicendo: «Adesso vado in cucina, a rimediare altri dolci anche per i tuoi fratellini.»
La ragazzina rimase da sola nel salotto, e si guardò intorno con attenzione.
Finita l'esplorazione si concentrò di nuovo sulla vaschetta di porcellana. Scartò un altro cioccolatino e se lo mise in bocca, chiudendo gli occhi nuovamente.
La pelle del suo viso si scurì, com'era già successo col primo cioccolatino, e sempre con gli occhi chiusi mormorò piano: «Moaaao.»
Passarono sei secondi.
Un altro miagoliò rispose a quello della ragazzina.
Candya riaprì i suoi occhi e guardò il gatto della signora Pina, il quale ricambiò lo sguardo da pari a pari. Si trattava di un Ragdol color cioccolato, dal pelo morbido e setoso, pesante più di dieci chili.
La ragazzina ripeté: «Moaaao», e il grosso gatto l'ascoltò con attenzione.
Passarono ancora due minuti.
La signora Pina tornò con tavolette di cioccolata e tante caramelle.
«Ecco qui, carina. Penso che così faremo contenti anche i tuoi fratelli.»
«Grazie, signora», disse la ragazzina, con voce educata e un sorriso incerto, aprendo il suo sacco per metterci dentro tutti i dolcetti.
«Di niente, cara. E mi raccomando, salutami la mamma.»
«Sì, signora. Grazie ancora.»
La signora Pina accompagnò la ragazzina fino all'uscio, e prima di richiudere disse ancora: «Ciao, carina. Ciao.»
La ragazzina sorrise timidamente e dalle scale rispose: «Ciao.»
Teneva il sacco stringendolo forte con ambedue le mani, poiché pesava alquanto di più di quando era scesa.
Dentro l'appartamento all'interno 4, la signora Pina, di buonumore, cercò il suo gatto per dare anche a lui un bocconcino prelibato.
«Sultano!», chiamò, ma quel briccone non si fece vedere perché chissà dove si era nascosto.
Nell'appartamento all'interno 13, invece, Candya stava già lavorando.
Con le grosse forbici da cucina cominciò a tagliare la pelliccia setosa del gatto, e sentì la propria bocca riempirsi di saliva gustosa e la pelle del corpo formicolare, mentre tagliava.
Cioccolatini e caramelle erano molto gradevoli e le davano eccitazione, com'era per tutto il cibo, ma ciò che le piaceva di più era il sapore di carne alla brace, con un sughino di sangue.
Sorrise e avvampò di contentezza, a questo pensiero. Sì, non c'era nient'altro di più gustoso.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "La Gola", collana LAB)

mercoledì 7 gennaio 2009

Darwin Awards 2008

Sono stati ufficializzati i vincitori del Darwin Awards 2008, il web che premia le morti più stupide di ogni anno oppure gli incidenti che comunque liberano il patrimonio genetico umano dagli esemplari più stupidi.

Articolo e video pubblicato dal quotidiano La Repubblica:
http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecn ologia/darwin-awards/darwin-awards/darwin-awa rds.html

Link al sito Darwin Awards:
http://www.darwinawards.com/

venerdì 2 gennaio 2009

La sindrome di Alice nel paese delle meraviglie

Dalla sindrome della mano aliena a quella dell'accento straniero
La «sindrome di Alice nel paese delle meraviglie» e altre malattie incredibili
Il «caso di Benjamin Button» è solo fantasia, ma altre patologie stranissime non lo sono affatto.
Francis Scott Fitzgerald nel 1922 inventò il personaggio di Benjamin Button: l'uomo aveva una malattia che alla nascita gli diede l'aspetto di un ottantenne, ma col passare del tempo il protagonista ringiovaniva anziché invecchiare. Fantasie di un grande romanziere? In questo caso sì, ma stando a quanto riportato dal Wall Street Journal esistono malattie che potrebbero tranquillamente essere parte di una storia inventata. Eppure trovano singolari riscontri nella realtà. Eccone alcune:
* SINDROME DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE;
* SINDROME DELL'ACCENTO STRANIERO;
* DISORDINE «ESPLOSIVO» INTERMITTENTE;
* SINDROME DELLA MANO ALIENA;
* DELIRIO DI CAPGRAS;
* DISFONIA SPASMODICA;
* SINDROME DI PARIGI.

Per i dettagli, vedi articolo del Corriere della Sera:
http://www.corriere.it/salute/08_dicembre_30/sindrome_alice_paese_meraviglie_5025b262-d688-11dd-894c-00144f02aabc.shtml

Il 99 stellato (racconto di A.B.)

Non ho mai potuto sopportare di viaggiare sui mezzi pubblici di Nuova Roma. E a ragione.
Stamane mi tocca di montare sul 99 stellato, e sul vapobus vi sono già due casalinghe, un pensionato e un moccioso. Poi salgono uno studente trasandato, un altro vecchietto claudicante e un omone dalla pancia straripante, con la camicia abbondantemente aperta che scopre la canottiera.
L’omone appena entra comincia a lamentarsi del caldo infernale e a sventolarsi energicamente con le pagine di un quotidiano. Raggiunge un sedile dopo il mio e vi si abbandona pesantemente. Dà una buona occhiata a tutti i passeggeri (io sono impassibile) e si rivolge a voce alta al conducente, chiedendogli quand’è che si sarebbe partiti.
Naturalmente l’autista l’ignora e l’uomo rivolge la sua attenzione al moccioso appollaiato su un sedile a lui vicino, chiedendogli come si chiama e quanti anni ha. Il moccioso risponde biascicando un nome da moccioso e l’omone si stupisce. “Ma che bel nome”, dice, e “Eh, ma sei proprio grande” e altre amenità del genere, finché il moccioso non attacca un incomprensibile discorso, intervallato da “eh, eh, eh” e pigolii.
L’omone si diverte un bel po’ ad ascoltare quegli insopportabili sproloqui, poi si ricorda che il tempo passa, e ricomincia a lamentarsi del caldo e del fatto che il vapobus non parte ancora. Il conducente volta un’altra pagina del suo giornale sportivo e fa notare che vi sono orari di marcia da rispettare.
L’omone dice “Sì, sì, la voglia di lavorare” e ci sghignazza sopra. Fa l’occhiolino alla madre del moccioso e dice che gli piacerebbe tornare a casa prima di notte. “Non ci vorrei fare la muffa, qui sopra”, aggiunge, e “Mi piacerebbe essere a casa mia, quando dovrò morire.”
Il tutto fra le risatine di qualche passeggero che incrocia il suo sguardo (io sono impassibile) e il canto giocoso e infernale del moccioso che ormai si è scatenato.
Finalmente l’autista mette in moto la vettura, chiude i battenti delle porte in faccia a uno sconosciuto ansimante, e il 99 stellato dà inizio alla corsa.
Il tempo di completare il giro della piazza, pericolosamente inclinati verso la nostra sinistra, e immediatamente l’omone si alza dal suo posto e suona il campanello di fermata. A occhio e croce neanche trenta metri di distanza, rispetto al capolinea di partenza. L’omone scende lentamente, maestoso e soddisfatto, mentre l’autista bestemmia sommessamente e si intuisce che la madre del moccioso vorrebbe applaudire eccitata.
La corsa riprende e a una delle fermate successive sale una mezza dozzina di uomini della milizia. Sono in tenuta d’azione, con tute mimetiche, enormi scarponi, gli zaini e le manette che pendono dagli elmetti coperti di codi. Si sistemano ordinatamente, in piedi, vicino alla porta d’uscita, mentre uno di loro (probabilmente il capo) prima paga i biglietti, poi li raggiunge. Sembra istruirli con brevi parole, dà loro qualche pacca cameratesca, quindi li avverte di tenersi pronti e schiaccia il pulsante di fermata.
Il vapobus si arresta e le sue porte si spalancano: uno alla volta i soldati saltano, gridando ognuno il proprio nome ad alta voce. Il capo li osserva con espressione soddisfatta, dà un’ultima controllata al suo paracadute, infine salta urlando più forte di tutti, e il 99 stellato può ripartire.
Di fronte a me un giovanotto dalle trecce color indaco, appena salito, mi lancia un’occhiata di odio spontaneo e torna ad ascoltare il bollettino d’inquinamento allucinogeno sul suo comunicatore multifunzionale da polso. Il bastardo tecnologico ha un guinzaglio intorno al polso sinistro e un mini cucciolo viola, griffato, che spunta da un tascone della sua casacca termoadattiva, griffata.
Il canegatto tira fuori una lingua minuscola e mi guarda uggiolando. Apre la bocca e ne esce fuori una lingua minuscola. La lingua scivola in direzione del mio piede sinistro, come una stella filante, e come arriva a tiro la schiaccio con la punta della scarpa.
Il canegatto uggiola con un’ottava più alta ed il padrone controlla. Il suo sguardo analizza il perimetro circostante e per tre secondi si sofferma su tre soggetti. I sospetti del bastardo tecnologico si concentrano sul vecchietto con il bastone alla mia destra (io sono impassibile), quindi comincia una guerra di intimidazioni e di minacce velate.
Povero vecchio, penso, in un angolo remoto dei miei ricordi. Però mi sbaglio. Il vecchio ha un tatuaggio yakuza sul polso destro e dalla punta del suo bastone esce la punta di una lama.
Non voglio essere coinvolto e mi alzo per scendere alla prossima fermata. Tra l’altro il moccioso sbraita un’unica, ossessionante strofa di canzonetta da molto tempo (la mia palpebra sinistra trema in modo irritante).
Intuisco movimenti veloci e superfici corporee che si recidono, alle mie spalle. Veloce, apro la mia valigetta ventiquattrore mentre cammino, tiro fuori la ciambella informe e la gonfio soffiando con impazienza. Suono il pulsante di fermata, intanto.
Non appena la ciambella è sufficientemente pronta, la passo sopra la testa e la tengo ferma sui fianchi. La fermata che viene è su un tratto allagato, per sedare la folla. Le porte si spalancano ed il moccioso continua a cantare a squarciagola.
99 stellato di merda. Preferisco farmi il resto del tragitto a mollo, piuttosto che restare ancora in questa gabbia di matti.
“Tasso di inquinamento 75/100”, segnala una boa allucinogena, mentre sto saltando.
Spero soltanto che l’acqua non sia troppo fredda.

domenica 28 dicembre 2008

Piani alti (racconto di A.B.)

«Mi piacerebbe abitare all’ultimo piano», disse la ragazza alzando lo sguardo verso il cielo, malinconica.
«Sì, lo capisco. Abbiamo moltissime richieste, in questo periodo», osservò l’incaricato dell’agenzia immobiliare, comprensivo.
Due giorni dopo, il satellite Felix della NASA confermò che il secondo diluvio universale era cominciato per davvero.

giovedì 25 dicembre 2008

"9", di Shane Acker

Da questo corto di Shane Acker verrà prodotto il prossimo film di Tim Burton: http://www.youtube.com/watch?v=5IQcMeNh7Hc&eurln

lunedì 15 dicembre 2008

Il giorno dell'invasione (racconto di A.B.)

L'invasione aliena della Terra cominciò alle 17.30 dell'11 maggio 2021. O almeno così si affrettarono a comunicare alla popolazione del mondo i notiziari trasmessi immediatamente in televisione, alla radio e su internet. Per non parlare dei giornali e delle riviste che uscirono in edicola il giorno dopo.
Naturalmente la materializzazione degli alieni avvenne sopra il territorio degli Stati Uniti d'America, un po' meno prevedibilmente su Los Angeles anziché su Washington o New York. Per l'esattezza sopra gli studios della Paramount Pictures, durante l'inaugurazione delle nuove sale di registrazione riservate alle produzioni televisive.
Grande fu lo sgomento che si scatenò fra i presenti quando un'enorme astronave di origine sconosciuta scese silenziosamente dal cielo per fermarsi a poche centinaia di metri dal suolo, oscurando con la sua ombra tutta la grande area occupata dai set.
L'attore di film d'azione Ringo Russell, presente ai festeggiamenti della Paramount, sintetizzò il pensiero di tutti quanti dicendo davanti a una telecamera della CNN: «Stavolta mi sa che non ce la faremo.»
Ma da dove venivano, chi erano e che cosa volevano, i misteriosi extraterrestri?
La loro intenzione era distruggerci tutti? Sostituire la nostra cultura con la loro? Renderci schiavi?
E come mai dopo sei ore ancora dicevano nulla, né si facevano vedere?
L'immane astronave, lunga 785 metri e larga 350, restava sospesa a 289 metri di altezza nell'aria, come indifferente, e mentre la polizia e l'esercito rafforzavano il cordone di sicurezza e gli elicotteri e gli aerei sorvolano la zona, il mondo intero e soprattutto i 300.000 abitanti di Hollywood si chiedevano: “Che cose terribili staranno tramando, mio Dio?”
Tra angosciosi interrogativi, dibattiti e interviste a scienziati e politici di ogni tipo e religione passò una sfibrante settimana di immobilità assoluta, finché il 18 maggio 2021 il presidente americano John Adams Grant, in accordo con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, diede l'ordine di prendere l'iniziativa e di provare a stabilire un contatto diretto, secondo le modalità studiate da un'equipe di esperti della NASA, della CIA e del progetto BUF.
Tenendo conto del fatto che dal momento del loro arrivo gli extraterrestri non avevano risposto a nessuna comunicazione radio, non avevano effettuato nessun movimento e non avevano emesso nessun suono, per avvicinarsi a quello che gli scienziati avevano identificato come il muso e la probabile sala di comando, gli americani scelsero il veicolo a più basso impatto cinetico e sonoro che riuscirono ad immaginare, ossia un dirigibile dotato di altoparlanti per la comunicazione verbale e di un pannello luminoso per la comunicazione visiva, completamente disarmato.
Così il pallone oblungo si avvicinò con calma al poderoso mezzo di invasione, si fermò a circa 20 metri dalla presunta sala di comando, spense i motori e sotto l'occhio di innumerevoli telecamere e di milioni di telespettatori accese lo schermo del pannello luminoso, sul quale apparve in inglese la prima frase storica che l'umanità intendeva rivolgere a un'altra specie intelligente:
“CHI SIETE?”
Tutti quanti trattennero istintivamente il fiato, di fronte all'audacia della domanda formulata.
Tre secondi di attesa intollerabile e sulla sezione frontale del mezzo alieno apparve la seguente scritta di risposta, sempre in inglese:
“USS ENTERPRISE NCC-1701-H”
Altri tre secondi per l'assorbimento dell'informazione, quindi il famoso giornalista televisivo della prima rete nazionale americana, Frank Belmont, se ne uscì in diretta con un: «Cazzo! Ci stanno coglionando!»
Più diplomaticamente, sullo pannello luminoso del dirigibile di contatto venne formulata quest'altra frase:
“QUESTO E' UN VEICOLO MILITARE DEL GOVERNO DEGLI STATI UNITI D'AMERICA. CON CHI STIAMO COMUNICANDO?”
E la risposta fu:
“FLOTTA STELLARE DELLA FEDERAZIONE DEI PIANETI UNITI. NAVE STELLARE USS ENTERPRISE NCC-1701-H.”
Frank Belmont venne allontanato di peso dallo studio televisivo mentre stava gridando: «Ma con chi credono di parlare? Che vadano a prendere in giro i russi o i cinesi! E.T. di merda! Froci!»
Il responsabile del pannello di comunicazione USA, più calmo di Belmont, digitò:
“ENTERPRISE NCC E' IL NOME DELL'ASTRONAVE DI UNA SERIE TELEVISIVA INTERROTTA DA ANNI”
Il responsabile della sala di comando dell'astronave aliena rispose:
“LO SAPPIAMO”
Era veramente esasperante.
“MA SANTODDIO, SI PUO' SAPERE CHE VOLETE?”, visualizzò il pannello luminoso USA, e sulla punta dell'astronave aliena apparve la scritta:
“SE ENTRO UNA SETTIMANA TERRESTRE NON RIMETTETE IN ONDA STAR TREK VERRETE TUTTI PHASERIZZATI”
Parecchi secondi di attesa per metabolizzare la terribile minaccia, dopodichè fu aggiunta una scritta conclusiva:
“STAR TREK FAN CLUB DI ORIONE”.

(racconto pubblicato sul numero 5 della rivista "Centrifuga")

The black hole

Un corto intrigante: "The black hole".
http://www.youtube.com/watch?v=P5_Msrdg3Hk

martedì 9 dicembre 2008

I pilucchi di Pizzasparita, cap.2 (racconto di A.B.)

Il ministro Vocescura

Da un anno e mezzo circa, quasi due, da quando era andato in pensione il vecchio Professor Tomoni, Sua Eccellenza Fosco Vocescura era il nuovo Ministro delle Scuole, ossia la persona a cui dovevano obbedire tutti quanti i presidi, i maestri e gli scolari di Pizzasparita.
D’aspetto, Vocescura era un uomo corpulento, con le braccia corte e con le spalle un po' curvate in avanti, il naso largo e a becco, i capelli neri piegati indietro con la brillantina, i baffi sottili e il pizzetto scuro. Amava il colore grigio, e i mesi caldi si vestiva sempre con giacche e pantaloni grigio chiaro; i mesi più freddi, invece, indossava solo calzoni e cappottoni grigio scuro. Portava inoltre dei grossi occhiali dalla montatura nera, che prima di tutto ingrandivano moltissimo i suoi occhi grigiastri e ovali, e in secondo luogo gli permettevano (o almeno così pensavano in parecchi) di leggerti la mente e i pensieri.
Il difetto più grande di Vocescura era che si arrabbiava molto facilmente, e ancora di più quando doveva controllare un sacco di carte e di rapporti che non riusciva proprio a sopportare. Si trattava di tutte le notizie che riguardavano le quattro scuole elementari più una complicata che si trovavano nell'isola: un elenco continuo di pasticci e lamentele.
Per fare un esempio, alla scuola di Primizia una volta si era rotto il rubinetto di un bagno, e un insegnante aveva deciso di pensare lui stesso alla riparazione.
«E’ una cosa da nulla», aveva detto il maestro di storia con noncuranza, dato che queste cose le faceva sempre, a casa sua. «Sostituendo un pezzo e stringendone bene un altro, tutto ritornerà ancora meglio di prima!»
Come risultato finale dell'intervento, il giorno dopo si era allagato tutto il piano terra della scuola, e la sala riunioni dei maestri si era riempita di gracidanti rane smeraldine.
Un’altra volta, invece, alla scuola elementare di Doppietta, dove si usava suonare la tromba all'inizio e alla fine di ogni ricreazione, era capitato che all'inizio dell'intervallo il bidello aveva suonato Taratà ta tà! per cinque volte come al solito, ma poi si era dimenticato la trombetta chissà dove. Di conseguenza molti bambini non ritornarono in classe come dovevano, e tre di loro che giocavano a “Nasconditi bene e scappa” furono rintracciati soltanto a tarda sera e solamente grazie a una capra da caccia portata da un genitore.
Quando seppe di questi episodi, il ministro Vocescura si arrabbiò moltissimo. Senza pensarci troppo, ordinò che al maestro della scuola di Primizia non venisse più dato lo stipendio fino a quando non avesse ripagato tutti i danni che aveva combinato, mentre per il bidello della scuola di Doppietta ordinò che fosse incatenato al portone d’ingresso con la tromba attaccata al collo e una sveglia gigante in mano, così da essere certi che suonasse sempre in modo puntuale.
Anche alla scuola di Quattrinia avvenne un guaio grave, che per Vocescura fu ancora più irritante degli altri due.

domenica 30 novembre 2008

Esperimenti (racconto di A.B.)

Lo scienziato, sdraiato per terra, si muoveva appena, mentre tutto intorno era un via vai continuo di pompieri, poliziotti e operatori tv che si gridavano comandi e raccomandazioni, indicando la palazzina “A” dell’Istituto delle Scienze, sospesa per aria.
«Non bisogna toccare... bottone azzurro», sussurrò con enorme fatica lo scienziato ferito.
Il dottore che gli si era inginocchiato accanto annuì, in modo rassicurante. «Stia calmo. Non cerchi di sforzarsi.»
«E dopo - mai! - bottone rosso», aggiunse un po’ più forte lo scienziato, cercando anche di spostare il capo.
Poco distante, un poliziotto raccolse da terra un telecomando nero, che somigliava molto a quello che utilizzava a casa, per vedere le televisione.
A caso, premette il pulsante blu.
A caso, premette il pulsante rosso.
Lentamente, maestosamente, si sollevò dal suolo anche la palazzina “B”.

domenica 16 novembre 2008

I pilucchi di Pizzasparita (racconto di A.B.)



Molto lontano, lontanissimo da qui, proprio in mezzo al mare di Bonaventura, c’è un’isola rotonda, verde di boschi e rossa di papaveri e di pomodori, che tutti chiamano "l’isola di Pizzasparita". Un'isola con cinque città, veloci mucche puledrine, pericolosi grinfiopardi, arrabbiatissimi ministri, colombi litigiosi e medicine fin troppo portentose. Soltanto chi conosce il segreto dei misteriosi pilucchi ridancini potrà salvare, forse, si spera, tre ragazzini di questa curiosa isola dalla minaccia di Vocescura.

"I pilucchi di Pizzasparita", di Andrea Bellizzi, The Boopen Editore (www.boopen.it)

mercoledì 27 agosto 2008

I pilucchi di Pizzasparita, cap. 1 (racconto di A.B.)


NUMERI E SPARIZIONI

Molto lontano, lontanissimo da qui, proprio in mezzo al mare di Bonaventura, c’è un’isola rotonda, verde di boschi e rossa di papaveri e di pomodori, che tutti chiamano "l’isola di Pizzasparita".
Secondo Vincio Da Leona - che aveva costruito una macchina volante sopra la quale saliva soltanto lui - vista dall'alto, l'isola sembrava proprio una grande pizza senza una fetta di terreno in alto a destra; pur tuttavia non si chiamava Pizzasparita per via di questa somiglianza, bensì per via dell'amata e sfortunata principessa Pizza, che in una notte di tempesta e di figure gigantesche in mezzo al mare, era sparita insieme alla fortezza di Marangia, insieme a 555 guardie blu.
Nessuno sa che fine abbia fatto la fortezza, che si trovava nella fetta vuota in alto a destra, e nessuno sa se tutto scomparve per colpa di un terremoto breve e intenso oppure per via di un'onda enorme e silenziosa; quello che è certo è che la principessa Pizza era l'ultima erede rimasta di tutta la famiglia reale e che le 555 guardie erano l'intero esercito che l'isola aveva a disposizione.
Per questo l'isola si chiama Pizzasparita.
Per questo non ci sono più re e regine.
Per questo il numero 5 è molto rispettato.

domenica 13 luglio 2008

Nuova invenzione tecnologica: il Lib-Ro

Le meraviglie del progresso: puntata 105




Il Lib-Ro "I pilucchi di Pizzasparita".