Diciotto luglio, tre e un quarto del pomeriggio.
Piazza Ara Coeli, a Roma, è come un’isola circondata dal sole e dall’afa.
Due autobus verdi inclinati su un lato, sperduti negli spazi rettangolari del capolinea, sembrano vecchi ricordi abbandonati al loro destino.
L’autobus della linea 91 è ancora vuoto.
Il primo passeggero a salire è un signore in giacca e cravatta, di età indefinita, con una borsa da avvocato; il secondo e il terzo passeggero sono una signora piuttosto attraente insieme al bambino; il quarto passeggero è un omone corpulento, che si depone sul proprio sedile con un esagerato sospiro. Tutti e quattro si trovano nella metà anteriore dell’autobus, vicino al posto guida del conducente, assente.
Soltanto l’uomo in giacca e cravatta ha scelto un posto rivolto in avanti, verso il frontale della vettura, mentre l’omone, la signora e il bambino si sono accomodati in due file di sedili sistemati gli uni di fronte agli altri: l’omone da una parte, la mamma col bambino dalla parte opposta, il signore con la borsa da avvocato un po’ defilato.
«Che caldo terribile», dice l’omone a tutti, asciugandosi il collo con un fazzoletto di cotone. Ha più di sessant’anni, il viso grande e poche rughe, le maniche della camicia rimboccate, le braccia assai robuste. Alla signora chiede: «E' molto tempo che aspettate di partire?»
La signora sorride timidamente. «Veramente sono salita solo da un paio di minuti.»
L'omone annuisce e si rivolge all'uomo con la borsa da avvocato: «E lei? Sta aspettando da molto?»
Il professionista non gira nemmeno lo sguardo. «Io sono salito un attimo prima della signora.»
«Ah.»
C'è “Ah” e “ah”, e quello dell'omone non è nemmeno lontanamente un “Ah” di soddisfazione. Si guarda un poco intorno, per valutare la situazione, dopodiché si rivolge di nuovo alla signora.
«Che bel bambino simpatico. Quanti anni ha?»
Il bambino in questione, seduto a gambe penzoloni accanto alla mammina, comincia a battere i talloni contro la base del sedile.
La signora sorride e dice, accarezzandogli la testa: «Quattro anni e mezzo». Immediatamente il piccolo si mette a battere i piedi ancora più forte.
«E come ti chiami, eh?», insiste l'omone, che a quanto pare ha voglia di chiacchierare.
Il bambino si protende in avanti e si gonfia come un rospo. «Alessandro!», proclama, con voce lacerante, facendo sussultare il signore con la borsa.
Salgono altre tre persone: due ragazze dalla carnagione molto pallida e un ragazzo con gli occhi da orientale. Prendono posto in tre sedili uno dietro l'altro, sul lato destro della vettura e quasi in fondo, ben separati dagli altri passeggeri. Dal modo di vestire e soprattutto dal modo di sorridere, senza apparente motivo e senza apparente riposo, si capisce che sono stranieri, soltanto di passaggio, e non indigeni locali, costretti a rimanere.
L'omone li osserva con disapprovazione, tamponandosi il sudore con il fazzoletto di cotone. Ha i primi due bottoni in alto della camicia bianca sbottonati e da sotto sporge il collo di una vissuta canottiera.
«So la canzone di Furia», dichiara il figlio della signora, smettendo di battere i talloni.
L'omone dice: «Ah sì? Che bravo» e subito dopo aggiunge: «Ma non parte mai, quest'autobus? L'autista se ne è andato al bar, scommetto. Mentre noi, qui dentro, ci schiattiamo di caldo!»
La lamentela è chiara, l'accusa pure. Le parole si spandono nella vettura, con una durezza inaspettata, che, esaurito l’effetto effimero della sorpresa, non producono particolari risultati. Nessun commento da parte del signore in giacca e cravatta, che tira fuori dalla sua borsa un quotidiano spiegazzato; un sorriso incerto sul volto della bella signora, che sposta lo sguardo verso un punto lontano, al di là dei finestrini; un paio di risatine prive di significato dalle due ragazze pallide e straniere; un’occhiata di sbieco, un po’ preoccupata, da parte del loro amico con gli occhi a mandorla, tipo cane da pastore che controlla l’orizzonte.
Solo il bambino riprende l'iniziativa.
«Ti canto la canzone di Furia, eh?», propone, con aria speranzosa, e basta che l'omone sorrida automaticamente per attaccare a razzo: «Furia cavallo del west! Che beve solo caffè!»
Al suono di queste stridule strofette, sale l'autista dell’autobus. Un giovanotto dall'aria diffidente, che apre lo sportelletto di vetro del suo posto di guida e si immerge subito nella lettura di un giornale sportivo.
«Speriamo che adesso si parte», commenta l'omone, strizzando un occhio e facendo segno con la testa verso la cabina di guida. «Che c'è a chi gli piace vestirsi e c'è a chi gli piace tuffarsi, non so se mi spiego.» Non si era spiegato affatto, ma la signora di fronte a lui per cortesia sorride.
Il bambino intanto prosegue la sua esibizione. Purtroppo conosce poco e niente della famosa canzone che vorrebbe cantare, e la frase “Furia cavallo del west!” comincia a ripetersi in maniera molto allarmante, non facendo avanzare di un passo la melodia.
«Dai, smettila Alessandro», propone ogni tanto la madre, con la scarsa convinzione di chi è assuefatto alla sconfitta. Al terzo invito inutile, il signore in giacca e cravatta si alza per andarsi a sedere più lontano, con l’aria di chi ha già ucciso per molto meno.
L'omone gira su se stesso e si rivolge direttamente al conducente, sventolandosi il viso con il fazzoletto. «Ma non parte più, quest'autobus?», dice. «E' un'ora che stiamo aspettando, qua.»
L'autista risponde senza girarsi e senza smuovere le pagine del suo giornale. «L'autobus parte quando è ora di partire, alle tredici e venticinque. C'è una tabella di marcia che bisogna rispettare.»
L'omone alza le spalle e si asciuga la fronte, che luccica vistosamente. «Quando gli fa comodo, c'è la tabella di marcia», commenta in tono sarcastico, cercando lo sguardo della bella signora.
Il ragazzo straniero mormora qualcosa di incomprensibile e le sue amiche ridono come bambine.
«Ecco, la figura che ci facciamo, con i turisti», commenta l'omone, puntando il doppiomento verso il terzetto. «Che poi ci meravigliamo, quando dicono che gli italiani sono sfaticati.»
Stavolta l'autista dell'autobus si agita sul sedile, mandando un primo segnale di irritazione, ma a parte questo non dice nulla, neanche un sospiro, e l'uomo corpulento si rivolge di nuovo alla signora.
«Ma lei che ora fa? Possibile che ancora non sono le tre e venticinque?»
Lei ruota delicatamente il polso, per guardare l’ora sull'orologio.
«Io faccio le tre e ventitrè.»
«Allora, se Dio vuole, tra due minuti partiamo», conclude l'omone, con una smorfia carica di sarcasmo.
Segue un silenzio gonfio d’imbarazzante attesa, che in qualche modo contagia anche il bambino. Il fazzoletto dell’uomo che si sta lamentando, sventola incessamente avanti e indietro.
A pochi secondi dalle tre e venticinque, facendo ricorso al proprio orologio interno, l'omone non riesce a trattenersi e dice ad alta voce: «Voglia di lavorare, saltami addosso.»
Nella cabina di guida si sente il rumore del giornale sportivo, che viene sbattuto da qualche parte, e quello della leva del cambio, che viene strattonata avanti e indietro, mettendo in moto diabolici meccanismi.
Il motore borbotta di scontentezza e tutto l'autobus prende a vibrare in maniera evidente. Le porte dell’autobus si chiudono bruscamente e la vettura comincia ad allontanarsi dal suo capolinea.
Come già detto, piazza Ara Coeli è una piccola isola circondata dal caldo e dalla strada asfaltata.
Il 91 gira intorno all'isola, la costeggia con calma seguendo un arco di 180 gradi, quindi si ritrova sul lato opposto della stessa via da cui è partito (centocinquanta, duecento metri un po’ più avanti) dove c’è una fermata d’autobus che riguarda tre-quattro linee, oltre a quella del 91. Poiché in quel momento non c’è neanche un’anima, ad aspettare sul marciapiede, il conducente continua tranquillo, la stessa andatura, quando inaspettatamente si sente squillare il campanello di richiesta di stop.
Sebbene sorpreso, l'autista frena e poi rifrena un po’ più forte, finchè la vettura non si ferma completamente, quindi borbotta qualcosa che non si capisce bene e guarda nello specchietto retrovisore interno, per capire chi è che ha suonato per la fermata.
Maestosamente, con indolente fatica, come un monarca ormai segnato dagli anni, l'omone si alza e si dirige verso le porte aperte della discesa.
Con tutti i presenti che lo guardano affascinati, posa il suo corpo sui tre gradini, uno per volta, con più cautela di un esploratore spaziale. Tre piccoli passi, per un uomo. Un gigantesco balzo per l’Atac.
«Ma guarda ‘sto stronzo», si sente chiaramente, dalla cabina dell'autista, dopodichè le porte di uscita vengono chiuse e la vettura riprende la corsa.
“Se se la faceva a piedi, ci metteva meno di cinque minuti”, è il pensiero di tutti, a bordo del mezzo pubblico. Con un accordo raro, tra passeggeri e conducente, riguardo alla valutazione morale dell’accaduto.
“E sì, era proprio uno stronzo.”
[autore Andrea Bellizzi]
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martedì 11 agosto 2015
domenica 9 agosto 2015
Piani alti
“Avrei preferito un appartamento all’ultimo piano”, disse la ragazza guardando malinconicamente il bellissimo grattacielo.
Nonostante il cielo molto nuvoloso, che faceva filtrare solo pochi raggi di sole, alcune finestre brillavano come fari.
“Sì, lo capisco. Purtroppo abbiamo avuto moltissime richieste, in questo periodo”, spiegò l’incaricato dell’agenzia immobiliare, comprensivo.
Due giorni dopo, il satellite Felix 5 della NASA confermò che il secondo diluvio universale era cominciato davvero.
[autore Andrea Bellizzi]
Nonostante il cielo molto nuvoloso, che faceva filtrare solo pochi raggi di sole, alcune finestre brillavano come fari.
“Sì, lo capisco. Purtroppo abbiamo avuto moltissime richieste, in questo periodo”, spiegò l’incaricato dell’agenzia immobiliare, comprensivo.
Due giorni dopo, il satellite Felix 5 della NASA confermò che il secondo diluvio universale era cominciato davvero.
[autore Andrea Bellizzi]
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sabato 25 luglio 2015
Piani diabolici
Il dottor White ridacchiò soddisfatto, guardandosi intorno con le mani poggiate sui fianchi.
L’obiettivo della microcamera era nascosto benissimo, lontano dalla doccia vetrata. La vaschetta con dentro il serpente era pronta. Il meccanismo che prima faceva scorrere la piastrella e poi la rimetteva al suo posto funzionava da Dio.
Il momento di agire era alla fine arrivato. Il meritato trionfo era a portata di mano.
Il dottore guardò in direzione della microcamera, perfettamente occultata, e mosse la mano destra in segno di cordiale saluto. Quell’efficiente aggeggino gli permetteva di controllare tutto a distanza e, al momento giusto, di passare all’azione.
Per l’ennesima volta ripassò mentalmente il suo piano diabolico.
1: sua moglie Ethel entra dentro la doccia (come ogni sera, prima di andare a dormire) e lui, clic, attiva il comando a distanza.
2: la piastrella sopra la doccia si abbassa ad angolo retto e la vaschetta con dentro il serpente (un esemplare di Pseudonaja Textilis, per essere esatti) crolla di sotto.
3: la doccia è piccola, il contatto non si può evitare: un istante dopo l’impatto il serpente (dal brutto carattere) istintivamente morde che gli capita a tiro.
4: lui attivava un altro tasto del comando a distanza. La porta della stanza da bagno si chiude da sola.
5: quando la moglie, riversa per terra, non si muove più da un sacco di tempo, lui fa un ultimo clic sul comando a distanza e la porta del bagno ritorna sbloccata.
Voilà, il gioco è fatto.
La polizia cosa avrebbe trovato? Un’indifesa donnina defunta, in compagnia di un serpentaccio ben vivo.
Dato che erano in un giardino zoologico pieno di bestie pericolose, che c’era di strano se qualcuno era fuggito da una gabbia fetente per rifugiarsi in un appartamento ospitale?
Non c’era nessun motivo perché gli investigatori si mettessero a cercare altro. E tanto meno a controllare ogni centimetro della superficie di un bagno. Estremamente logico e razionale. Praticamente perfetto. Era orgoglioso di sè.
A questo punto poteva anche Immaginare i titoli dei giornali: “Direttrice dello zoo di Rosenville uccisa dal morso di uno dei suoi serpenti”, “La povera vittima tradita dalla sua passione per gli animali”. E soprattutto: “Il dottor Christopher White, marito amorevole e valente veterinario, sconvolto dall’inatteso dolore”.
Ahimé, com’è crudele il mondo.
Ora doveva soltanto allontanarsi il più velocemente possibile e a una giusta distanza. Il tempo e lo spazio erano fondamentali, per garantirsi un alibi come si deve, e la sua casetta in campagna sarebbe stata perfetta. Con tanti vicini a disposizione, avrebbe avuto anche degli ottimi testimoni.
Avere buoni rapporti, con un buon numero d’imbecilli, è certamente una comodità.
Il dottor White sorrise talmente tanto che dovette chiudere gli occhi. Quando sarebbe stato libero completamente, chissà che altre cose fantastiche avrebbe potuto inventare.
Perché la cara consorte, priva di estro creativo, non aveva mai condiviso la sua passione per i congegni meccanici e le strutture complesse. Secondo lei occupavano spazio, ne occupavano troppo. Così lui aveva preso i suoi giochi ingegnosi e li aveva portati nella casa in campagna. E li si era sbizzarrito, per ricompensarla a dovere.
Ancora gongolava, appena fuori l’appartamento-ufficio che divideva con quella palla al piede della sua consorte, quando qualcosa di enorme lo stramazzò per terra e lo fece rapidamente a pezzi.
Si trattava di Altaj, una tigre siberiana di duecentosettanta chili, che per misteriosi motivi lo detestava da sempre.
Come sapeva benissimo chi dirigeva da anni il giardino zoologico.
[autore Andrea Bellizzi]
L’obiettivo della microcamera era nascosto benissimo, lontano dalla doccia vetrata. La vaschetta con dentro il serpente era pronta. Il meccanismo che prima faceva scorrere la piastrella e poi la rimetteva al suo posto funzionava da Dio.
Il momento di agire era alla fine arrivato. Il meritato trionfo era a portata di mano.
Il dottore guardò in direzione della microcamera, perfettamente occultata, e mosse la mano destra in segno di cordiale saluto. Quell’efficiente aggeggino gli permetteva di controllare tutto a distanza e, al momento giusto, di passare all’azione.
Per l’ennesima volta ripassò mentalmente il suo piano diabolico.
1: sua moglie Ethel entra dentro la doccia (come ogni sera, prima di andare a dormire) e lui, clic, attiva il comando a distanza.
2: la piastrella sopra la doccia si abbassa ad angolo retto e la vaschetta con dentro il serpente (un esemplare di Pseudonaja Textilis, per essere esatti) crolla di sotto.
3: la doccia è piccola, il contatto non si può evitare: un istante dopo l’impatto il serpente (dal brutto carattere) istintivamente morde che gli capita a tiro.
4: lui attivava un altro tasto del comando a distanza. La porta della stanza da bagno si chiude da sola.
5: quando la moglie, riversa per terra, non si muove più da un sacco di tempo, lui fa un ultimo clic sul comando a distanza e la porta del bagno ritorna sbloccata.
Voilà, il gioco è fatto.
La polizia cosa avrebbe trovato? Un’indifesa donnina defunta, in compagnia di un serpentaccio ben vivo.
Dato che erano in un giardino zoologico pieno di bestie pericolose, che c’era di strano se qualcuno era fuggito da una gabbia fetente per rifugiarsi in un appartamento ospitale?
Non c’era nessun motivo perché gli investigatori si mettessero a cercare altro. E tanto meno a controllare ogni centimetro della superficie di un bagno. Estremamente logico e razionale. Praticamente perfetto. Era orgoglioso di sè.
A questo punto poteva anche Immaginare i titoli dei giornali: “Direttrice dello zoo di Rosenville uccisa dal morso di uno dei suoi serpenti”, “La povera vittima tradita dalla sua passione per gli animali”. E soprattutto: “Il dottor Christopher White, marito amorevole e valente veterinario, sconvolto dall’inatteso dolore”.
Ahimé, com’è crudele il mondo.
Ora doveva soltanto allontanarsi il più velocemente possibile e a una giusta distanza. Il tempo e lo spazio erano fondamentali, per garantirsi un alibi come si deve, e la sua casetta in campagna sarebbe stata perfetta. Con tanti vicini a disposizione, avrebbe avuto anche degli ottimi testimoni.
Avere buoni rapporti, con un buon numero d’imbecilli, è certamente una comodità.
Il dottor White sorrise talmente tanto che dovette chiudere gli occhi. Quando sarebbe stato libero completamente, chissà che altre cose fantastiche avrebbe potuto inventare.
Perché la cara consorte, priva di estro creativo, non aveva mai condiviso la sua passione per i congegni meccanici e le strutture complesse. Secondo lei occupavano spazio, ne occupavano troppo. Così lui aveva preso i suoi giochi ingegnosi e li aveva portati nella casa in campagna. E li si era sbizzarrito, per ricompensarla a dovere.
Ancora gongolava, appena fuori l’appartamento-ufficio che divideva con quella palla al piede della sua consorte, quando qualcosa di enorme lo stramazzò per terra e lo fece rapidamente a pezzi.
Si trattava di Altaj, una tigre siberiana di duecentosettanta chili, che per misteriosi motivi lo detestava da sempre.
Come sapeva benissimo chi dirigeva da anni il giardino zoologico.
[autore Andrea Bellizzi]
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venerdì 17 luglio 2015
Mi ami?
“Mi ami?”, chiese Claretta.
“Sì”, rispose Anton Giulio.
“Ma, mi ami davvero?”, chiese Claretta.
“Sì. Certamente”, rispose Anton Giulio.
“E quanto è grande, il tuo amore?”, chiese Claretta.
“Beh, è senza fine”, rispose Anton Giulio.
“E, faresti qualunque cosa, per me?”, chiese Claretta.
“Sì, certamente. Tutto”, rispose Anton Giulio.
“Allora, ruberesti anche, se te lo chiedessi”, disse Claretta.
“Anche a mia madre”, disse con voce profonda Anton Giulio.
“E magari, uccideresti, anche?”, chiese Claretta.
“La mia intera famiglia e tutti i miei amici”, disse con voce convinta Anton Giulio.
“Quindi faresti tutto, per me”, concluse Claretta.
“Sì. Te l’ho detto. Tutto”, confermò Anton Giulio, quasi commosso.
“Beh, allora odiami. Perché mi sono innamorata di una altro”, disse, con decisione, Claretta.
Anton Giulio dovette pensarci sopra. “Cosa?”
Claretta lo fissò intensamente. “Mi sono innamorata di un altro. Non ci posso far niente”.
Due giorni prima, una manciata di ore appena, Claretta aveva detto di amarlo intensamente. Usando, per esattezza, queste parole: “Sai, ti amo davvero tanto. Non ho mai conosciuto un uomo dolce e tenero come te.”
Anton Giulio dovette pensarci sopra. Un altro poco, almeno. “Come?”
“E non guardarmi con quell'aria da vittima!”, si spazientì Claretta. “Io, non ti amo, più!”, scandì con estrema chiarezza. “La nostra storia è finita.” Pausa piuttosto aggressiva. “La colpa non è di nessuno.” Pausa un po’ più conciliante.
“Ah”, pensò Anton Giulio, provato.
La mente a spasso, il corpo lasciato a sé, il braccio destro partì con un pugno, teso.
Claretta cadde elegantemente al suolo.
[autore Andrea Bellizzi]
“Sì”, rispose Anton Giulio.
“Ma, mi ami davvero?”, chiese Claretta.
“Sì. Certamente”, rispose Anton Giulio.
“E quanto è grande, il tuo amore?”, chiese Claretta.
“Beh, è senza fine”, rispose Anton Giulio.
“E, faresti qualunque cosa, per me?”, chiese Claretta.
“Sì, certamente. Tutto”, rispose Anton Giulio.
“Allora, ruberesti anche, se te lo chiedessi”, disse Claretta.
“Anche a mia madre”, disse con voce profonda Anton Giulio.
“E magari, uccideresti, anche?”, chiese Claretta.
“La mia intera famiglia e tutti i miei amici”, disse con voce convinta Anton Giulio.
“Quindi faresti tutto, per me”, concluse Claretta.
“Sì. Te l’ho detto. Tutto”, confermò Anton Giulio, quasi commosso.
“Beh, allora odiami. Perché mi sono innamorata di una altro”, disse, con decisione, Claretta.
Anton Giulio dovette pensarci sopra. “Cosa?”
Claretta lo fissò intensamente. “Mi sono innamorata di un altro. Non ci posso far niente”.
Due giorni prima, una manciata di ore appena, Claretta aveva detto di amarlo intensamente. Usando, per esattezza, queste parole: “Sai, ti amo davvero tanto. Non ho mai conosciuto un uomo dolce e tenero come te.”
Anton Giulio dovette pensarci sopra. Un altro poco, almeno. “Come?”
“E non guardarmi con quell'aria da vittima!”, si spazientì Claretta. “Io, non ti amo, più!”, scandì con estrema chiarezza. “La nostra storia è finita.” Pausa piuttosto aggressiva. “La colpa non è di nessuno.” Pausa un po’ più conciliante.
“Ah”, pensò Anton Giulio, provato.
La mente a spasso, il corpo lasciato a sé, il braccio destro partì con un pugno, teso.
Claretta cadde elegantemente al suolo.
[autore Andrea Bellizzi]
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Maledetta estate
"Maledetta estate", pensò Luigi, asciugandosi il sudore che gli impastava il collo.
"A lavorare così, finirò col farmi scoppiare il cuore".
Il bagaglio da sistemare perdeva litri di sangue, che non si poteva lasciare a languire. Per non parlare di quanta fatica occorreva, a impacchettare tutto per bene.
Forse sarebbe stato meglio fare come desiderava suo padre, il conducente di un autobus. Comodamente seduto ad osservare il mondo dall'alto. Con il carattere storto che si ritrovava, però, prima o poi avrebbe steso qualche automobilista arrogante o qualche pedone sventato. Non ricavandoci altro che riprovazione e sanzioni.
Almeno, in questo modo, veniva apprezzato e pagato.
"Pazienza", sospirò a bassa voce, quindi tirò fuori dalla sua valigetta tutto ciò che serviva per fare a pezzi il bagaglio e per ripulire la zona.
[autore Andrea Bellizzi]
"A lavorare così, finirò col farmi scoppiare il cuore".
Il bagaglio da sistemare perdeva litri di sangue, che non si poteva lasciare a languire. Per non parlare di quanta fatica occorreva, a impacchettare tutto per bene.
Forse sarebbe stato meglio fare come desiderava suo padre, il conducente di un autobus. Comodamente seduto ad osservare il mondo dall'alto. Con il carattere storto che si ritrovava, però, prima o poi avrebbe steso qualche automobilista arrogante o qualche pedone sventato. Non ricavandoci altro che riprovazione e sanzioni.
Almeno, in questo modo, veniva apprezzato e pagato.
"Pazienza", sospirò a bassa voce, quindi tirò fuori dalla sua valigetta tutto ciò che serviva per fare a pezzi il bagaglio e per ripulire la zona.
[autore Andrea Bellizzi]
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venerdì 22 febbraio 2013
L'ultimo voto (cap. 7 - FINE)
C’era un accordo, rimuginò Maurizio. E con il suo voto avrebbe fatto vincere il governo… ma proprio il governo, con i suoi errori, avrebbe dimostrato che aveva ragione l’opposizione. Partì deciso. «Beh, mi dispiace, ma io non sono d’accordo. Non potete costringermi a fare una cosa che non voglio fare. Io ho il diritto di…»
«Allora non ha capito, Zadra! Le stiamo parlando del bene della Federazione, non del suo», si spazientì Sparini. «Se crede che a me piaccia, questa storia... Ma non è questione di gusti personali. Con un inutile cinquanta per cento più uno, avremmo soltanto una merdosa vittoria di Pirro! Per quello che dobbiamo fare, per la medicina velenosa che dovremo dare a tutti, non possiamo fare affidamento solo su metà della popolazione o sui voti incerti degli astenuti. Dobbiamo essere pragmatici e pazienti, per poter introdurre i nostri cambiamenti. Dovremo essere più che intelligenti: dovremo essere disperati! E per fare questo dovremo utilizzare anche la collaborazione dei nostri avversari… Anzi, soprattutto la loro collaborazione.» Maurizio si tirò su a sedere per bene, usando tutta la forza che aveva in corpo. «Sì, ho capito. Può darsi che abbiate fatto tutti i ragionamenti giusti e che questo sia uno splendido piano per il futuro... Intanto, però, lei è l’unico signore del suo partito e dell'opposizione che ho sentito, e comunque sia non voglio finire sui giornali o peggio ancora sui libri di scuola per avere votato a cavolo e non come volevo io. Insomma, non voglio essere comandato.» «Comandato? Guardi che lei può fare come vuole», ribatté Sparini. «Se pensa di essere più intelligente dei migliori analisti politici che il paese abbia a disposizione…»
L’onorevole gettò la sigaretta in terra e prese un videofonino da una tasca interna della giacca. «Per quanto riguarda altri signori più autorevoli di me, l’accontento subito», disse, componendo velocemente un numero. «Pronto? Sì, sono Sparini. Il nostro uomo ha dei dubbi e desidera conferme.» Un leggero brusio dal parallepipedo nero e l’onorevole passò l’apparecchio a Maurizio. «Ecco a lei, Zadra. Le basta parlare con i segretari di Assistenza e Cooperazione, Democrazia Nazionale e Uguaglianza Per Tutti?»
Lo schermo del videofonino rimandava l'immagine di tre uomini dai volti tirati, fin troppo famosi.
Maurizio prese l'apparecchio e parlò con i segretari dei maggiori partiti del blocco di opposizione, che gli confermarono parola per parola le richieste di Sparini. Lui, che non se l’aspettava, disse ben poco. Frastornato com’era, borbottò molti “però”, “beh”, “forse”, “capisco”; ma la parola più importante che disse fu “no”.
Maurizio restituì il videofonino all’onorevole e quello lo usò per dire: «Sì... Sì... Va bene... Ho capito.» Sparini rimise il videofonino in tasca e guardò Maurizio insistentemente, come d’altronde fece anche il ministro Mariani. Il primo a cedere fu Maurizio, che disse: «Mi dispiace. Mi dispiace molto, ma... Questa faccenda per me è troppo grave e complicata. Non ci riesco ad affrontarla, mi dispiace.»
«Quindi che intende fare? Votare per l’opposizione?», chiese il Ministro dell’Informazione.
Maurizio si costrinse a mostrare fermezza. «Io non intendo fare niente. Resterò in questa stanza, oppure dentro casa mia, a curarmi. Questa volta non andrò a votare per nessuno. Sono in convalescenza, e per ora ci voglio rimanere.»
Sparini annuì senza manifestare alcuna emozione. Si limitò a dire: «Capisco. Lei se ne lava le mani.»
Maurizio preferì non ribattere niente, a disagio.
«Arrivederci, signor Zadra. Auguri per la sua convalescenza.»
Il ministro Mariani da parte sua fu ancora più sintetico. Disse soltanto: «Arrivederci», e seguì Sparini fuori della stanza.
* * *
Nel corridoio, seduti in due panchine separate, c’erano il dottor Luciani e l’infermiera giovane e carina, più due uomini in piedi, dall’aria efficiente e pericolosa.
Sparini e Mariani fecero segno al dottor Luciani di seguirli, mentre il dottore disse all’infermiera di entrare nella stanza di Zadra.
«E adesso?», chiese il rappresentante del governo al rappresentante dell’opposizione, a bassa voce.
«Adesso adottiamo il piano B, come era previsto in questo caso», rispose Sparini, guardando il dottor Luciani.
«La signora Vanni?», chiese il dottore, per avere conferma delle istruzioni già avute.
«Sì, la signora Vanni», confermò Sparini. «Zadra invece va rimesso a riposo.»
Il dottore annuì, per far capire che aveva capito, e si allontanò con passo spedito.
Sparini si accese con nervosismo un’altra sigaretta.
«Pensa che con questa Vanni avremo più successo?», chiese Mariani, mettendo in bocca una caramella dal forte odore di menta.
«Dal suo dossier risulta che ha bisogno di quattrini», rispose Sparini. Passò al ministro un foglio di carta ripiegato.
«Ah. Nell’incidente il marito è morto, e mentre lei era in coma la figlia è stata affidata a una zia… Poteva contare soltanto sulle entrate del marito, quindi non penso proprio che ci darà problemi», commentò Mariani.
Sparini annuì e il ministro Mariani si rilassò ulteriormente. Sparini annuì e il ministro Mariani si sbilanciò ulteriormente. «Era più adatto un uomo, per dare peso al voto, ma tutto sommato va bene lo stesso... Sicuramente non ci sarà bisogno del piano C, mio caro amico.»
Sparini aspirò con forza e le sue narici fumarono come se fosse un vecchio drago. «No. Penso di no», disse, a bassa voce. E più per se stesso che per Mariani aggiunse: «Esimio collega.»
[FINE] [autore Andrea Bellizzi]
«Allora non ha capito, Zadra! Le stiamo parlando del bene della Federazione, non del suo», si spazientì Sparini. «Se crede che a me piaccia, questa storia... Ma non è questione di gusti personali. Con un inutile cinquanta per cento più uno, avremmo soltanto una merdosa vittoria di Pirro! Per quello che dobbiamo fare, per la medicina velenosa che dovremo dare a tutti, non possiamo fare affidamento solo su metà della popolazione o sui voti incerti degli astenuti. Dobbiamo essere pragmatici e pazienti, per poter introdurre i nostri cambiamenti. Dovremo essere più che intelligenti: dovremo essere disperati! E per fare questo dovremo utilizzare anche la collaborazione dei nostri avversari… Anzi, soprattutto la loro collaborazione.» Maurizio si tirò su a sedere per bene, usando tutta la forza che aveva in corpo. «Sì, ho capito. Può darsi che abbiate fatto tutti i ragionamenti giusti e che questo sia uno splendido piano per il futuro... Intanto, però, lei è l’unico signore del suo partito e dell'opposizione che ho sentito, e comunque sia non voglio finire sui giornali o peggio ancora sui libri di scuola per avere votato a cavolo e non come volevo io. Insomma, non voglio essere comandato.» «Comandato? Guardi che lei può fare come vuole», ribatté Sparini. «Se pensa di essere più intelligente dei migliori analisti politici che il paese abbia a disposizione…»
L’onorevole gettò la sigaretta in terra e prese un videofonino da una tasca interna della giacca. «Per quanto riguarda altri signori più autorevoli di me, l’accontento subito», disse, componendo velocemente un numero. «Pronto? Sì, sono Sparini. Il nostro uomo ha dei dubbi e desidera conferme.» Un leggero brusio dal parallepipedo nero e l’onorevole passò l’apparecchio a Maurizio. «Ecco a lei, Zadra. Le basta parlare con i segretari di Assistenza e Cooperazione, Democrazia Nazionale e Uguaglianza Per Tutti?»
Lo schermo del videofonino rimandava l'immagine di tre uomini dai volti tirati, fin troppo famosi.
Maurizio prese l'apparecchio e parlò con i segretari dei maggiori partiti del blocco di opposizione, che gli confermarono parola per parola le richieste di Sparini. Lui, che non se l’aspettava, disse ben poco. Frastornato com’era, borbottò molti “però”, “beh”, “forse”, “capisco”; ma la parola più importante che disse fu “no”.
Maurizio restituì il videofonino all’onorevole e quello lo usò per dire: «Sì... Sì... Va bene... Ho capito.» Sparini rimise il videofonino in tasca e guardò Maurizio insistentemente, come d’altronde fece anche il ministro Mariani. Il primo a cedere fu Maurizio, che disse: «Mi dispiace. Mi dispiace molto, ma... Questa faccenda per me è troppo grave e complicata. Non ci riesco ad affrontarla, mi dispiace.»
«Quindi che intende fare? Votare per l’opposizione?», chiese il Ministro dell’Informazione.
Maurizio si costrinse a mostrare fermezza. «Io non intendo fare niente. Resterò in questa stanza, oppure dentro casa mia, a curarmi. Questa volta non andrò a votare per nessuno. Sono in convalescenza, e per ora ci voglio rimanere.»
Sparini annuì senza manifestare alcuna emozione. Si limitò a dire: «Capisco. Lei se ne lava le mani.»
Maurizio preferì non ribattere niente, a disagio.
«Arrivederci, signor Zadra. Auguri per la sua convalescenza.»
Il ministro Mariani da parte sua fu ancora più sintetico. Disse soltanto: «Arrivederci», e seguì Sparini fuori della stanza.
* * *
Nel corridoio, seduti in due panchine separate, c’erano il dottor Luciani e l’infermiera giovane e carina, più due uomini in piedi, dall’aria efficiente e pericolosa.
Sparini e Mariani fecero segno al dottor Luciani di seguirli, mentre il dottore disse all’infermiera di entrare nella stanza di Zadra.
«E adesso?», chiese il rappresentante del governo al rappresentante dell’opposizione, a bassa voce.
«Adesso adottiamo il piano B, come era previsto in questo caso», rispose Sparini, guardando il dottor Luciani.
«La signora Vanni?», chiese il dottore, per avere conferma delle istruzioni già avute.
«Sì, la signora Vanni», confermò Sparini. «Zadra invece va rimesso a riposo.»
Il dottore annuì, per far capire che aveva capito, e si allontanò con passo spedito.
Sparini si accese con nervosismo un’altra sigaretta.
«Pensa che con questa Vanni avremo più successo?», chiese Mariani, mettendo in bocca una caramella dal forte odore di menta.
«Dal suo dossier risulta che ha bisogno di quattrini», rispose Sparini. Passò al ministro un foglio di carta ripiegato.
«Ah. Nell’incidente il marito è morto, e mentre lei era in coma la figlia è stata affidata a una zia… Poteva contare soltanto sulle entrate del marito, quindi non penso proprio che ci darà problemi», commentò Mariani.
Sparini annuì e il ministro Mariani si rilassò ulteriormente. Sparini annuì e il ministro Mariani si sbilanciò ulteriormente. «Era più adatto un uomo, per dare peso al voto, ma tutto sommato va bene lo stesso... Sicuramente non ci sarà bisogno del piano C, mio caro amico.»
Sparini aspirò con forza e le sue narici fumarono come se fosse un vecchio drago. «No. Penso di no», disse, a bassa voce. E più per se stesso che per Mariani aggiunse: «Esimio collega.»
[FINE] [autore Andrea Bellizzi]
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mercoledì 6 aprile 2011
NON SI FA COSI'

NON SI FA COSI'
Lorenzo entrò nel bar col passo un po’ svogliato di chi vuol far vedere di essere stanco, magari per via di un fantomatico lavoro, e prese uno dei giornali gratuiti che si trovavano su un tavolino.
«Ohi, mister Lorenzo. Ben svegliato», disse l’uomo che era alla cassa degli scontrini. Lorenzo, che stava leggendo i titoli in prima pagina, non gli rispose.
«Va tutto bene, mister?», insistette l’uomo. «Come vanno le cose?»
Lorenzo amava le pause. Avvicinandosi al bancone delle consumazioni, si limitò a dire: «Una favola», senza girarsi.
«Ho capito. E’ una di quelle giornate no», concluse l’uomo alla cassa, ammiccando a un altro uomo.
L'altro uomo stava pulendo con un panno avana di finta renna il lungo bancone di finto marmo in cui si servivano le consumazioni. Guardò Lorenzo con la pazienza di chi è abituato a trattare con gente di ogni genere e propose: «Ci vogliamo tirare su con un caffè bello forte?»
Lorenzo fece una smorfia. «No, meglio un cappuccino.» Pausa. «Con un cornetto caldo.» Pausa. «Come ce l’hai?»
L’uomo del bancone si spostò verso la zona dolciumi. «Di tutti i tipi. Semplice, con la cioccolata, la crema oppure la marmellata.»
Lorenzo assunse un’aria sospettosa. «Marmellata di che?»
L’uomo voltò uno dei cornetti per controllare. «Penso ciliegia.»
L'aria sospettosa di Lorenzo non scomparve. «Dammelo con la crema. Preferisco», concluse, e buttò un'occhiata scettica sulla parte destra del locale.
Da quella parte c’erano i tavolini per sedersi. Sedute a consumare, in quel momento, soltanto tre persone. Amici di Lorenzo, sicuramente, perché gli fecero cenno di avvicinarsi.
«Adesso vengo», assicurò Lorenzo, muovendo senza fretta un braccio in segno di conferma. Intanto però prese il cornetto che gli porgeva l’uomo del banco e gli diede un morso, a cui seguì una nuova pausa di valutazione.
Le pause erano importanti, per Lorenzo, perchè questi intervalli gli servivano per percepire il mondo e per avere coscienza di se stesso. O forse dei cornetti. Insomma, in questo caso dell'interazione tra se stesso e il cibo che mangiava. Per cui con calma diede un secondo morso al suo cornetto, quindi indicò all'uomo del bancone il tavolo degli amici e disse: «Mi porti il cappuccino lì, per favore, e anche un altro cornetto come questo.»
Quando Lorenzo fu finalmente seduto davanti a lui, con l'ultimo pezzo del primo cornetto in mano, l'amico più basso commentò: «Ce l’hai fatta, a venire.»
Pausa.
«Pensavo che eri finito sotto a una macchina», osservò invece l'amico di mezzo, facendo sorridere gli altri due.
Lorenzo finì di mangiare il cornetto senza scomporsi.
«Oh: c'è chi c'è morto, ad aspettare una risposta», sbottò di nuovo l'amico più basso.
Lorenzo scacciò l’aria con una mano. «Lasciatemi stare, che stamattina è stata una levataccia», disse.
L'amico più alto si stupì. ««Te? Una levataccia? E’ quasi mezzogiorno: che levataccia hai fatto? Per fare una levataccia, allora stai parlando di sette ore fa.»
«Ma che sette ore fa! E’ alle dieci di stamattina, che mi sono venuti a rompere i coglioni», scattò Lorenzo, con un'energia inaspettata.
I suoi tre amici, presi alla sprovvista, si presero cinque secondi di silenzio e di riflessione.
«Le dieci di mattina non fanno parte della categoria delle levatacce», osservò con un pizzico di perfidia l'amico più basso.
«Per te che vai a dormire prima di mia nonna», lo fulminò Lorenzo, ancora più irritato, dopodiché guardò il cameriere che si avvicinava per portargli il secondo cornetto col cappuccino e continuò ad alta voce: «Che cazzo campi a fare, vorrei sapere.»
L’amico di mezzo e quello più alto si misero a ridere e il cameriere posò un vassoio davanti a Lorenzo.
«Ti verrà il diabete», disse l’amico più basso, quando Lorenzo versò nella tazzina fumante tre cucchiaini di zucchero. Lo disse per rivalersi, ma Lorenzo non gli badò per nulla.
L'amico di mezzo invece chiese: «E poi chi era, che ti è venuto a svegliare alle dieci?»
Lorenzo, che era impegnato ad asciugarsi la bocca, si limitò a scuotere la testa.
«Ma poi, scusa, tu non sei quello che non apre la porta a nessuno?», osservò l’amico più alto, che aveva buona memoria.
L’amico di mezzo si incuriosì immediatamente. «Cos’è ‘sta storia che non apre a nessuno?»
L’amico più basso colse la palla al balzo per vendicarsi. «Che, non lo sai? Lorenzo non risponde al citofono e neanche alla porta. Tu puoi suonare e bussare quanto ti pare. Lui fa finta di niente e non ti apre nemmeno se muori.»
L’amico di mezzo fece una faccia perplessa. «E perché ‘sta stronzata?», chiese.
«Per non pagare le multe», spiegò l’amico più basso, ridacchiando di gusto.
«Ma va? Davvero? Ma che davvero è così, Lorenzo?», chiese l’amico di mezzo.
Lorenzo smise di bere il suo cappuccino e assunse un’aria pensosa, cercando le parole giuste per spiegare la cosa.
«E’ che le multe io non le pago.» Pausa. «Non le pago e non intendo pagarle mai», sintetizzò.
La cosa, però, non era per niente chiara. Infatti l’amico di mezzo, che aveva bisogno di avere informazioni più chiare, insistette: «E allora? Che centra col fatto del citofono e della porta?»
Lorenzo si passò la lingua sui denti davanti, mentre si concentrava.
«Per farti pagare la multa, te la devono consegnare personalmente. Ti devono trovare e te la devono dare. Se tu non apri a nessuno, non ti possono consegnare nessun avviso di multa e nessuna notifica. Punto», spiegò.
«Va be’, ma se un amico o un parente ti vogliono venire a trovare a casa, allora che devono fare?»
«Mi chiamano sul cellulare. Mi chiamano sul cellulare e ci mettiamo d’accordo.»
Seguirono altri cinque secondi di riflessione. Lo standard temporale per ogni reazione sensata, da parte del gruppo.
«E la faccenda dell’alzataccia?», chiese di nuovo l’amico di mezzo.
«Niente, stavo dormendo tranquillo in camera mia - che ieri notte ho suonato in un pub dall’altra parte del mondo - quando sento suonare al citofono con insistenza, un sacco di volte.»
«E chi era?»
Lorenzo alzò vistosamente le spalle. «E che cazzo ne so? T'ho detto che non rispondo al citofono, io. Mi sono girato nel letto, incazzato nero, e ho aspettato che la facessero finita di suonare.» Pausa. «Magari erano dei ragazzini rompicoglioni.»
L’amico di mezzo annuì.
«Solo che passa un quarto d’ora, venti minuti, penso - io mi ero praticamente riaddormentato - e sento che suonano anche alla porta.» Pausa di riflessione più profonda. «Cazzo.»
Un’altra pausa da parte di tutti.
«E tu non hai aperto nemmeno questa volta», suggerì l’amico più alto, con un po’ di impazienza.
Lorenzo fece una smorfia scandalizzata. «Certo che no. Non apro a nessuno, t’ho detto, se non mi chiamano al cellulare.» Di nuovo pausa. «Solo che questo suonava al campanello esattamente come prima avevano suonato al mio citofono, con la stessa insistenza. Drin, drin, drin, senza piantarla. Insomma, da vero rompicoglioni.»
«Strano», si sentì in dovere di dire l’amico più alto. Anche gli altri due non poterono fare a meno di annuire.
«Mi faceva venire il sangue al cervello», chiarì Lorenzo, toccandosi la testa con un dito. «Avevo un sonno dell’accidente e questo qua suonava senza interruzione.»
«Cazzo. Ce ne sono di matti in giro!», sentì di dovere aggiungere l’amico più alto.
Lorenzo tornò pensieroso.
«Poi a un certo punto l’ha piantata, e pensavo che fosse finita là», disse. «Sembrava che mi potessi riaddormentare in santa pace e stavo lì lì per farlo, quando ho sentito muovere la porta, tric e trac.»
Stavolta si stupì anche l’amico più basso.
«Cavolo! E non ti sei alzato a vedere chi è che rompeva?», chiese.
Lorenzo ingobbì le spalle, in modo aggressivo. «Quando è troppo è troppo. Ho pensato “è quella stronza della donna che mi viene a fare le pulizie”. Una polacca russa rumena che una volta mi capisce e cinque volte no. Cazzo, gliel’ho detto e ridetto che non mi deve rompere prima di mezzogiorno e lei ci ricasca sempre. Allora mi sono alzato e sono andato a cazziarla di brutto, così ho spalancato la porta di scatto.»
Pausa, durante la quale Lorenzo cambiò l’espressione del viso, di colpo sulla difensiva.
«Solo che io abito all’ultimo piano. In quello che era un lavatoio, una volta, e poi hanno cambiato in un appartamentino.» Pausa. «Il fatto è che la mia porta di casa non si apre verso l’interno, come tutte le porte di casa, ma verso l’esterno, perché appunto era un lavatoio.»
«E allora?», lo incalzò l’amico di mezzo, a cui non fregava niente dei lavatoi.
«E allora ho dato una sportellata tremenda a un tizio che stava piegato in avanti dall’altra parte. Così quello ha fatto uno zompo in alto di un metro e mezzo ed è schizzato giù per le scale.»
(... SEGUE)
Dalla raccolta di racconti brevi di Andrea Bellizzi "La gente è strana", Edizioni Simple
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IL PESCATORE GENEROSO

Avarizia: totale incapacità di essere generosi.
«Portala a cenare in buon ristorante e diglielo chiaramente.»
Rodolfo accentuò l’espressione pensosa e chiese: «Glielo devo dire chiaramente?»
Giuliano accentuò l'espressione decisa e rispose: «Visto che non capisce o che fa finta di non capire.»
Di fronte a Rodolfo si riaprì un immenso crepaccio di indecisione.
«Ma siamo amici da più di dieci anni... Lei mi considera un amico. Tutti i nostri amici sono abituati a considerarci solo amici!»
Giuliano si tolse la sigaretta di bocca e sbuffò una vistosa nuvola di fumo.
«E chi se ne frega. Che razza di amicizia è, se pensi sempre a metterle le mani addosso?»
Rodolfo apprezzò la schiettezza dell'amico, diretta ma non sboccata, però l'ampiezza del suo personale crepaccio non si ridusse di un centimetro, anzi.
«E perché dovrei dirglielo in un ristorante?»
«In un buon ristorante», lo corresse Giuliano.
«E perché dovrei dirglielo in un buon ristorante?»
«Perché questa Eleonora che ti piace tanto adora i viaggi e mangiare bene. Per cui non mi sembra il tipo che si accontenta di pizza e bruschetta. O no?»
Rodolfo annuì, seppure controvoglia, e Giuliano tirò una pensosa tirata dalla sua sigaretta.
«Hai detto che le piace mangiare il pesce?»
Rodolfo confermò.
«Ne va matta.»
«Allora falla godere. Portala a farsi una scorpacciata di pesce, falle scolare mezza bottiglia di vino, guardala dritta negli occhi e dille che ti fa impazzire.»
«Al ristorante?», chiese conferma Rodolfo, dubbioso.
«Sì.»
«Coi tavoli vicini da cui ci possono sentire?»
Giuliano sbuffò un'altra nuvola di fumo, irritato.
«Che te ne frega a te, di chi ci sta ai tavoli vicini! Tu guarda la tua Eleonora negli occhi verdi e falle capire che sei convinto, deciso. Vuoi solo lei.»
Rodolfo ci pensò su.
«Insomma, ci devo provare in un ristorante.»
«In un buon ristorante», ribadì Giuliano. «Se te la vuoi portare a letto, devi spendere come si deve.»
Rodolfo sentì franare un'altra porzione di parete, fra sé e il maledetto crepaccio.
Rodolfo osservò la lista degli Antipasti, elegantemente trascritta in caratteri pieni di ricciolute escrescenze, e si sentì pervadere da fastidiosi brividi di preoccupazione.
La cosa più economica riportata nella lista erano i "Carciofi alla Romana", da 8,00 euro, mentre la più costosa era un inquietantissimo "Jamon iberico (24 mesi stagionatura)", da ben 26,00 euro.
Si era psicologicamente preparato a spendere al massimo cento euro, ma già gli antipasti rischiavano di mandare a monte ogni previsione.
«Cosa ne pensi di un sauté di cozze e vongole veraci e di qualche ostrica col vino?», propose Eleonora, con un sorriso splendido e il tono di voce di chi si sta divertendo.
12 euro per il sautè e altri 3 per ogni ostrica ordinata.
«Sì, va bene. Le cozze e le vongole mi piacciono. Le ostriche, se vuoi, prendile solo tu. Per me sono troppo... forti. Si sente troppo il sapore di mare. »
«Oh... Allora prendi il carpaccio di polipo. Facciamo un sautè di cozze e vongole e una porzione di carpaccio, e ce le dividiamo metà e metà. Che te ne pare, come idea?»
Carpaccio di polipo 12,00 euro.
«Sì, mi pare una buona idea», ammise Rodolfo, sorridendo a denti stretti.
«E poi, dopo gli antipasti, cosa ti attira di più? La pasta o un bel secondo? Secondo me non ce la facciamo a mangiare tutti e due», osservò Eleonora.
«Sì, hai ragione. Poi va a finire che uno si riempie troppo», confermò Rodolfo. «E non si gusta più quel che si è mangiato.»
Eleonora annuì giudiziosamente.
«Io scelgo un pesce spada al salmoriglio», disse.
18,00 euro.
«E per contorno delle patate al forno, che ne vado matta», continuò.
3,50 euro, verificò Rodolfo. Però poteva andare peggio, tutto sommato.
«E tu, invece?»
Rodolfo controllò la lista dei secondi, sentendosi incalzato.
«Io prendo i calamari alla griglia», disse. Il costo di 14,00 euro gli parve il più ragionevole da sopportare.
«E come contorno?», chiese Eleonora.
Maledizione, anche il contorno.
«Come contorno, dici? Eh... un po' di spinaci all'agro.»
Eleonora approvò. «Buoni.»
Altri 3,50 euro.
Il cameriere, alto, distinto, con un sorriso garbatamente professionale, guardò prima Eleonora e dopo Rodolfo, chiedendo: «I signori hanno già scelto cosa ordinare?»
«Eh... sì. Abbiamo scelto», ammise Rodolfo.
«Come antipasti?»
«Per me, un carpaccio di polipo, per favore.»
«E la signora?»
«Un sautè di cozze e vongole», disse Eleonora. «E un paio di ostriche», aggiunse a sorpresa.
Il cameriere approvò. «Molto bene. E come primi?»
Le ostriche avevano preso Rodolfo un po' alla sprovvista. Altri sette euro di spesa, se ricordava bene.
Il cameriere lo guardò con aria interrogativa.
«Eh... niente primi, grazie. Preferiamo prendere direttamente i secondi», spiegò Rodolfo.
«Va bene. Come secondi?»
«Io prendo i calamari alla griglia, con un contorno di spinaci all'agro.»
«E la signora?»
Eleonora sorrise al cameriere in modo affascinante. «Vorrei un bel pesce spada al salmoriglio e tante patate al forno come contorno.»
Anche il cameriere sorrise. «Un bel piattone di patate al forno. Molto bene. E cosa desiderano da bere?»
Da bere, già. Chissà quanto costavano i vini del locale, si chiese Rodolfo, cercando con nervosismo la pagina dei vini.
«Potrebbe andare bene una Falanghina della Campania. Tu che ne pensi?», disse Eleonora, rivolgendosi a Rodolfo.
Campania, Campania... Rodolfo cercò nella lista dei vini, suddivisa per regione, la parte dedicata alla Campania e finalmente la trovò.
“ Falangina, vendemmia tardiva, 2006 IGT, € 19,00
Falangina, 2007 DOC, € 21,00
Greco di tufo, 2007 DOCG, € 25,00
Fiano di Avellino, 2007 DOCG, € 25,00”
Se non c'era un errore di stampa e la Falanghina era cosa diversa dalla Falangina, il costo del vino era di diciannove euro. Il meno caro, tra i quattro elencati, ma Rodolfo provò lo stesso un istinto di ribellione, pensando a quanto di meno sarebbe costato al supermercato.
«Sì. Mi sembra perfetto», mentì, con un gran sorriso.
«Molto bene», approvò il cameriere. Con un sorriso più convincente di quello di Rodolfo si allontanò.
«Molto bene», ripeté Rodolfo, scuotendo il capo con piccoli scatti successivi, per fare il verso al cameriere. «Adesso porterò a lor signori una raffinatissima tanica di Falanghina antigelo del 2006.»
Eleonora si mise a ridere.
«Ma solo se avete fatto il bollino blu di quest'anno, sia ben chiaro», continuò Rodolfo, sentendosi in uno stato d'animo vendicativo.
«Che matto! Lo stai facendo uguale», concordò con gli occhi che luccicavano di divertimento la sua Eleonora.
Dio, quant'era bella. Sentiva il suo profumo che si spandeva fin dal lato opposto del tavolino e poteva percepire il calore e la morbidezza delle sue guance come se fossero poggiate sul proprio viso.
«Perché mi guardi così?», chiese Eleonora, civettuola.
«Perché sei bellissima», disse Rodolfo.
Lei, pudicamente, si limitò a sorridere e ad abbassare un po' lo sguardo.
Però, diciannove euro per una bottiglia da un litro e mezzo di semplice vino bianco...
L'arrivo di un nuovo cameriere, più dimesso del precedente, interruppe il momento magico o quello che era. Armeggiò con abilità col tappo della bottiglia, fino ad estrarlo, e chiese con lo sguardo a chi doveva versare il primo bicchiere.
«Lo versi alla signorina. E' lei l'esperta», spiegò Rodolfo.
Il liquido dorato si riversò nel calice di Eleonora e lei lo assaggiò con disinvoltura dicendo: «Va bene.»
Il cameriere allora ne versò un altro poco anche nel calice di Rodolfo, quindi si allontanò con discrezione.
«Cin cin, allora», propose Rodolfo.
«Salute e felicità», aggiunse Eleonora.
All'arrivo degli antipasti, gli occhi di Eleonora si spalancarono per l’entusiasmo.
«Sei sicuro di non volerne assaggiare una? Una per me e una per te, dai!»
Rodolfo scosse la testa, sorridendo.
«No, mangiale tutte e due tu. Non ti preoccupare.»
Eleonora mandò giù i sette euro delle due ostriche puzzolenti con evidente soddisfazione.
«Adoro le cozze», sentì il dovere di dire, avvicinando al proprio piatto il sautè di cozze e telline, di dimensioni imperiali.
«Queste però le dividiamo. Passami il piatto», aggiunse, e Rodolfo sorridendo glielo passò.
Buone, erano buone: questo era da ammettere. Rodolfo ne mangiò una decina con un certo gusto.
Eleonora mangiava, commentava e beveva come se fosse l'essere più appagato del mondo. Quando arrivarono anche i secondi, incredibilmente alzò ulteriormente il suo livello di eccitazione.
«Fammi sentire i calamari. Humm, sono buonissimi!», disse.
Rodolfo sorrideva di rimando, in parte soddisfatto per tanta contentezza e in parte deluso dal fatto di non provare le stesse emozioni. Cercò conforto nella bottiglia di vino immersa nel ghiaccio e con orrore si rese conto che era quasi terminata.
«Questo vino è buonissimo», disse Eleonora, finendo il vino che era nel proprio bicchiere.
Rodolfo riempì il suo bicchiere e riempì anche il bicchiere di Eleonora, finendo di scolare la bottiglia.
«Che dici, ne ordiniamo un'altra?», propose, temendo la risposta.
Eleonora si posò una mano tra i seni, sorridendo. «No, per me basta, grazie. Uff, quanto ho bevuto! Però era davvero buono.»
La mano di Eleonora si posò con naturalezza sopra la mano di Rodolfo, in segno di ringraziamento. Rodolfo avvertì una sensazione di piacere che si irradiò lungo tutto il braccio, fino ad esplodere per tutto il petto.
Dio santo, gli piaceva proprio in modo esagerato.
Il primo cameriere, quello che Rodolfo aveva preso in giro, guardò Rodolfo ed Eleonora e con un sorrisetto sicuro cominciò a recitare.
«I signori vogliono un dolce? Abbiamo un ottimo tortino di pere, nocciola e cioccolato bianco, oppure di mandarino con crema di mandarino, una caprese di mandorle cioccolato e pistacchio e la crostata di ricotta e cioccolato. Oppure, per rimanere nell’ambito del cioccolato, la mousse di cioccolato fondente. Se invece lor signori preferiscono i sorbetti, abbiamo il sorbetto al limone, al mandarino, al mirtillo e alla mela verde. Per frutta, l'ananas e tutta la frutta di stagione.»
Rodolfo si sentiva annichilito.
(...segue)
Tratto dallla raccolta di racconti brevi di Andrea Bellizzi "La gente è strana", Edizioni Simple.
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domenica 27 marzo 2011
IL MOMENTO GIUSTO

La postazione era ottima. Una collinetta nascosta dalle sterpaglie, raggiungibile solo a piedi e con un certo sforzo, esattamente di fronte alla casa del Lavoro. Tre giorni di appostamenti, per conoscere il territorio e le abitudini del Lavoro, e adesso non restava che attendere con pazienza il suo arrivo.
Le luci della casa erano tutte spente. Guardò le lancette fosforescenti dell’orologio che segnavano le 21.05 e annuì. Il Lavoro rientrava a casa intorno alle dieci meno un quarto, quindi era ampiamente dentro i tempi di routine.
Controllò con il binocolo le finestre e il perimetro che circondava la villetta. Nessun movimento, neanche da parte del Doberman del Lavoro, che stava accucciato con la testa tra le zampe, di fronte alla porta di casa.
Bene.
Verificò il caricamento dell’arma, sistemò l’appoggio per il fucile e si sdraiò il più comodamente possibile. Tarato il mirino di precisione, ripreso il binocolo per osservare la villa, cambiò il ritmo della respirazione e attese.
A cosa pensa un esecutore mentre attende il Lavoro? Per quanto lo riguardava, al tempo che trascorreva. Cinquantatre, cinquantaquattro, cinquantacinque: in mente aveva soltanto numeri che corrispondevano a secondi.
Poi veniva la palpebra da battere, il dolorino alla spalla, la sensazione di un movimento ai margini della visuale, da verificare, la tentazione di guardare l’orologio.
L’esecutore guardò l’orologio.
21.53, un leggero ritardo, praticamente insignificante; eppure un particolare che lo irritò nel profondo. La concentrazione è un’attività faticosa, in cui il passare dei minuti equivale a un spreco di energie esponenziale.
Si sorprese a desiderare una sigaretta, ma fu soltanto un attimo. Durante l’esecuzione del Lavoro non fumava mai.
Alle 21.55 inforcò di nuovo il binocolo, cambiando due volte la messa a fuoco. I numeri si susseguivano nel cervello automaticamente, in modo monotono.
L’esecutore guardò un’altra volta l’orologio: 22.06, ventuno minuti più tardi rispetto alla media. Addebitabili a un numero infinito di possibili motivi. Un guasto meccanico, un rifornimento di carburante, una telefonata imprevista; però, a lui personalmente, piaceva la puntualità durante il lavoro. Da parte di tutti.
Pensò di nuovo alle sigarette.
Aveva provato a smettere in diversi modi, ma fino ad ora con scarsi risultati. Non più un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno, come prima, però queste diciotto sigarette che consumava giornalmente gli sembravano ancora troppe. Era seccante il fatto di non avere abbastanza forza di volontà per smettere. Per la salute, per la spesa economica (soldi buttati) e perché chi dispone della vita e della morte degli altri dovrebbe avere un carattere più deciso, che cazzo. Per questo comunque erano diciotto sigarette e non venti.
Intanto si erano fatte le 22 e 13 minuti. Se per le 22 e 15 il Lavoro non si vedeva, avrebbe fumato una sigaretta comunque, per alleggerire la tensione.
(... segue)
Tratto dalla raccolta di Andrea Bellizzi "La gente è strana", Edizioni Simple.
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sabato 19 marzo 2011
LA PATENTE

Le cose non stavano andando bene, a Carlos Divera.
Il mestiere di attore era fatto di lunghe attese, e durante quest'ultima, che durava da due mesi e mezzo, non si era vista una lira una.
L'ultima volta che aveva partecipato a un film si trattava di un spaghetti-western ambientato nella pericolosa città di Corpus Christi, al confine col Messico, ma in realtà ogni scena era stata girata in Andalusia. Aveva fatto la parte di un bandito messicano che in tutto il film diceva solamente: «Non ci piace per niente, la tua faccia, gringo», e poi moriva come un cane, ma il gringo in questione era il protagonista dello spaghetti-western, ossia il personaggio principale, e al produttore della Film Axa e al regista era piaciuto molto il modo professionale in cui Divera era crollato lentamente al suolo, colpito a morte in una delle scene più importanti.
Ora Divera si trovava a Parigi, per via di un film sulla Resistenza francese, e per vari motivi il suo provino era slittato di giorno in giorno, facendo aumentare il conto dell'albergo, così si ritrovava a non avere i soldi per fare un pasto come si deve.
Il luogo esatto in cui si trovava adesso era un bistrot sulla riva sinistra della Senna, dalle parti di Rue de Sèvres, e l'ora era pericolosamente prossima a quella della cena. Alcuni turisti stavano già mangiando wurstel e crauti a un tavolo vicino, mentre sul suo, di tavolo, cercavano compagnia una tazzina vuota di caffè e le bricioline di un croissant. Un po' pochino per un uomo atletico di un metro e settantacinque, che tra l'altro aveva sempre mangiato volentieri.
Divera guardò una bambina sui dieci anni che con un boccone solo mandava giù metà di un wurstel coperto di mostarda, e si sentì stringere lo stomaco per la tristezza. La carne e il vino rosso, a cui era abituato fin da piccolo, gli mancavano in modo doloroso. Era come se l'avessero separato ingiustamente da amici di gioventù ai quali era molto affezionato. Molto.
Al tavolino accanto venne a sedere un tipo che aveva l'aria di un avvocato o di un agente immobiliare. Se la passava bene, a giudicare dal sorriso, e Divera non poté fare a meno di notare che aveva delle belle scarpe, la giacca e la cravatta in tinta e anche un viso ben rasato.
Istintivamente guardò le proprie scarpe, da ginnastica, e si toccò le guance coperte di peli neri. Portava anche lui una giacca e una camicia, quest'ultima con quadrettoni grigio scuro, ma gli mancava una cravatta al collo, sostituita, nel triangolino vuoto sotto il mento, dalla stoffa di una maglietta nera. In compenso i suoi capelli erano folti e disordinati, mentre quelli dell'avvocato erano radi e pettinati di traverso.
Divera si passò le dita nella capigliatura per trovare un po' di conforto e tornò a farsi i fatti suoi, finché non venne un cameriere a portare una bistecca all'avvocato, proprio nel momento in cui quest'ultimo si era allontanato per un attimo, forse per andare in bagno o per fare una telefonata.
Era una bistecca bella, luccicante di olio e sangue cucinato, con una fetta di limone poggiata sfacciatamente a fianco, mentre in un piatto più piccolo fumavano delle patate arrosto di contorno.
Questione di secondi e l'avvocato sarebbe ritornato per mangiare tutto, così Divera si alzò per andare via e senza pensarci afferrò la bistecca e se la mise in tasca.
(... segue)
Dalla raccolta "La gente è strana", di Andrea Bellizzi, Edizioni Simple
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lunedì 14 marzo 2011
QUESTIONE DI SPAZIO
Superbia: sentimento di superiorità rispetto agli altri.
Avete presente l’odore di macchina nuova che certe macchine nuove emanano rispetto alle altre? E’ l'odore dell’auto che vi è piaciuta di più prima di fare l’acquisto. Quella che quando avete stretto forte il volante vi ha fatto sentire i padroni. Quella che aveva il posto guida così comodo e il parabrezza così pulito da trasformare subito il mondo esterno in un posto migliore.
Il signor Giacomelli si sentiva così: in un mondo migliore. La macchina nuova ronfava come un gatto, obbedendo in modo docile ai movimenti dei suoi polsi, e lui pensava che un uomo ha pure diritto alle sue soddisfazioni, avendo appena compiuto settanta primavere.
“Mi sono fatto proprio un bel regalo”, si disse, superando la piramide Cestia e immettendosi ad andatura tranquilla all'imbocco della via Ostiense. La macchina profumava proprio di nuovo.
Su un’altra auto, proveniente da viale Marconi, l’ispettore capo Nolligi pensava all’onorevole Tortacava che si trovava nell’automobile blu che precedeva la sua, e si sentiva il nervoso salire. Non era nato per fare la scorta a parlamentari viziati, ma nonostante le sue resistenze gli avevano dato l’ordine di proteggere un pallone gonfiato, assegnandogli anche degli agenti che non conosceva.
Sulla sua bicicletta vissuta, invece, Moreno Marchigiani pedalava per via del Porto Fluviale con l'andatura regolare del professionista. Portava sulla schiena uno zainetto con dentro due birre e dei volantini per la manifestazione di protesta che stavano organizzando. Quei porci della Inutech volevano licenziare il cinquanta per cento del personale e i compagni che si erano messi contro la dirigenza e la rappresentanza di venduti, per cui bisognava fare qualcosa prima della chiusura parziale di agosto.
Moreno portava le cuffie e stava ascoltando “Taste the Pain” dei Red Hot Chili Peppers, perciò lì per lì non capì per quale cazzo di motivo le macchine davanti a lui si stavano spostando a destra, chiudendo il passaggio per lui e la sua bici; si rese conto che qualcuno le stava costringendo, quando un macchinone blu con il lampeggiante acceso, seguita da altri due automobili, li superò tutti a sirene spiegate.
«Bastardi figli di puttana», mormorò, a denti stretti. Se ne avesse avuto il potere, le avrebbe fatte esplodere con la semplice forza del pensiero.
Claudia Policami, nella sua Matiz color puffo, stava anche lei percorrendo via del Porto Fluviale, con l’intenzione di girare a sinistra all’incrocio, per imboccare via delle Conce. Doveva andare al Testaccio, a teatro, per le prove della commedia “Casa di cura Othello Holiday”, in cui recitava. Paurosamente in ritardo come al solito, picchiettava col palmo delle mani sopra il volante immobile, maledicendo la fila di macchine ferme davanti e accanto alla sua.
Il semaforo che si trovava all’incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce, molto vicino all’altro semaforo tra via del Porto Fluviale e la lunghissima via Ostiense, non riusciva a fare passare tutti prima che terminasse il verde; quando scattava il rosso diverse macchine restavano ancora là, in mezzo all’incrocio, e allora si incasinava tutto.
Oggi era uno di quei giorni in cui l’incasinamento era particolarmente intenso, e l’arrivo delle tre automobili blu, col deputato e la rumorosa scorta, di certo non migliorò la situazione.
«Cazzo, è tutto bloccato», constatò l’agente Lattuso, che stava accanto al posto di guida della prima vettura.
«Qui ci perdiamo mezz'ora», confermò l'agente Piana, che era il pilota.
Lattuso si sporse fuori dal finestrino e cominciò a gridare e ad agitare la paletta di segnalazione.
«Via, via! Spostatevi! Via!»
Le automobili che si trovavano a destra dell'auto di Lattuso provarono a spingersi ancora più di lato, ma c'era il bordo del marciapiede, piuttosto alto, e più di tanto non si potevano spostare.
«Stronzi di merda», disse l'agente Lattuso, e l'agente Piana chiese: «Che facciamo?»
Il deputato Massimiliano Tortacava, che aveva diritto alla scorta perchè qualcuno gli aveva scritto sotto casa: "Attento Tortacava: per te niente torta, ma una pallottola a punta cava", a lettere rosso sangue e col disegno di una stella a cinque punte, pensava a quella stupida di Loredana che non rispondeva al telefonino. L'aveva viziata troppo, quella stronza. Con tutti i regali che gli faceva, si permetteva di fare la preziosa.
«Siamo bloccati, onorevole.»
Il deputato smise di fissare il telefonino.
«Eh? Che cosa?»
L'autista indicò il muro di macchine davanti a loro.
«Siamo bloccati, c'è un ingorgo al semaforo. La macchina di punta non riesce a farsi spazio.»
Il deputato si irritò immediatamente.
«Come sarebbe a dire? Lo sanno fare il loro lavoro o no? Suonagli il clacson e fagli segno che dobbiamo passare», tagliò corto. Doveva arrivare a casa di Loredana al più presto. Voleva proprio vedere se quattro pezzenti potevano rallentare l'auto di un parlamentare.
L'autista del deputato premette il clacson un paio di volte, e nella macchina di scorta che stava davanti a loro due uomini si voltarono per guardarlo.
«Avanti, andate avanti», disse l'autista di Tortacava, scandendo con attenzione le parole e facendo segno di avanzare, finchè uno due uomini dentro la macchina di scorta tradusse: «L'autista dell'onorevole ha fatto segno che dobbiamo passare.»
«E dove cazzo passiamo, se è tutto bloccato?», protestò Lattuso.
«Passiamo a sinistra, andiamo contromano», propose Piana.
L'agente Lattuso ci pensò su. Alla loro sinistra, nella corsia di senso opposto, qualcosa si muoveva, appena appena. Di qualche passettino le macchine avanzavano, anche se in direzione contraria, e poi così aveva la scusa per fare casino.
«Okay. Ti faccio spazio», disse, scendendo dalla vettura.
Il pilota della seconda macchina di scorta, dietro l'Audi 4 dell'onorevole, informò il suo superiore.
«Comandante, uno dei nostri è sceso.»
L'ispettore capo Nolligi inarcò le sopracciglia.
«Come sarebbe a dire?»
Il pilota della seconda macchina indicò con la mano destra Lattuso, che si era già portato nella corsia opposta e aveva cominciato ad agitare la paletta di segnalazione e a minacciare.
«Avanti, muoversi! Spostate 'ste cazzo di macchine, dai!»
L'autista della prima macchina blu, Piana, cominciò a fare retromarcia, rombando a intermittenza. Sterzò tutto a sinistra e s'insinuò di forza nello spazio ridotto messo a disposizione dalle automobili spostate da Lattuso, che si stava divertendo a morte a fare la parte dell'incazzato.
«Vai avanti, muoviti! E tu che cazzo stai aspettando? Fatti da parte... Sali sul marciapiede, no?»
Il vice ispettore Nolligi, che solamente in parte riusciva a vedere ciò che stava accadendo, era perplesso e irritato.
«Ma chi diavolo è sceso dalla macchina? E che accidenti sta combinando?»
«Si tratta di Lattuso, comandante. E' un tipo particolare», spiegò il suo pilota.
L'agente Lattuso, era arrivato di fronte all'automobile nuova del signor Giacomelli, al limite dell'incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce.
«Oh! Levati di torno, fai marcia indietro!», ordinò a muso duro, ma il signor Giacomelli, regolarmente impostato per percorrere via del Porto Fluviale in direzione opposta a quella della polizia, non capì che cosa intendeva dire.
«Ti ho detto di fare marcia indietro. Spostami 'sto cassone!», ribadì l'agente Lattuso, agitando la paletta di segnalazione a titolo esplicativo.
Claudia Policami, ancora incastrata nella corsia che avrebbe dovuto percorrere la scorta dell'onorevole, guardò l'agente di polizia alla sua sinistra sentendosi sconcertata.
«Mi senti o no? Ti sei rincoglionito?», chiese Lattuso, battendo il palmo della mano sinistra sulla portiera dell'automobile nuova di Giacomelli, che sobbalzò.
Claudia Policami a questo punto non seppe trattenersi.
«Ehi! Non sta esagerando?», protestò, ma l'agente di polizia non le diede alcun peso. «E sposta 'sta macchina del cazzo, ho detto!», infatti continuò, dando un'altra manata sulla Skoda del povero Giacomelli, che ormai era andato nel pallone.
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domenica 27 febbraio 2011
CINQUE MINUTI
E’ la tranquillità che dà valore e dignità all’esistenza di una persona.
Fare le cose tenendo conto di tutto il tempo che può servire - il tempo logico più il tempo illogico determinato dalle possibili avversità - fa sì che mentre gli altri che si sbranano su strade asfaltate e strisce pedonali scolorite, perennemente in ritardo, io possa scuotere la testa, in mezzo al traffico e al caos primordiale, con serena e benevola compassione.
Di questa indulgenza mi sentivo ricco, alle 18 e 4 minuti del 24 maggio 1999, dopo aver trovato parcheggio a tre minuti di distanza dalla mia agenzia assicurativa di Largo Pannonia. Il tempo mite, il cielo sereno, la luce del sole e l'aspettativa di una cena piacevole, che avrei passato in buona compagnia, mi rendevano ricco. Ricco di un’indulgenza pericolosa.
«Scusi, che mi potrebbe fare un piccolo piacere?», mi chiede un’anziana signora.
In realtà, io non ho capito che cosa ha detto. Abito a Roma, dove si viene fermati in continuazione da persone che chiedono quattrini, quindi in realtà ho sentito qualcosa come: «Scusi, che mi potrebbe dare qualcosa, per piacere?»
Di conseguenza sorrido, non interrompo il passo e meccanicamente dico: «No, mi dispiace.»
«E’ che co’ ‘ste gambe non riesco proprio a camminare», continua la signora, e realizzo che è molto bassa, anziana, con le gambe grosse e pesanti e che si trova in evidente difficoltà. Così mi viene in mente mia nonna che è morta da parecchi anni (è sempre stata robusta e attiva fino all'ultimo respiro, contrariamente a questa, però mi viene in mente lo stesso) e comprendo che ha detto: «Scusi, che mi potrebbe fare un piccolo piacere?»
Guardo la porta dell’agenzia assicurativa a pochi metri di distanza, consulto l’orologio che segna le 18 e 5 minuti, penso che ho 25 minuti a disposizione e faccio l'errore di chiedere, per scrupolo: «Cosa è successo? Le serve aiuto?».
«Che mi può accompagnare dal medico, qua dietro? Ci ho appuntamento adesso, che mi deve visitare, ma co’ ‘ste gambe non riesco a camminare.»
In effetti dondola sul posto, incapace di andare avanti e indietro, in cerca di un appoggio che non trova. Alla fine della frase la sua voce prende anche una intonazione lamentosa, quasi di pianto privo di speranze, e con un fazzoletto di cotone si deterge maldestramente il viso, forse per via di una lacrima iniziale.
«Mi dispiace, ma devo pagare l’assicurazione», sono costretto a dire. «Altrimenti mi chiude e non faccio in tempo.»
Lei mi guarda come se avessi detto una cosa poca ragionevole e mi chiede: «Ma lei ce l’ha la macchina?»
«Sì, ce l'ho, ma l'ho parcheggiata un po' lontano. Ci metto troppo ad andare a prenderla… Poi non faccio in tempo a pagare l’assicurazione.»
«Ma se si sbriga, prende la macchina e in cinque minuti abbiamo fatto. Lo studio medico sta proprio qui dietro, non ci vuole niente.» Indica lo spazio cosmico con vago movimento del dito. «Ci devo andare perché il medico mi deve fare le analisi e riceve solo il lunedì. Se non ci vado come faccio? Questo è convenzionato, non posso andare da un altro.» La sua voce comincia nuovamente ad incrinarsi. «E’ che devo fare questa cura pe' le gambe, che non riesco proprio a camminare più.»
Discutere richiede troppo tempo, la signora è anziana e ragiona in modo anziano, per cui decido di tagliare corto. «Va bene, vado a prendere la macchina. Lei non si muova e mi aspetti qui.»
«Si sbrighi», sento, mentre mi affretto a tornare dove ho parcheggiato, e immediatamente mi pento di aver deciso di darle una mano.
Si sbrighi? Cosa voleva dire quel si sbrighi? Porca pupazza, mi sbrigo sì, che mi sbrigo, ma solo perché devo pagare la mia assicurazione! Anzi, mi faccio una corsetta pure.
Quanto ci avrò messo? Meno di un minuto? Salgo in macchina con un leggero affanno e metto in moto. Esco di retromarcia dal parcheggio, facendo appena una sgommatina. Prima, seconda e un pizzico di terza marcia; fermo di fianco al marciapiede, proprio di fronte all’agenzia.
La vecchina dalle gambe gonfie è rimasta esattamente dove si trovava, tra me e l’ingresso della mia assicurazione. Scendo dall’Opel Corsa determinato a sistemare in fretta la faccenda.
«Venga, l’aiuto a salire in macchina», dico, mentre le apro la portiera di destra. «Ce la fa a salire da sola?»
«Sì, sì. Un momento», afferma. Sale sull’automobile con qualche contorsione e parecchi aggiustamenti, però sale.
Quando si è sistemata chiudo lo sportello dicendole: «Attenzione che chiudo», quindi raggiungo il lato sinistro e mi siedo al posto di comando.
«Allora, me lo dice lei, dov’è che devo andare», puntualizzo, sistemando la cintura di sicurezza con efficienza e determinazione.
Lei annuisce e punta il braccio destro verso il parabrezza. «Sì. Deve girare a destra proprio in quella strada, lì di fronte, e dopo a destra di nuovo. E’ proprio qui dietro, in via Gallia. Cinque minuti.»
Cinque minuti. Siamo sul filo delle 18 e 15 minuti, penso, e imbocco la prima stradina a destra, a senso unico, per ritrovarmi subito, effettivamente, nella più grande e trafficata via Gallia.
«Ecco, un po’ più avanti… Dove sono quei secchioni della spazzatura», mi guida la vecchina. «Sì, un po’ più avanti. Lo vede quel portone? E’ lo studio medico. Io abito vicino, qui dietro. Lei accosti qui, che è più vicino al marciapiede, così mi aiuta a scendere. Che io, co’ ‘ste gambe rovinate, da sola non ce la faccio proprio.»
Accosto tra il cassettone della spazzatura e una vettura parcheggiata, quanto basta per poter aprire lo sportello di destra e farla scendere senza problemi, quindi scendo velocemente per darle una mano.
«Ecco, sì, bravo. Mi aiuti col braccio», dice la signora, aggrappandosi al mio braccio e tirandosi fuori con fatica. «Basta che mi accompagna fino al portone, poi c’è il portiere, lo vede? Mi ci porta lui allo studio medico. Il dottore mi guarda le analisi e me ne posso andare. Così lei mi viene a prendere e mi riaccompagna a casa.»
Stiamo facendo il piccolo tragitto dalla mia macchina al portone dello studio medico a passettini incerti e progressivi. Io ascolto l’espressione assurda, “Mi viene a prendere e mi riaccompagna a casa”, e guardo il portiere che ci sta fissando, cercando di calcolare quanti minuti mi sono rimasti a disposizione.
«Non posso venire a riprenderla», obietto. «Ho appuntamento con una signora alla metropolitana di San Paolo e non posso farla aspettare.»
«Ma abito qui dietro, proprio qui vicino! Io co’ ‘ste gambe non ce la faccio a torna' da sola. Co’ la macchina sua ci vogliono cinque minuti solamente... Quando il medico ha finito, l’aspetto qui, insieme al portiere, così mi riaccompagna a casa lei.»
Adesso stiamo proprio esagerando, penso, mentre nella mia testa ho la rappresentazione mentale di una lancetta dei secondi che continua a girare inesorabilmente. Abbiamo raggiunto il portiere e dico alla signora: «Va bene, se posso vengo a riprenderla e la riporto a casa.» Mentre al portiere spiego: «Senta, questa signora dice che ha un appuntamento allo studio medico. La può accompagnare lei dentro, per favore? Io le ho dato un passaggio, ma adesso devo proprio andare via.»
Il portiere annuisce dicendo che va bene, mentre la vecchina lo saluta con una certa familiarità e spiega che io sono una persona tanto per bene. Non ho altro tempo e mi sbrigo a salire in auto, però mentre apro lo sportello sento lei che dice: «Allora io l’aspetto qui, eh?»
“Sì. Aspetta, aspetta”, penso, con un bel po’ di sarcasmo e di risentimento più che giustificato, ma le sorrido e annuisco in modo rassicurante. Mi ributto nella strada fortunatamente poco trafficata, con l’orologio che segna le 18 e 18 minuti.
Giro alla prima a destra e dopo una viuzza scema giro di nuovo a destra. Sono di nuovo nella piazza in cui si trova l’assicurazione - grazie a tutti i santi e al Signore - e un po’ più avanti trovo persino un posto dove parcheggiare.
Mentre entro nell’agenzia assicurativa, un orologio appeso alla parete più larga dello stanzone sta per segnare le 18 e 22.
Fatto. Finito. L’impiegato ha trovato sul computer la mia pratica, ha stampato il bollettino assicurativo, si è preso l’assegno e io sono fuori, al sole dei meritevoli, alle 18 e 26 minuti. Persino l’aria sembra più pulita di com’era prima.
Bene, ora si tratta di andare alla stazione di San Paolo, da Gina, che mi aspetta per le sette del pomeriggio.
Chissà che fine ha fatto la vecchina, mi viene da pensare, mentre raggiungo con passo disinvolto la mia fidata mobìl. Magari adesso sta per uscire dallo studio del dottore (e apro lo sportello). Oppure è uscita e mi aspetta insieme a quel portiere (e metto nervosamente in moto).
E’ uscita ed è rimasta sola (la macchina si muove). E’ uscita, è sola, si guarda intorno, non ci vede bene, cerca un appoggio zoppicando e sono soltanto le 18 e 33.
«E’ ancora presto», dico all’abitacolo circostante, per giustificare il fatto che invece di andare verso San Paolo sto andando verso lo studio medico convenzionato. Tanto, per andare alla stazione ci vorrà sì e no un quarto d’ora, penso, e Gina, poi, non è mai stata puntuale in vita sua.
Rieccola: la sensazione che ci sia improvvisamente troppo traffico, che le vetture si muovano troppo poco, che ci sia un semaforo scassato, da qualche parte, o qualche altra cosa che non funziona.
Dai, dai, muoviamoci! Adrenalina, irritazione, molta impazienza e desiderio di pena capitale per i più lenti. Il tempo si materializza in una successione interminabile di striscette bianche, disegnate con colla appiccicosa sull'asfalto ostile.
Ecco lo studio medico. Sul marciapiede non si vede nessuno. Cioè c’è gente, ma non la mia vecchina. D’altronde con i miei occhiali un po' appannati, non è che ci veda proprio bene.
Accosto e scendo. Il portiere di prima sta trafficando con un citofono che probabilmente si è scassato.
«Mi scusi», chiedo. «Per caso ha visto una signora anziana che...»
«Sto qua, sto qua», mi informano alle mie spalle.
E’ la vecchina, che si era messa un po’ in disparte, nascosta alla mia vista da chissà che cosa.
«Grazie, l’ho trovata», comunico al portiere. Invece alla signora dico: «Eccomi, sono venuto a prenderla», notando che lei sta alzando un dito in modo inquisitorio.
«Se ne voleva andare via, eh? Non voleva venire più!», mi accusa, prendendomi completamente alla sprovvista.
Arrossisco leggermente e mi sento offeso. «Ho finito all’assicurazione e sono venuto a prenderla», chiarisco, ma lei annuisce con l’evidente espressione di chi pensa: “Sì, come no.”
Comunque chiede: «La macchina dov’è?», e io rispondo: «Eccola.»
L’accompagno a passettini ini-ini fino allo sportello, per farla rimontare sopra.
«Allora, mi ha detto che la casa è qui vicino», le ricordo, mentre rimetto in moto.
«Sì, sì, sta qui dietro, glielo dico io. Lei vada avanti. Ecco. Deve girare a destra, a via Licia. Sì, qui, si accosti. Ecco. Deve citofonare al signor Finetti, a quel portone lì.»
Ho accostato e mi aspetto che lei scenda. Perché devo citofonare a quel portone lì?
Le chiedo: «Ma deve scendere a prenderla qualcuno? Lei abita lì?»
Scuote la testa e mi guarda con attenzione. «No, lì ci abita il signor Finetti, che è una persona tanto distinta, che lavora in banca, sa? Gli deve dire che è venuto a prendere la busta dell’olio e della camomilla...», e qui nella sua voce torna quell’intonazione piagnucolosa che mi aveva già colpito prima. «Che so’ rimasta senza un goccio d’olio a casa e senza camomilla. Che come faccio a prende’ sonno, co’ ste’ gambe che me danno così fastidio!»
«Ma scusi, io ho un appuntamento con una signora, che mica posso lasciare da sola alla stazione!», mi ribello, decisamente risentito per quella che sta diventando una fastidiosa situazione. «Lei mi ha detto che dovevo accompagnarla a casa. Dov’è questa casa, per piacere, così l’accompagno e posso andare via?»
«Sta qui vicino, a cinque minuti. Co’ la macchina non ci vuole niente. Io come faccio, a piedi, a portare la busta col boccione pesante dell’olio? Che ci ho ‘ste gambe che me fanno male e che pe’ camminà è una tribbolazione.»
E che cazzo! - penso, poco educatamente, ricordando però che la parola “tribolazione” veniva usata anche da mia nonna, quando voleva sottolineare il fatto che fare una determinata cosa costava veramente delle pene esagerate.
Tagliamo corto.
«Va be’. A chi devo citofonare, ha detto?», chiedo. Come d’incanto, la sua voce smette all’istante di piagnucolare.
«Al signor Finetti. Gli dica di portare giù la busta della signora Erminia. E’ tanto distinto e lavora in banca. Su, vada, vada.”
Ma guarda che roba! Mi dice pure “vada, vada”!
Raggiungo il portone del palazzo e comincio a scorrere la lista dei nominativi sul citofono argentato.
Finetti, ha detto.
Suono ad un certo Amilcare Finetti.
«Sì?», dice una voce flebile.
«Senta, mi scusi, sono con una signora che mi ha detto che dovrebbe portare giù una sua busta... Una busta con una bottiglia d’olio.»
«Sì, la signora Erminia.»
«Sì. Può scendere è portarla giù, per favore? Io l’aspetto qui, sul portone.»
Il signor Finetti ha un momento di netta esitazione.
«Ma io non sono presentabile», mi spiega. «Sono in pantofole. Non posso scendere per strada con le pantofole.»
Questi due sono dei criminali, penso in un lampo. Sono d’accordo, si tratta di una trappola, mi fanno salire in casa e mi rapinano di tutti i soldi e dei vestiti.
«Senta, io nemmeno la conosco, la signora. La sto accompagnando a casa per farle un piacere, ma non la conosco. Mi ha chiesto di citofonarle perché le serve la busta dell’olio e per favore la deve portare giù lei, perché io ho anche un appuntamento con una persona che mi sta aspettando da diverso tempo, e non pensavo proprio di dover fare tutti questi giri!»
Breve silenzio di riflessione da parte del signor Finetti, infine dal citofono si sente: «Va bene, allora scendo in pantofole. Mi dia un momento solo.»
E se fossero davvero degli imbroglioni? Guardo verso la mia macchina: lo sportello di destra è leggermente aperto perché la vecchina vuole fare entrare dentro l’aria, oppure per non farmi andare via?
Telefono a Gina, intanto. Devo avvertirla di che cosa sta accadendo (anche come eventuale testimone di un possibile misfatto) e che potrei tardare di parecchio.
«Pronto, Gina? Senti, mi sta capitando una cosa abbastanza strana. Ho dato un passaggio a una vecchietta, che era in difficoltà, e ora mi sta praticamente tenendo in ostaggio. ... Sì, sto aspettando un tizio che gli deve dare una busta con dentro dell’olio e poi dovrei portarla a casa. ... Sì, dice che abita qui vicino, io spero, poi vengo subito da te, a San Paolo. Tu hai la macchina? ... Va bene, scusami per questo contrattempo. ... Sì, poi ti racconto. Aspettami in macchina, io cerco di sbrigarmi prima che posso.»
La serratura elettrica del portone d’ingresso scatta e si affaccia un signore bassino e paffuto, con gli occhialetti tondi e l’aria remissiva. Porta tra le braccia una busta di plastica, a cui ha fatto un vistoso nodo.
«Il signor Finetti?», chiedo. Lui annuisce, mi guarda un po’ perplesso e dice: «Ho portato la busta con l’olio e un po’ di odori. Dov’è la signora Erminia?»
«La signora è lì, nella mia macchina. Anzi, per favore, se ci vuole parlare lei...»
Guarda senza entusiasmo verso l’Opel Corsa e alza un po’ le sopracciglia in segno di delusione. «Ma io sono in pantofole», ribadisce. «Non posso camminare sulla strada.»
Un altro anziano, non ancora anziano, che però ragiona da anziano.
«Abbia pazienza», spiego, «come le ho detto, io la signora non la conosco nemmeno. Prima l’ho accompagnata dal medico, perché non poteva camminare da sola, e adesso la stavo accompagnando a casa sua. Solo che mi ha detto di citofonarle e sono bloccato qui mentre mi aspetta una persona. Ci parli lei, per favore. Le dia la busta e le spieghi che io la devo riportare a casa subito, perché si sta facendo tardi... Per favore, venga un momento fino alla macchina e glielo spieghi lei.»
Assimila a fatica e annuisce senza spostare nessun accessorio della sua faccia inespressiva. «Va bene», dice, forse con un leggero sospiro di rassegnazione.
A passettini un po’ più lunghi di quelli a cui mi ha abituato la vecchina, raggiungiamo finalmente lo sportello destro della mia vettura. Lei gira il capo per vedere chi è arrivato, e i due anziani di spirito e di corpo si scambiano collaudate frase di saluto.
«Signora Erminia, buonasera. Come sta?», dice il signore non ancora anziano.
«Signor Finetti! Buonasera, scusi se l’ho fatta incomodare», dice invece la signora veramente anziana. «Il signor Finetti lavora in una banca, sa?», mi ripete, soddisfatta, al che il bancario le sorride leggermente, sollevando la busta chiusa con il grosso nodo. «Le ho portato l’olio e gli odori», dice, passando la busta di plastica dalle sue mani a quelle della vecchina, e lei gli chiede se dentro c’è anche la camomilla che le serve tanto per dormire.
(... segue)
Estratto dalla raccolta "La gente è strana", Edizioni Simple.
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LA GENTE E' STRANA

Storie di peccatori più o meno capitali.
Venticinque, forse ventisei racconti brevi e brevissimi con gente piuttosto strana.
Assassini diabolici, vecchiette insidiose, attori vendicativi, innamorati poco convinti, guidatori frustrati, amanti dei numeri e degli animali, sportivi confusi e persino cacciatori di vampiri.
I personaggi ideali per lettori che amano le sorprese.
Piacevoli o spiacevoli che siano.
Edizioni Simple. ISBN 978-88-6259-287-1
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mercoledì 2 giugno 2010
Mens Sana
+Mens+Sana.jpg)
A svegliare Francesco fu l'insieme di tre sgradevoli elementi: un brutto sogno in cui non trovava l'uscita per venire fuori da un edificio pieno di stanze, una lama di luce che filtrava da alcune stecche della serranda non chiusa perfettamente e la pressione del materasso, insolitamente duro contro la pancia piena.
Aveva mangiato troppo, bevuto troppo e dormito poco e male. Era dalla sera del 24 dicembre che stava rovinandosi la salute, e questa mattina, il 27 dicembre, ne sentiva addosso tutte le conseguenze.
Doveva alzarsi? Restare a letto?
In linea teorica avrebbe voluto continuare a dormire. Anzi, per essere esatti avrebbe voluto semplicemente dormire, perché la sua sensazione mentale era di non avere riposato per niente. La pancia gonfia, poi, gli dava abbastanza fastidio. Sia che poggiasse il corpo su un fianco sia che lo poggiasse sull'altro, qualcosa opprimeva il suo stomaco in maniera costante.
A che serviva non dovere andare in ufficio, se non poteva permettersi di dormire fino a tardi?
A pancia all'aria, ad ascoltare le proprie viscere che brontolavano per ciò che aveva mangiato, Francesco resistette però ancora per poco. Bastava il semplice peso della coperta di lana ad irritargli la pancia. La sentiva davvero troppo gonfia e troppo tesa. Tanto valeva uscire fuori dal letto e verificare la situazione.
Tolta la coperta che gli dava fastidio, Francesco si rese conto che nella stanza faceva freddo. Accese la luce sul comodino e andò a controllare la finestra: non solo dalla serranda mal chiusa filtravano due lame di luce, ma anche insinuanti sospiri di gelo.
Rimase indeciso se chiudere o lasciare aperto il vetro. Un po' d'aria fresca gli avrebbe fatto bene.
Alzò la serranda per fare più luce e aspirò una boccata d'ossigeno con una certa cautela.
Il sole c'era, la giornata non era malvagia: avrebbe dovuto approfittarne per fare una passeggiata.
Decise di darsi una controllata. Aprì lo sportello dell'armadio e guardò con attenzione la propria immagine, riflessa nello specchio che era appeso all'interno dello sportello sinistro.
Si vide troppo magro, senza nessun portamento atletico. In stato rilassato era ripiegato su se stesso e il ventre sporgeva. Mettendosi di profilo era anche peggio: il torace pareva inesistente, le spalle erano piegate avanti, la semisfera di un cocomero spingeva vistosamente in fuori la stoffa del suo pigiama.
Si scoprì la pancia e l'accarezzò come per rassicurarla. Non era una cosa bella a vedersi, ma non doveva avere paura.
Tirò su il pigiama fino a tenerlo fermo col mento e guardò il suo corpo senza alcuna protezione.
Gli sembrava di essere incinto. Non seppe resistere alla tentazione e comprimendo il respiro provò a gonfiare la pancia di più.
Così era incinto al settimo mese. Nonostante il risultato avvilente, non poté fare a meno di sorridere, a questo pensiero.
Accarezzò nuovamente la pancia e questa volta provò a fare il contrario: tirò dentro il fiato e raddrizzò virilmente le spalle.
Adesso era molto meglio. Ciò che vedeva si avvicinava molto di più all'immagine di se stesso che conservava nella mente e soprattutto all'aspetto fisico che aveva davvero quando andava in palestra. Palestra che aveva frequentato per anni. Dall'ultima volta saranno passati al massimo un paio d'anni: poteva recuperare.
La pancia brontolò, per tutto quel gonfiarsi e sgonfiarsi e fare antipatici paragoni. Francesco decise di andare in bagno e di cercare di espellere dal proprio corpo tutto ciò che di liquido e solido lo stava inutilmente opprimendo.
L'operazione non diede grandi risultati: sembrava tutto bloccato come per un eccesso di compressione.
Tornò nella sua stanza con l'umore più cupo di prima. Con meno indulgenza si controllò di nuovo.
In rapida successione provò amarezza, senso di colpa e di ribellione. Decise che era il momento di mettere fine a tanto disfacimento fisico e che doveva fare subito qualcosa, per far sparire o comunque ridurre sensibilmente la pancia gonfia di porcherie.
Si infilò una maglietta e una tuta sportiva e scese in cortile a mettere in moto la macchina. Aveva deciso di allenarsi come faceva un tempo, così raggiunse la scalinata alle spalle della basilica di Santissimi Pietro e Paolo, all'Eur.
I parcheggi erano vuoti e Francesco sistemò la macchina vicino alla base della scalinata. Si trattava di 96 gradini ignorati da molti, in quanto l'attenzione di tutti era rivolta alla lunga scalea monumentale che si estendeva di fronte alla facciata della basilica, di fronte e sopra a viale Europa.
Il freddo gli stava entrando nelle ossa, per cui Francesco non perse altro tempo: affrontò i gradini uno per volta, e sbuffando e sudando arrivò fino in cima.
Poiché ci arrivò sentendosi in buone condizioni di fiato e di gambe, si senti rassicurato. In fondo quei gradini una volta li saliva due per volta, con molto più impegno di cuore e di muscoli, per cui gli sembrò di poter continuare. Il tempo che spendeva per riscendere la scalinata serviva a recuperare le forze. Con braccia e gambe sciolte, poteva ricaricarsi per affrontare una nuova salita.
Anche la seconda volta arrivò fino alla cima con abbastanza fiato e pochi dolori alle gambe. Il cuore gli batteva forte, però, e la pancia continuava a dargli fastidio. Aveva la sensazione che a furia di ballare in alto e in basso, parte del cibo ancora dentro cercasse di risalire su.
Scese di nuovo e stavolta si tolse la felpa e la lasciò per terra. Stava iniziando a sudare abbastanza e tenendo addosso solo la maglietta pensava di respirare e di muoversi meglio. Con meno impicci e lacci avrebbe reso più agevole ogni salita.
Questa volta arrivò alla cima sentendosi un po' strano. Il cuore batteva molto e il sudore gli si stava freddando addosso. Aveva il respiro così accelerato che dovette riscendere con molta cautela. Sentiva che stava per sentirsi male e doveva prendere una decisione.
Si rimise la felpa, raggiunse la sua automobile e si sedette ad ascoltare i segnali mandati dal suo corpo.
I battiti acceleravano e aveva l'impressione che avrebbe potuto svenire. Si sentiva però molto lucido, per cui si convinse che aveva tempo per scegliere il posto migliore dove avere la crisi.
(... continua)
Racconto pubblicato nella raccolta di autori vari "Quando la pelle non ci separava", collana Perrone Lab (Giulio Perrone Editore).
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sabato 8 maggio 2010
In nomine rock
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Osvaldo Di Persio impazzì il 3 febbraio 2010, a partire dalle dieci e dieci minuti di sera, quando ascoltò alla radio il brano “Male di miele” degli After Hours.
Impazzì a partire dalle dieci e dieci perchè non è che sbroccò di colpo, tipo: “Ah. Ho sentito la musica degli After Hours e sono diventato matto”, ma perchè da quel momento cominciò a non essere più normale.
Il fatto è che pensò: “Come è possibile? Questi qui cantano musica rock in italiano. E suonano duro come i Led Zeppelin e i Deep Purple. Neanche il Banco del Mutuo Soccorso e la Premiata Forneria Marconi suonavano così. E sono passati decenni, da quegli anni.”
Sono passati decenni. Provò il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, di fronte a questa banalità.
C'era una volta in cui sapeva tutto, dei Led Zeppelin. Il loro primo album, per esempio, intitolato semplicemente “Led Zeppelin”, uscì nel 1969. Ossia più di quattro decenni fa. Il fuoco che nella mitica copertina bruciava un mastodontico dirigibile, incendiò immediatamente anche gran parte della sua anima. Al punto che con l'uscita del secondo album, a fine '69, prese vita anche il suo secondo nome, il nome più vero, col quale Osvaldo venne chiamato per tutti gli anni settanta e ottanta, da tutti gli amici.
Ora come ora, invece, il signor Di Persio era tagliato fuori dalla musica rock. Non sapeva niente di niente dei gruppi rock italiani attuali. Non conosceva gli After Hours, i Subsonica, i Verdena, i Bud Spencer Blues Explosion e compagnia bella. Da quando era Amministratore Unico di un'insulsa piccola società di servizi, ascoltava soltanto la radio installata nella sua claustrofobica BMW serie 1, perennemente sintonizzata su reti commerciali, per cui era assolutamente all'oscuro di quanto avveniva nel mondo musicale più alternativo.
Lui apparteneva all'era dei Led Zeppelin e dei Deep Purple; si ricordava dei Metallica e degli AC/DC. Lui - così, di colpo - per colpa di quei poppanti degli After Hours, risprofondò nella tempesta ormonica della musica assassina che ascoltava quando a sua volta era un poppante, di un metro e ottanta di altezza e 105 chili di peso.
(... continua)
Racconto pubblicato nella raccolta "Scantinati per meduse e fiori di cristallo", dedicata alla follia, di Giulio Perrone Editore, www.perronelab.it.
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domenica 30 novembre 2008
Esperimenti (racconto di A.B.)
Lo scienziato, sdraiato per terra, si muoveva appena, mentre tutto intorno era un via vai continuo di pompieri, poliziotti e operatori tv che si gridavano comandi e raccomandazioni, indicando la palazzina “A” dell’Istituto delle Scienze, sospesa per aria.
«Non bisogna toccare... bottone azzurro», sussurrò con enorme fatica lo scienziato ferito.
Il dottore che gli si era inginocchiato accanto annuì, in modo rassicurante. «Stia calmo. Non cerchi di sforzarsi.»
«E dopo - mai! - bottone rosso», aggiunse un po’ più forte lo scienziato, cercando anche di spostare il capo.
Poco distante, un poliziotto raccolse da terra un telecomando nero, che somigliava molto a quello che utilizzava a casa, per vedere le televisione.
A caso, premette il pulsante blu.
A caso, premette il pulsante rosso.
Lentamente, maestosamente, si sollevò dal suolo anche la palazzina “B”.
«Non bisogna toccare... bottone azzurro», sussurrò con enorme fatica lo scienziato ferito.
Il dottore che gli si era inginocchiato accanto annuì, in modo rassicurante. «Stia calmo. Non cerchi di sforzarsi.»
«E dopo - mai! - bottone rosso», aggiunse un po’ più forte lo scienziato, cercando anche di spostare il capo.
Poco distante, un poliziotto raccolse da terra un telecomando nero, che somigliava molto a quello che utilizzava a casa, per vedere le televisione.
A caso, premette il pulsante blu.
A caso, premette il pulsante rosso.
Lentamente, maestosamente, si sollevò dal suolo anche la palazzina “B”.
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domenica 16 novembre 2008
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