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martedì 11 agosto 2015

Voglia di lavorare

Diciotto luglio, tre e un quarto del pomeriggio.
Piazza Ara Coeli, a Roma, è come un’isola circondata dal sole e dall’afa.
Due autobus verdi inclinati su un lato, sperduti negli spazi rettangolari del capolinea, sembrano vecchi ricordi abbandonati al loro destino. L’autobus della linea 91 è ancora vuoto.
Il primo passeggero a salire è un signore in giacca e cravatta, di età indefinita, con una borsa da avvocato; il secondo e il terzo passeggero sono una signora piuttosto attraente insieme al bambino; il quarto passeggero è un omone corpulento, che si depone sul proprio sedile con un esagerato sospiro. Tutti e quattro si trovano nella metà anteriore dell’autobus, vicino al posto guida del conducente, assente.
Soltanto l’uomo in giacca e cravatta ha scelto un posto rivolto in avanti, verso il frontale della vettura, mentre l’omone, la signora e il bambino si sono accomodati in due file di sedili sistemati gli uni di fronte agli altri: l’omone da una parte, la mamma col bambino dalla parte opposta, il signore con la borsa da avvocato un po’ defilato.
«Che caldo terribile», dice l’omone a tutti, asciugandosi il collo con un fazzoletto di cotone. Ha più di sessant’anni, il viso grande e poche rughe, le maniche della camicia rimboccate, le braccia assai robuste. Alla signora chiede: «E' molto tempo che aspettate di partire?» La signora sorride timidamente. «Veramente sono salita solo da un paio di minuti.»
L'omone annuisce e si rivolge all'uomo con la borsa da avvocato: «E lei? Sta aspettando da molto?»
Il professionista non gira nemmeno lo sguardo. «Io sono salito un attimo prima della signora.»
«Ah.»
C'è “Ah” e “ah”, e quello dell'omone non è nemmeno lontanamente un “Ah” di soddisfazione. Si guarda un poco intorno, per valutare la situazione, dopodiché si rivolge di nuovo alla signora.
«Che bel bambino simpatico. Quanti anni ha?»
Il bambino in questione, seduto a gambe penzoloni accanto alla mammina, comincia a battere i talloni contro la base del sedile.
La signora sorride e dice, accarezzandogli la testa: «Quattro anni e mezzo». Immediatamente il piccolo si mette a battere i piedi ancora più forte. «E come ti chiami, eh?», insiste l'omone, che a quanto pare ha voglia di chiacchierare.
Il bambino si protende in avanti e si gonfia come un rospo. «Alessandro!», proclama, con voce lacerante, facendo sussultare il signore con la borsa. Salgono altre tre persone: due ragazze dalla carnagione molto pallida e un ragazzo con gli occhi da orientale. Prendono posto in tre sedili uno dietro l'altro, sul lato destro della vettura e quasi in fondo, ben separati dagli altri passeggeri. Dal modo di vestire e soprattutto dal modo di sorridere, senza apparente motivo e senza apparente riposo, si capisce che sono stranieri, soltanto di passaggio, e non indigeni locali, costretti a rimanere. L'omone li osserva con disapprovazione, tamponandosi il sudore con il fazzoletto di cotone. Ha i primi due bottoni in alto della camicia bianca sbottonati e da sotto sporge il collo di una vissuta canottiera.
«So la canzone di Furia», dichiara il figlio della signora, smettendo di battere i talloni. L'omone dice: «Ah sì? Che bravo» e subito dopo aggiunge: «Ma non parte mai, quest'autobus? L'autista se ne è andato al bar, scommetto. Mentre noi, qui dentro, ci schiattiamo di caldo!»
La lamentela è chiara, l'accusa pure. Le parole si spandono nella vettura, con una durezza inaspettata, che, esaurito l’effetto effimero della sorpresa, non producono particolari risultati. Nessun commento da parte del signore in giacca e cravatta, che tira fuori dalla sua borsa un quotidiano spiegazzato; un sorriso incerto sul volto della bella signora, che sposta lo sguardo verso un punto lontano, al di là dei finestrini; un paio di risatine prive di significato dalle due ragazze pallide e straniere; un’occhiata di sbieco, un po’ preoccupata, da parte del loro amico con gli occhi a mandorla, tipo cane da pastore che controlla l’orizzonte.
Solo il bambino riprende l'iniziativa.
«Ti canto la canzone di Furia, eh?», propone, con aria speranzosa, e basta che l'omone sorrida automaticamente per attaccare a razzo: «Furia cavallo del west! Che beve solo caffè!»
Al suono di queste stridule strofette, sale l'autista dell’autobus. Un giovanotto dall'aria diffidente, che apre lo sportelletto di vetro del suo posto di guida e si immerge subito nella lettura di un giornale sportivo.
«Speriamo che adesso si parte», commenta l'omone, strizzando un occhio e facendo segno con la testa verso la cabina di guida. «Che c'è a chi gli piace vestirsi e c'è a chi gli piace tuffarsi, non so se mi spiego.» Non si era spiegato affatto, ma la signora di fronte a lui per cortesia sorride.
Il bambino intanto prosegue la sua esibizione. Purtroppo conosce poco e niente della famosa canzone che vorrebbe cantare, e la frase “Furia cavallo del west!” comincia a ripetersi in maniera molto allarmante, non facendo avanzare di un passo la melodia.
«Dai, smettila Alessandro», propone ogni tanto la madre, con la scarsa convinzione di chi è assuefatto alla sconfitta. Al terzo invito inutile, il signore in giacca e cravatta si alza per andarsi a sedere più lontano, con l’aria di chi ha già ucciso per molto meno.
L'omone gira su se stesso e si rivolge direttamente al conducente, sventolandosi il viso con il fazzoletto. «Ma non parte più, quest'autobus?», dice. «E' un'ora che stiamo aspettando, qua.»
L'autista risponde senza girarsi e senza smuovere le pagine del suo giornale. «L'autobus parte quando è ora di partire, alle tredici e venticinque. C'è una tabella di marcia che bisogna rispettare.»
L'omone alza le spalle e si asciuga la fronte, che luccica vistosamente. «Quando gli fa comodo, c'è la tabella di marcia», commenta in tono sarcastico, cercando lo sguardo della bella signora.
Il ragazzo straniero mormora qualcosa di incomprensibile e le sue amiche ridono come bambine. «Ecco, la figura che ci facciamo, con i turisti», commenta l'omone, puntando il doppiomento verso il terzetto. «Che poi ci meravigliamo, quando dicono che gli italiani sono sfaticati.»
Stavolta l'autista dell'autobus si agita sul sedile, mandando un primo segnale di irritazione, ma a parte questo non dice nulla, neanche un sospiro, e l'uomo corpulento si rivolge di nuovo alla signora.
«Ma lei che ora fa? Possibile che ancora non sono le tre e venticinque?»
Lei ruota delicatamente il polso, per guardare l’ora sull'orologio.
«Io faccio le tre e ventitrè.»
«Allora, se Dio vuole, tra due minuti partiamo», conclude l'omone, con una smorfia carica di sarcasmo.
Segue un silenzio gonfio d’imbarazzante attesa, che in qualche modo contagia anche il bambino. Il fazzoletto dell’uomo che si sta lamentando, sventola incessamente avanti e indietro.
A pochi secondi dalle tre e venticinque, facendo ricorso al proprio orologio interno, l'omone non riesce a trattenersi e dice ad alta voce: «Voglia di lavorare, saltami addosso.»
Nella cabina di guida si sente il rumore del giornale sportivo, che viene sbattuto da qualche parte, e quello della leva del cambio, che viene strattonata avanti e indietro, mettendo in moto diabolici meccanismi.
Il motore borbotta di scontentezza e tutto l'autobus prende a vibrare in maniera evidente. Le porte dell’autobus si chiudono bruscamente e la vettura comincia ad allontanarsi dal suo capolinea.

Come già detto, piazza Ara Coeli è una piccola isola circondata dal caldo e dalla strada asfaltata.
Il 91 gira intorno all'isola, la costeggia con calma seguendo un arco di 180 gradi, quindi si ritrova sul lato opposto della stessa via da cui è partito (centocinquanta, duecento metri un po’ più avanti) dove c’è una fermata d’autobus che riguarda tre-quattro linee, oltre a quella del 91. Poiché in quel momento non c’è neanche un’anima, ad aspettare sul marciapiede, il conducente continua tranquillo, la stessa andatura, quando inaspettatamente si sente squillare il campanello di richiesta di stop.
Sebbene sorpreso, l'autista frena e poi rifrena un po’ più forte, finchè la vettura non si ferma completamente, quindi borbotta qualcosa che non si capisce bene e guarda nello specchietto retrovisore interno, per capire chi è che ha suonato per la fermata.
Maestosamente, con indolente fatica, come un monarca ormai segnato dagli anni, l'omone si alza e si dirige verso le porte aperte della discesa.
Con tutti i presenti che lo guardano affascinati, posa il suo corpo sui tre gradini, uno per volta, con più cautela di un esploratore spaziale. Tre piccoli passi, per un uomo. Un gigantesco balzo per l’Atac.
«Ma guarda ‘sto stronzo», si sente chiaramente, dalla cabina dell'autista, dopodichè le porte di uscita vengono chiuse e la vettura riprende la corsa.
“Se se la faceva a piedi, ci metteva meno di cinque minuti”, è il pensiero di tutti, a bordo del mezzo pubblico. Con un accordo raro, tra passeggeri e conducente, riguardo alla valutazione morale dell’accaduto.
“E sì, era proprio uno stronzo.”


[autore Andrea Bellizzi]

domenica 9 agosto 2015

Piani alti

“Avrei preferito un appartamento all’ultimo piano”, disse la ragazza guardando malinconicamente il bellissimo grattacielo.
Nonostante il cielo molto nuvoloso, che faceva filtrare solo pochi raggi di sole, alcune finestre brillavano come fari.
“Sì, lo capisco. Purtroppo abbiamo avuto moltissime richieste, in questo periodo”, spiegò l’incaricato dell’agenzia immobiliare, comprensivo.
Due giorni dopo, il satellite Felix 5 della NASA confermò che il secondo diluvio universale era cominciato davvero.


[autore Andrea Bellizzi]

sabato 25 luglio 2015

Piani diabolici

Il dottor White ridacchiò soddisfatto, guardandosi intorno con le mani poggiate sui fianchi.
L’obiettivo della microcamera era nascosto benissimo, lontano dalla doccia vetrata. La vaschetta con dentro il serpente era pronta. Il meccanismo che prima faceva scorrere la piastrella e poi la rimetteva al suo posto funzionava da Dio.
Il momento di agire era alla fine arrivato. Il meritato trionfo era a portata di mano.
Il dottore guardò in direzione della microcamera, perfettamente occultata, e mosse la mano destra in segno di cordiale saluto. Quell’efficiente aggeggino gli permetteva di controllare tutto a distanza e, al momento giusto, di passare all’azione.
Per l’ennesima volta ripassò mentalmente il suo piano diabolico.
1: sua moglie Ethel entra dentro la doccia (come ogni sera, prima di andare a dormire) e lui, clic, attiva il comando a distanza.
2: la piastrella sopra la doccia si abbassa ad angolo retto e la vaschetta con dentro il serpente (un esemplare di Pseudonaja Textilis, per essere esatti) crolla di sotto.
3: la doccia è piccola, il contatto non si può evitare: un istante dopo l’impatto il serpente (dal brutto carattere) istintivamente morde che gli capita a tiro.
4: lui attivava un altro tasto del comando a distanza. La porta della stanza da bagno si chiude da sola.
5: quando la moglie, riversa per terra, non si muove più da un sacco di tempo, lui fa un ultimo clic sul comando a distanza e la porta del bagno ritorna sbloccata.
Voilà, il gioco è fatto.
La polizia cosa avrebbe trovato? Un’indifesa donnina defunta, in compagnia di un serpentaccio ben vivo.
Dato che erano in un giardino zoologico pieno di bestie pericolose, che c’era di strano se qualcuno era fuggito da una gabbia fetente per rifugiarsi in un appartamento ospitale?
Non c’era nessun motivo perché gli investigatori si mettessero a cercare altro. E tanto meno a controllare ogni centimetro della superficie di un bagno. Estremamente logico e razionale. Praticamente perfetto. Era orgoglioso di sè.
A questo punto poteva anche Immaginare i titoli dei giornali: “Direttrice dello zoo di Rosenville uccisa dal morso di uno dei suoi serpenti”, “La povera vittima tradita dalla sua passione per gli animali”. E soprattutto: “Il dottor Christopher White, marito amorevole e valente veterinario, sconvolto dall’inatteso dolore”.
Ahimé, com’è crudele il mondo.
Ora doveva soltanto allontanarsi il più velocemente possibile e a una giusta distanza. Il tempo e lo spazio erano fondamentali, per garantirsi un alibi come si deve, e la sua casetta in campagna sarebbe stata perfetta. Con tanti vicini a disposizione, avrebbe avuto anche degli ottimi testimoni.
Avere buoni rapporti, con un buon numero d’imbecilli, è certamente una comodità.
Il dottor White sorrise talmente tanto che dovette chiudere gli occhi. Quando sarebbe stato libero completamente, chissà che altre cose fantastiche avrebbe potuto inventare.
Perché la cara consorte, priva di estro creativo, non aveva mai condiviso la sua passione per i congegni meccanici e le strutture complesse. Secondo lei occupavano spazio, ne occupavano troppo. Così lui aveva preso i suoi giochi ingegnosi e li aveva portati nella casa in campagna. E li si era sbizzarrito, per ricompensarla a dovere.
Ancora gongolava, appena fuori l’appartamento-ufficio che divideva con quella palla al piede della sua consorte, quando qualcosa di enorme lo stramazzò per terra e lo fece rapidamente a pezzi.
Si trattava di Altaj, una tigre siberiana di duecentosettanta chili, che per misteriosi motivi lo detestava da sempre.
Come sapeva benissimo chi dirigeva da anni il giardino zoologico.


[autore Andrea Bellizzi]

venerdì 17 luglio 2015

Mi ami?

“Mi ami?”, chiese Claretta.
“Sì”, rispose Anton Giulio.
“Ma, mi ami davvero?”, chiese Claretta.
“Sì. Certamente”, rispose Anton Giulio.
“E quanto è grande, il tuo amore?”, chiese Claretta.
“Beh, è senza fine”, rispose Anton Giulio.
“E, faresti qualunque cosa, per me?”, chiese Claretta.
“Sì, certamente. Tutto”, rispose Anton Giulio.
“Allora, ruberesti anche, se te lo chiedessi”, disse Claretta.
“Anche a mia madre”, disse con voce profonda Anton Giulio.
“E magari, uccideresti, anche?”, chiese Claretta.
“La mia intera famiglia e tutti i miei amici”, disse con voce convinta Anton Giulio.
“Quindi faresti tutto, per me”, concluse Claretta.
“Sì. Te l’ho detto. Tutto”, confermò Anton Giulio, quasi commosso.
“Beh, allora odiami. Perché mi sono innamorata di una altro”, disse, con decisione, Claretta.
Anton Giulio dovette pensarci sopra. “Cosa?”
Claretta lo fissò intensamente. “Mi sono innamorata di un altro. Non ci posso far niente”.
Due giorni prima, una manciata di ore appena, Claretta aveva detto di amarlo intensamente. Usando, per esattezza, queste parole: “Sai, ti amo davvero tanto. Non ho mai conosciuto un uomo dolce e tenero come te.”
Anton Giulio dovette pensarci sopra. Un altro poco, almeno. “Come?”
“E non guardarmi con quell'aria da vittima!”, si spazientì Claretta. “Io, non ti amo, più!”, scandì con estrema chiarezza. “La nostra storia è finita.” Pausa piuttosto aggressiva. “La colpa non è di nessuno.” Pausa un po’ più conciliante.
“Ah”, pensò Anton Giulio, provato.
La mente a spasso, il corpo lasciato a sé, il braccio destro partì con un pugno, teso.
Claretta cadde elegantemente al suolo.


[autore Andrea Bellizzi]

Maledetta estate

"Maledetta estate", pensò Luigi, asciugandosi il sudore che gli impastava il collo.
"A lavorare così, finirò col farmi scoppiare il cuore".
Il bagaglio da sistemare perdeva litri di sangue, che non si poteva lasciare a languire. Per non parlare di quanta fatica occorreva, a impacchettare tutto per bene.
Forse sarebbe stato meglio fare come desiderava suo padre, il conducente di un autobus. Comodamente seduto ad osservare il mondo dall'alto. Con il carattere storto che si ritrovava, però, prima o poi avrebbe steso qualche automobilista arrogante o qualche pedone sventato. Non ricavandoci altro che riprovazione e sanzioni.
Almeno, in questo modo, veniva apprezzato e pagato.
"Pazienza", sospirò a bassa voce, quindi tirò fuori dalla sua valigetta tutto ciò che serviva per fare a pezzi il bagaglio e per ripulire la zona.


[autore Andrea Bellizzi]

venerdì 22 febbraio 2013

L'ultimo voto (cap. 7 - FINE)

C’era un accordo, rimuginò Maurizio. E con il suo voto avrebbe fatto vincere il governo… ma proprio il governo, con i suoi errori, avrebbe dimostrato che aveva ragione l’opposizione. Partì deciso. «Beh, mi dispiace, ma io non sono d’accordo. Non potete costringermi a fare una cosa che non voglio fare. Io ho il diritto di…»
«Allora non ha capito, Zadra! Le stiamo parlando del bene della Federazione, non del suo», si spazientì Sparini. «Se crede che a me piaccia, questa storia... Ma non è questione di gusti personali. Con un inutile cinquanta per cento più uno, avremmo soltanto una merdosa vittoria di Pirro! Per quello che dobbiamo fare, per la medicina velenosa che dovremo dare a tutti, non possiamo fare affidamento solo su metà della popolazione o sui voti incerti degli astenuti. Dobbiamo essere pragmatici e pazienti, per poter introdurre i nostri cambiamenti. Dovremo essere più che intelligenti: dovremo essere disperati! E per fare questo dovremo utilizzare anche la collaborazione dei nostri avversari… Anzi, soprattutto la loro collaborazione.» Maurizio si tirò su a sedere per bene, usando tutta la forza che aveva in corpo. «Sì, ho capito. Può darsi che abbiate fatto tutti i ragionamenti giusti e che questo sia uno splendido piano per il futuro... Intanto, però, lei è l’unico signore del suo partito e dell'opposizione che ho sentito, e comunque sia non voglio finire sui giornali o peggio ancora sui libri di scuola per avere votato a cavolo e non come volevo io. Insomma, non voglio essere comandato.» «Comandato? Guardi che lei può fare come vuole», ribatté Sparini. «Se pensa di essere più intelligente dei migliori analisti politici che il paese abbia a disposizione…»
L’onorevole gettò la sigaretta in terra e prese un videofonino da una tasca interna della giacca. «Per quanto riguarda altri signori più autorevoli di me, l’accontento subito», disse, componendo velocemente un numero. «Pronto? Sì, sono Sparini. Il nostro uomo ha dei dubbi e desidera conferme.» Un leggero brusio dal parallepipedo nero e l’onorevole passò l’apparecchio a Maurizio. «Ecco a lei, Zadra. Le basta parlare con i segretari di Assistenza e Cooperazione, Democrazia Nazionale e Uguaglianza Per Tutti?»
Lo schermo del videofonino rimandava l'immagine di tre uomini dai volti tirati, fin troppo famosi.
Maurizio prese l'apparecchio e parlò con i segretari dei maggiori partiti del blocco di opposizione, che gli confermarono parola per parola le richieste di Sparini. Lui, che non se l’aspettava, disse ben poco. Frastornato com’era, borbottò molti “però”, “beh”, “forse”, “capisco”; ma la parola più importante che disse fu “no”.
Maurizio restituì il videofonino all’onorevole e quello lo usò per dire: «Sì... Sì... Va bene... Ho capito.» Sparini rimise il videofonino in tasca e guardò Maurizio insistentemente, come d’altronde fece anche il ministro Mariani. Il primo a cedere fu Maurizio, che disse: «Mi dispiace. Mi dispiace molto, ma... Questa faccenda per me è troppo grave e complicata. Non ci riesco ad affrontarla, mi dispiace.»
«Quindi che intende fare? Votare per l’opposizione?», chiese il Ministro dell’Informazione.
Maurizio si costrinse a mostrare fermezza. «Io non intendo fare niente. Resterò in questa stanza, oppure dentro casa mia, a curarmi. Questa volta non andrò a votare per nessuno. Sono in convalescenza, e per ora ci voglio rimanere.»
Sparini annuì senza manifestare alcuna emozione. Si limitò a dire: «Capisco. Lei se ne lava le mani.»
Maurizio preferì non ribattere niente, a disagio.
«Arrivederci, signor Zadra. Auguri per la sua convalescenza.»
Il ministro Mariani da parte sua fu ancora più sintetico. Disse soltanto: «Arrivederci», e seguì Sparini fuori della stanza.
* * *
Nel corridoio, seduti in due panchine separate, c’erano il dottor Luciani e l’infermiera giovane e carina, più due uomini in piedi, dall’aria efficiente e pericolosa.
Sparini e Mariani fecero segno al dottor Luciani di seguirli, mentre il dottore disse all’infermiera di entrare nella stanza di Zadra.
«E adesso?», chiese il rappresentante del governo al rappresentante dell’opposizione, a bassa voce.
«Adesso adottiamo il piano B, come era previsto in questo caso», rispose Sparini, guardando il dottor Luciani.
«La signora Vanni?», chiese il dottore, per avere conferma delle istruzioni già avute.
«Sì, la signora Vanni», confermò Sparini. «Zadra invece va rimesso a riposo.»
Il dottore annuì, per far capire che aveva capito, e si allontanò con passo spedito.
Sparini si accese con nervosismo un’altra sigaretta.
«Pensa che con questa Vanni avremo più successo?», chiese Mariani, mettendo in bocca una caramella dal forte odore di menta.
«Dal suo dossier risulta che ha bisogno di quattrini», rispose Sparini. Passò al ministro un foglio di carta ripiegato.
«Ah. Nell’incidente il marito è morto, e mentre lei era in coma la figlia è stata affidata a una zia… Poteva contare soltanto sulle entrate del marito, quindi non penso proprio che ci darà problemi», commentò Mariani.
Sparini annuì e il ministro Mariani si rilassò ulteriormente. Sparini annuì e il ministro Mariani si sbilanciò ulteriormente. «Era più adatto un uomo, per dare peso al voto, ma tutto sommato va bene lo stesso... Sicuramente non ci sarà bisogno del piano C, mio caro amico.»
Sparini aspirò con forza e le sue narici fumarono come se fosse un vecchio drago. «No. Penso di no», disse, a bassa voce. E più per se stesso che per Mariani aggiunse: «Esimio collega.»


[FINE] [autore Andrea Bellizzi]

mercoledì 6 aprile 2011

NON SI FA COSI'


NON SI FA COSI'





Lorenzo entrò nel bar col passo un po’ svogliato di chi vuol far vedere di essere stanco, magari per via di un fantomatico lavoro, e prese uno dei giornali gratuiti che si trovavano su un tavolino.
«Ohi, mister Lorenzo. Ben svegliato», disse l’uomo che era alla cassa degli scontrini. Lorenzo, che stava leggendo i titoli in prima pagina, non gli rispose.
«Va tutto bene, mister?», insistette l’uomo. «Come vanno le cose?»
Lorenzo amava le pause. Avvicinandosi al bancone delle consumazioni, si limitò a dire: «Una favola», senza girarsi.
«Ho capito. E’ una di quelle giornate no», concluse l’uomo alla cassa, ammiccando a un altro uomo.
L'altro uomo stava pulendo con un panno avana di finta renna il lungo bancone di finto marmo in cui si servivano le consumazioni. Guardò Lorenzo con la pazienza di chi è abituato a trattare con gente di ogni genere e propose: «Ci vogliamo tirare su con un caffè bello forte?»
Lorenzo fece una smorfia. «No, meglio un cappuccino.» Pausa. «Con un cornetto caldo.» Pausa. «Come ce l’hai?»
L’uomo del bancone si spostò verso la zona dolciumi. «Di tutti i tipi. Semplice, con la cioccolata, la crema oppure la marmellata.»
Lorenzo assunse un’aria sospettosa. «Marmellata di che?»
L’uomo voltò uno dei cornetti per controllare. «Penso ciliegia.»
L'aria sospettosa di Lorenzo non scomparve. «Dammelo con la crema. Preferisco», concluse, e buttò un'occhiata scettica sulla parte destra del locale.
Da quella parte c’erano i tavolini per sedersi. Sedute a consumare, in quel momento, soltanto tre persone. Amici di Lorenzo, sicuramente, perché gli fecero cenno di avvicinarsi.
«Adesso vengo», assicurò Lorenzo, muovendo senza fretta un braccio in segno di conferma. Intanto però prese il cornetto che gli porgeva l’uomo del banco e gli diede un morso, a cui seguì una nuova pausa di valutazione.
Le pause erano importanti, per Lorenzo, perchè questi intervalli gli servivano per percepire il mondo e per avere coscienza di se stesso. O forse dei cornetti. Insomma, in questo caso dell'interazione tra se stesso e il cibo che mangiava. Per cui con calma diede un secondo morso al suo cornetto, quindi indicò all'uomo del bancone il tavolo degli amici e disse: «Mi porti il cappuccino lì, per favore, e anche un altro cornetto come questo.»
Quando Lorenzo fu finalmente seduto davanti a lui, con l'ultimo pezzo del primo cornetto in mano, l'amico più basso commentò: «Ce l’hai fatta, a venire.»
Pausa.
«Pensavo che eri finito sotto a una macchina», osservò invece l'amico di mezzo, facendo sorridere gli altri due.
Lorenzo finì di mangiare il cornetto senza scomporsi.
«Oh: c'è chi c'è morto, ad aspettare una risposta», sbottò di nuovo l'amico più basso.
Lorenzo scacciò l’aria con una mano. «Lasciatemi stare, che stamattina è stata una levataccia», disse.
L'amico più alto si stupì. ««Te? Una levataccia? E’ quasi mezzogiorno: che levataccia hai fatto? Per fare una levataccia, allora stai parlando di sette ore fa.»
«Ma che sette ore fa! E’ alle dieci di stamattina, che mi sono venuti a rompere i coglioni», scattò Lorenzo, con un'energia inaspettata.
I suoi tre amici, presi alla sprovvista, si presero cinque secondi di silenzio e di riflessione.
«Le dieci di mattina non fanno parte della categoria delle levatacce», osservò con un pizzico di perfidia l'amico più basso.
«Per te che vai a dormire prima di mia nonna», lo fulminò Lorenzo, ancora più irritato, dopodiché guardò il cameriere che si avvicinava per portargli il secondo cornetto col cappuccino e continuò ad alta voce: «Che cazzo campi a fare, vorrei sapere.»
L’amico di mezzo e quello più alto si misero a ridere e il cameriere posò un vassoio davanti a Lorenzo.
«Ti verrà il diabete», disse l’amico più basso, quando Lorenzo versò nella tazzina fumante tre cucchiaini di zucchero. Lo disse per rivalersi, ma Lorenzo non gli badò per nulla.
L'amico di mezzo invece chiese: «E poi chi era, che ti è venuto a svegliare alle dieci?»
Lorenzo, che era impegnato ad asciugarsi la bocca, si limitò a scuotere la testa.
«Ma poi, scusa, tu non sei quello che non apre la porta a nessuno?», osservò l’amico più alto, che aveva buona memoria.
L’amico di mezzo si incuriosì immediatamente. «Cos’è ‘sta storia che non apre a nessuno?»
L’amico più basso colse la palla al balzo per vendicarsi. «Che, non lo sai? Lorenzo non risponde al citofono e neanche alla porta. Tu puoi suonare e bussare quanto ti pare. Lui fa finta di niente e non ti apre nemmeno se muori.»
L’amico di mezzo fece una faccia perplessa. «E perché ‘sta stronzata?», chiese.
«Per non pagare le multe», spiegò l’amico più basso, ridacchiando di gusto.
«Ma va? Davvero? Ma che davvero è così, Lorenzo?», chiese l’amico di mezzo.
Lorenzo smise di bere il suo cappuccino e assunse un’aria pensosa, cercando le parole giuste per spiegare la cosa.
«E’ che le multe io non le pago.» Pausa. «Non le pago e non intendo pagarle mai», sintetizzò.
La cosa, però, non era per niente chiara. Infatti l’amico di mezzo, che aveva bisogno di avere informazioni più chiare, insistette: «E allora? Che centra col fatto del citofono e della porta?»
Lorenzo si passò la lingua sui denti davanti, mentre si concentrava.
«Per farti pagare la multa, te la devono consegnare personalmente. Ti devono trovare e te la devono dare. Se tu non apri a nessuno, non ti possono consegnare nessun avviso di multa e nessuna notifica. Punto», spiegò.
«Va be’, ma se un amico o un parente ti vogliono venire a trovare a casa, allora che devono fare?»
«Mi chiamano sul cellulare. Mi chiamano sul cellulare e ci mettiamo d’accordo.»
Seguirono altri cinque secondi di riflessione. Lo standard temporale per ogni reazione sensata, da parte del gruppo.
«E la faccenda dell’alzataccia?», chiese di nuovo l’amico di mezzo.
«Niente, stavo dormendo tranquillo in camera mia - che ieri notte ho suonato in un pub dall’altra parte del mondo - quando sento suonare al citofono con insistenza, un sacco di volte.»
«E chi era?»
Lorenzo alzò vistosamente le spalle. «E che cazzo ne so? T'ho detto che non rispondo al citofono, io. Mi sono girato nel letto, incazzato nero, e ho aspettato che la facessero finita di suonare.» Pausa. «Magari erano dei ragazzini rompicoglioni.»
L’amico di mezzo annuì.
«Solo che passa un quarto d’ora, venti minuti, penso - io mi ero praticamente riaddormentato - e sento che suonano anche alla porta.» Pausa di riflessione più profonda. «Cazzo.»
Un’altra pausa da parte di tutti.
«E tu non hai aperto nemmeno questa volta», suggerì l’amico più alto, con un po’ di impazienza.
Lorenzo fece una smorfia scandalizzata. «Certo che no. Non apro a nessuno, t’ho detto, se non mi chiamano al cellulare.» Di nuovo pausa. «Solo che questo suonava al campanello esattamente come prima avevano suonato al mio citofono, con la stessa insistenza. Drin, drin, drin, senza piantarla. Insomma, da vero rompicoglioni.»
«Strano», si sentì in dovere di dire l’amico più alto. Anche gli altri due non poterono fare a meno di annuire.
«Mi faceva venire il sangue al cervello», chiarì Lorenzo, toccandosi la testa con un dito. «Avevo un sonno dell’accidente e questo qua suonava senza interruzione.»
«Cazzo. Ce ne sono di matti in giro!», sentì di dovere aggiungere l’amico più alto.
Lorenzo tornò pensieroso.
«Poi a un certo punto l’ha piantata, e pensavo che fosse finita là», disse. «Sembrava che mi potessi riaddormentare in santa pace e stavo lì lì per farlo, quando ho sentito muovere la porta, tric e trac.»
Stavolta si stupì anche l’amico più basso.
«Cavolo! E non ti sei alzato a vedere chi è che rompeva?», chiese.
Lorenzo ingobbì le spalle, in modo aggressivo. «Quando è troppo è troppo. Ho pensato “è quella stronza della donna che mi viene a fare le pulizie”. Una polacca russa rumena che una volta mi capisce e cinque volte no. Cazzo, gliel’ho detto e ridetto che non mi deve rompere prima di mezzogiorno e lei ci ricasca sempre. Allora mi sono alzato e sono andato a cazziarla di brutto, così ho spalancato la porta di scatto.»
Pausa, durante la quale Lorenzo cambiò l’espressione del viso, di colpo sulla difensiva.
«Solo che io abito all’ultimo piano. In quello che era un lavatoio, una volta, e poi hanno cambiato in un appartamentino.» Pausa. «Il fatto è che la mia porta di casa non si apre verso l’interno, come tutte le porte di casa, ma verso l’esterno, perché appunto era un lavatoio.»
«E allora?», lo incalzò l’amico di mezzo, a cui non fregava niente dei lavatoi.
«E allora ho dato una sportellata tremenda a un tizio che stava piegato in avanti dall’altra parte. Così quello ha fatto uno zompo in alto di un metro e mezzo ed è schizzato giù per le scale.»
(... SEGUE)

Dalla raccolta di racconti brevi di Andrea Bellizzi "La gente è strana", Edizioni Simple

IL PESCATORE GENEROSO


Avarizia: totale incapacità di essere generosi.


«Portala a cenare in buon ristorante e diglielo chiaramente.»
Rodolfo accentuò l’espressione pensosa e chiese: «Glielo devo dire chiaramente?»
Giuliano accentuò l'espressione decisa e rispose: «Visto che non capisce o che fa finta di non capire.»
Di fronte a Rodolfo si riaprì un immenso crepaccio di indecisione.
«Ma siamo amici da più di dieci anni... Lei mi considera un amico. Tutti i nostri amici sono abituati a considerarci solo amici!»
Giuliano si tolse la sigaretta di bocca e sbuffò una vistosa nuvola di fumo.
«E chi se ne frega. Che razza di amicizia è, se pensi sempre a metterle le mani addosso?»
Rodolfo apprezzò la schiettezza dell'amico, diretta ma non sboccata, però l'ampiezza del suo personale crepaccio non si ridusse di un centimetro, anzi.
«E perché dovrei dirglielo in un ristorante?»
«In un buon ristorante», lo corresse Giuliano.
«E perché dovrei dirglielo in un buon ristorante?»
«Perché questa Eleonora che ti piace tanto adora i viaggi e mangiare bene. Per cui non mi sembra il tipo che si accontenta di pizza e bruschetta. O no?»
Rodolfo annuì, seppure controvoglia, e Giuliano tirò una pensosa tirata dalla sua sigaretta.
«Hai detto che le piace mangiare il pesce?»
Rodolfo confermò.
«Ne va matta.»
«Allora falla godere. Portala a farsi una scorpacciata di pesce, falle scolare mezza bottiglia di vino, guardala dritta negli occhi e dille che ti fa impazzire.»
«Al ristorante?», chiese conferma Rodolfo, dubbioso.
«Sì.»
«Coi tavoli vicini da cui ci possono sentire?»
Giuliano sbuffò un'altra nuvola di fumo, irritato.
«Che te ne frega a te, di chi ci sta ai tavoli vicini! Tu guarda la tua Eleonora negli occhi verdi e falle capire che sei convinto, deciso. Vuoi solo lei.»
Rodolfo ci pensò su.
«Insomma, ci devo provare in un ristorante.»
«In un buon ristorante», ribadì Giuliano. «Se te la vuoi portare a letto, devi spendere come si deve.»
Rodolfo sentì franare un'altra porzione di parete, fra sé e il maledetto crepaccio.

Rodolfo osservò la lista degli Antipasti, elegantemente trascritta in caratteri pieni di ricciolute escrescenze, e si sentì pervadere da fastidiosi brividi di preoccupazione.
La cosa più economica riportata nella lista erano i "Carciofi alla Romana", da 8,00 euro, mentre la più costosa era un inquietantissimo "Jamon iberico (24 mesi stagionatura)", da ben 26,00 euro.
Si era psicologicamente preparato a spendere al massimo cento euro, ma già gli antipasti rischiavano di mandare a monte ogni previsione.
«Cosa ne pensi di un sauté di cozze e vongole veraci e di qualche ostrica col vino?», propose Eleonora, con un sorriso splendido e il tono di voce di chi si sta divertendo.
12 euro per il sautè e altri 3 per ogni ostrica ordinata.
«Sì, va bene. Le cozze e le vongole mi piacciono. Le ostriche, se vuoi, prendile solo tu. Per me sono troppo... forti. Si sente troppo il sapore di mare. »
«Oh... Allora prendi il carpaccio di polipo. Facciamo un sautè di cozze e vongole e una porzione di carpaccio, e ce le dividiamo metà e metà. Che te ne pare, come idea?»
Carpaccio di polipo 12,00 euro.
«Sì, mi pare una buona idea», ammise Rodolfo, sorridendo a denti stretti.
«E poi, dopo gli antipasti, cosa ti attira di più? La pasta o un bel secondo? Secondo me non ce la facciamo a mangiare tutti e due», osservò Eleonora.
«Sì, hai ragione. Poi va a finire che uno si riempie troppo», confermò Rodolfo. «E non si gusta più quel che si è mangiato.»
Eleonora annuì giudiziosamente.
«Io scelgo un pesce spada al salmoriglio», disse.
18,00 euro.
«E per contorno delle patate al forno, che ne vado matta», continuò.
3,50 euro, verificò Rodolfo. Però poteva andare peggio, tutto sommato.
«E tu, invece?»
Rodolfo controllò la lista dei secondi, sentendosi incalzato.
«Io prendo i calamari alla griglia», disse. Il costo di 14,00 euro gli parve il più ragionevole da sopportare.
«E come contorno?», chiese Eleonora.
Maledizione, anche il contorno.
«Come contorno, dici? Eh... un po' di spinaci all'agro.»
Eleonora approvò. «Buoni.»
Altri 3,50 euro.
Il cameriere, alto, distinto, con un sorriso garbatamente professionale, guardò prima Eleonora e dopo Rodolfo, chiedendo: «I signori hanno già scelto cosa ordinare?»
«Eh... sì. Abbiamo scelto», ammise Rodolfo.
«Come antipasti?»
«Per me, un carpaccio di polipo, per favore.»
«E la signora?»
«Un sautè di cozze e vongole», disse Eleonora. «E un paio di ostriche», aggiunse a sorpresa.
Il cameriere approvò. «Molto bene. E come primi?»
Le ostriche avevano preso Rodolfo un po' alla sprovvista. Altri sette euro di spesa, se ricordava bene.
Il cameriere lo guardò con aria interrogativa.
«Eh... niente primi, grazie. Preferiamo prendere direttamente i secondi», spiegò Rodolfo.
«Va bene. Come secondi?»
«Io prendo i calamari alla griglia, con un contorno di spinaci all'agro.»
«E la signora?»
Eleonora sorrise al cameriere in modo affascinante. «Vorrei un bel pesce spada al salmoriglio e tante patate al forno come contorno.»
Anche il cameriere sorrise. «Un bel piattone di patate al forno. Molto bene. E cosa desiderano da bere?»
Da bere, già. Chissà quanto costavano i vini del locale, si chiese Rodolfo, cercando con nervosismo la pagina dei vini.
«Potrebbe andare bene una Falanghina della Campania. Tu che ne pensi?», disse Eleonora, rivolgendosi a Rodolfo.
Campania, Campania... Rodolfo cercò nella lista dei vini, suddivisa per regione, la parte dedicata alla Campania e finalmente la trovò.
“ Falangina, vendemmia tardiva, 2006 IGT, € 19,00
Falangina, 2007 DOC, € 21,00
Greco di tufo, 2007 DOCG, € 25,00
Fiano di Avellino, 2007 DOCG, € 25,00”
Se non c'era un errore di stampa e la Falanghina era cosa diversa dalla Falangina, il costo del vino era di diciannove euro. Il meno caro, tra i quattro elencati, ma Rodolfo provò lo stesso un istinto di ribellione, pensando a quanto di meno sarebbe costato al supermercato.
«Sì. Mi sembra perfetto», mentì, con un gran sorriso.
«Molto bene», approvò il cameriere. Con un sorriso più convincente di quello di Rodolfo si allontanò.
«Molto bene», ripeté Rodolfo, scuotendo il capo con piccoli scatti successivi, per fare il verso al cameriere. «Adesso porterò a lor signori una raffinatissima tanica di Falanghina antigelo del 2006.»
Eleonora si mise a ridere.
«Ma solo se avete fatto il bollino blu di quest'anno, sia ben chiaro», continuò Rodolfo, sentendosi in uno stato d'animo vendicativo.
«Che matto! Lo stai facendo uguale», concordò con gli occhi che luccicavano di divertimento la sua Eleonora.
Dio, quant'era bella. Sentiva il suo profumo che si spandeva fin dal lato opposto del tavolino e poteva percepire il calore e la morbidezza delle sue guance come se fossero poggiate sul proprio viso.
«Perché mi guardi così?», chiese Eleonora, civettuola.
«Perché sei bellissima», disse Rodolfo.
Lei, pudicamente, si limitò a sorridere e ad abbassare un po' lo sguardo.
Però, diciannove euro per una bottiglia da un litro e mezzo di semplice vino bianco...
L'arrivo di un nuovo cameriere, più dimesso del precedente, interruppe il momento magico o quello che era. Armeggiò con abilità col tappo della bottiglia, fino ad estrarlo, e chiese con lo sguardo a chi doveva versare il primo bicchiere.
«Lo versi alla signorina. E' lei l'esperta», spiegò Rodolfo.
Il liquido dorato si riversò nel calice di Eleonora e lei lo assaggiò con disinvoltura dicendo: «Va bene.»
Il cameriere allora ne versò un altro poco anche nel calice di Rodolfo, quindi si allontanò con discrezione.
«Cin cin, allora», propose Rodolfo.
«Salute e felicità», aggiunse Eleonora.

All'arrivo degli antipasti, gli occhi di Eleonora si spalancarono per l’entusiasmo.
«Sei sicuro di non volerne assaggiare una? Una per me e una per te, dai!»
Rodolfo scosse la testa, sorridendo.
«No, mangiale tutte e due tu. Non ti preoccupare.»
Eleonora mandò giù i sette euro delle due ostriche puzzolenti con evidente soddisfazione.
«Adoro le cozze», sentì il dovere di dire, avvicinando al proprio piatto il sautè di cozze e telline, di dimensioni imperiali.
«Queste però le dividiamo. Passami il piatto», aggiunse, e Rodolfo sorridendo glielo passò.
Buone, erano buone: questo era da ammettere. Rodolfo ne mangiò una decina con un certo gusto.
Eleonora mangiava, commentava e beveva come se fosse l'essere più appagato del mondo. Quando arrivarono anche i secondi, incredibilmente alzò ulteriormente il suo livello di eccitazione.
«Fammi sentire i calamari. Humm, sono buonissimi!», disse.
Rodolfo sorrideva di rimando, in parte soddisfatto per tanta contentezza e in parte deluso dal fatto di non provare le stesse emozioni. Cercò conforto nella bottiglia di vino immersa nel ghiaccio e con orrore si rese conto che era quasi terminata.
«Questo vino è buonissimo», disse Eleonora, finendo il vino che era nel proprio bicchiere.
Rodolfo riempì il suo bicchiere e riempì anche il bicchiere di Eleonora, finendo di scolare la bottiglia.
«Che dici, ne ordiniamo un'altra?», propose, temendo la risposta.
Eleonora si posò una mano tra i seni, sorridendo. «No, per me basta, grazie. Uff, quanto ho bevuto! Però era davvero buono.»
La mano di Eleonora si posò con naturalezza sopra la mano di Rodolfo, in segno di ringraziamento. Rodolfo avvertì una sensazione di piacere che si irradiò lungo tutto il braccio, fino ad esplodere per tutto il petto.
Dio santo, gli piaceva proprio in modo esagerato.

Il primo cameriere, quello che Rodolfo aveva preso in giro, guardò Rodolfo ed Eleonora e con un sorrisetto sicuro cominciò a recitare.
«I signori vogliono un dolce? Abbiamo un ottimo tortino di pere, nocciola e cioccolato bianco, oppure di mandarino con crema di mandarino, una caprese di mandorle cioccolato e pistacchio e la crostata di ricotta e cioccolato. Oppure, per rimanere nell’ambito del cioccolato, la mousse di cioccolato fondente. Se invece lor signori preferiscono i sorbetti, abbiamo il sorbetto al limone, al mandarino, al mirtillo e alla mela verde. Per frutta, l'ananas e tutta la frutta di stagione.»
Rodolfo si sentiva annichilito.
(...segue)

Tratto dallla raccolta di racconti brevi di Andrea Bellizzi "La gente è strana", Edizioni Simple.

domenica 27 marzo 2011

IL MOMENTO GIUSTO


La postazione era ottima. Una collinetta nascosta dalle sterpaglie, raggiungibile solo a piedi e con un certo sforzo, esattamente di fronte alla casa del Lavoro. Tre giorni di appostamenti, per conoscere il territorio e le abitudini del Lavoro, e adesso non restava che attendere con pazienza il suo arrivo.
Le luci della casa erano tutte spente. Guardò le lancette fosforescenti dell’orologio che segnavano le 21.05 e annuì. Il Lavoro rientrava a casa intorno alle dieci meno un quarto, quindi era ampiamente dentro i tempi di routine.
Controllò con il binocolo le finestre e il perimetro che circondava la villetta. Nessun movimento, neanche da parte del Doberman del Lavoro, che stava accucciato con la testa tra le zampe, di fronte alla porta di casa.
Bene.
Verificò il caricamento dell’arma, sistemò l’appoggio per il fucile e si sdraiò il più comodamente possibile. Tarato il mirino di precisione, ripreso il binocolo per osservare la villa, cambiò il ritmo della respirazione e attese.

A cosa pensa un esecutore mentre attende il Lavoro? Per quanto lo riguardava, al tempo che trascorreva. Cinquantatre, cinquantaquattro, cinquantacinque: in mente aveva soltanto numeri che corrispondevano a secondi.
Poi veniva la palpebra da battere, il dolorino alla spalla, la sensazione di un movimento ai margini della visuale, da verificare, la tentazione di guardare l’orologio.
L’esecutore guardò l’orologio.
21.53, un leggero ritardo, praticamente insignificante; eppure un particolare che lo irritò nel profondo. La concentrazione è un’attività faticosa, in cui il passare dei minuti equivale a un spreco di energie esponenziale.
Si sorprese a desiderare una sigaretta, ma fu soltanto un attimo. Durante l’esecuzione del Lavoro non fumava mai.
Alle 21.55 inforcò di nuovo il binocolo, cambiando due volte la messa a fuoco. I numeri si susseguivano nel cervello automaticamente, in modo monotono.
L’esecutore guardò un’altra volta l’orologio: 22.06, ventuno minuti più tardi rispetto alla media. Addebitabili a un numero infinito di possibili motivi. Un guasto meccanico, un rifornimento di carburante, una telefonata imprevista; però, a lui personalmente, piaceva la puntualità durante il lavoro. Da parte di tutti.
Pensò di nuovo alle sigarette.
Aveva provato a smettere in diversi modi, ma fino ad ora con scarsi risultati. Non più un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno, come prima, però queste diciotto sigarette che consumava giornalmente gli sembravano ancora troppe. Era seccante il fatto di non avere abbastanza forza di volontà per smettere. Per la salute, per la spesa economica (soldi buttati) e perché chi dispone della vita e della morte degli altri dovrebbe avere un carattere più deciso, che cazzo. Per questo comunque erano diciotto sigarette e non venti.
Intanto si erano fatte le 22 e 13 minuti. Se per le 22 e 15 il Lavoro non si vedeva, avrebbe fumato una sigaretta comunque, per alleggerire la tensione.
(... segue)

Tratto dalla raccolta di Andrea Bellizzi "La gente è strana", Edizioni Simple.

sabato 19 marzo 2011

LA PATENTE


Le cose non stavano andando bene, a Carlos Divera.
Il mestiere di attore era fatto di lunghe attese, e durante quest'ultima, che durava da due mesi e mezzo, non si era vista una lira una.
L'ultima volta che aveva partecipato a un film si trattava di un spaghetti-western ambientato nella pericolosa città di Corpus Christi, al confine col Messico, ma in realtà ogni scena era stata girata in Andalusia. Aveva fatto la parte di un bandito messicano che in tutto il film diceva solamente: «Non ci piace per niente, la tua faccia, gringo», e poi moriva come un cane, ma il gringo in questione era il protagonista dello spaghetti-western, ossia il personaggio principale, e al produttore della Film Axa e al regista era piaciuto molto il modo professionale in cui Divera era crollato lentamente al suolo, colpito a morte in una delle scene più importanti.
Ora Divera si trovava a Parigi, per via di un film sulla Resistenza francese, e per vari motivi il suo provino era slittato di giorno in giorno, facendo aumentare il conto dell'albergo, così si ritrovava a non avere i soldi per fare un pasto come si deve.
Il luogo esatto in cui si trovava adesso era un bistrot sulla riva sinistra della Senna, dalle parti di Rue de Sèvres, e l'ora era pericolosamente prossima a quella della cena. Alcuni turisti stavano già mangiando wurstel e crauti a un tavolo vicino, mentre sul suo, di tavolo, cercavano compagnia una tazzina vuota di caffè e le bricioline di un croissant. Un po' pochino per un uomo atletico di un metro e settantacinque, che tra l'altro aveva sempre mangiato volentieri.
Divera guardò una bambina sui dieci anni che con un boccone solo mandava giù metà di un wurstel coperto di mostarda, e si sentì stringere lo stomaco per la tristezza. La carne e il vino rosso, a cui era abituato fin da piccolo, gli mancavano in modo doloroso. Era come se l'avessero separato ingiustamente da amici di gioventù ai quali era molto affezionato. Molto.
Al tavolino accanto venne a sedere un tipo che aveva l'aria di un avvocato o di un agente immobiliare. Se la passava bene, a giudicare dal sorriso, e Divera non poté fare a meno di notare che aveva delle belle scarpe, la giacca e la cravatta in tinta e anche un viso ben rasato.
Istintivamente guardò le proprie scarpe, da ginnastica, e si toccò le guance coperte di peli neri. Portava anche lui una giacca e una camicia, quest'ultima con quadrettoni grigio scuro, ma gli mancava una cravatta al collo, sostituita, nel triangolino vuoto sotto il mento, dalla stoffa di una maglietta nera. In compenso i suoi capelli erano folti e disordinati, mentre quelli dell'avvocato erano radi e pettinati di traverso.
Divera si passò le dita nella capigliatura per trovare un po' di conforto e tornò a farsi i fatti suoi, finché non venne un cameriere a portare una bistecca all'avvocato, proprio nel momento in cui quest'ultimo si era allontanato per un attimo, forse per andare in bagno o per fare una telefonata.
Era una bistecca bella, luccicante di olio e sangue cucinato, con una fetta di limone poggiata sfacciatamente a fianco, mentre in un piatto più piccolo fumavano delle patate arrosto di contorno.
Questione di secondi e l'avvocato sarebbe ritornato per mangiare tutto, così Divera si alzò per andare via e senza pensarci afferrò la bistecca e se la mise in tasca.
(... segue)

Dalla raccolta "La gente è strana", di Andrea Bellizzi, Edizioni Simple
http://www.edizionisimple.it/catalogo.php

lunedì 14 marzo 2011

QUESTIONE DI SPAZIO


Superbia: sentimento di superiorità rispetto agli altri.


Avete presente l’odore di macchina nuova che certe macchine nuove emanano rispetto alle altre? E’ l'odore dell’auto che vi è piaciuta di più prima di fare l’acquisto. Quella che quando avete stretto forte il volante vi ha fatto sentire i padroni. Quella che aveva il posto guida così comodo e il parabrezza così pulito da trasformare subito il mondo esterno in un posto migliore.
Il signor Giacomelli si sentiva così: in un mondo migliore. La macchina nuova ronfava come un gatto, obbedendo in modo docile ai movimenti dei suoi polsi, e lui pensava che un uomo ha pure diritto alle sue soddisfazioni, avendo appena compiuto settanta primavere.
“Mi sono fatto proprio un bel regalo”, si disse, superando la piramide Cestia e immettendosi ad andatura tranquilla all'imbocco della via Ostiense. La macchina profumava proprio di nuovo.
Su un’altra auto, proveniente da viale Marconi, l’ispettore capo Nolligi pensava all’onorevole Tortacava che si trovava nell’automobile blu che precedeva la sua, e si sentiva il nervoso salire. Non era nato per fare la scorta a parlamentari viziati, ma nonostante le sue resistenze gli avevano dato l’ordine di proteggere un pallone gonfiato, assegnandogli anche degli agenti che non conosceva.
Sulla sua bicicletta vissuta, invece, Moreno Marchigiani pedalava per via del Porto Fluviale con l'andatura regolare del professionista. Portava sulla schiena uno zainetto con dentro due birre e dei volantini per la manifestazione di protesta che stavano organizzando. Quei porci della Inutech volevano licenziare il cinquanta per cento del personale e i compagni che si erano messi contro la dirigenza e la rappresentanza di venduti, per cui bisognava fare qualcosa prima della chiusura parziale di agosto.
Moreno portava le cuffie e stava ascoltando “Taste the Pain” dei Red Hot Chili Peppers, perciò lì per lì non capì per quale cazzo di motivo le macchine davanti a lui si stavano spostando a destra, chiudendo il passaggio per lui e la sua bici; si rese conto che qualcuno le stava costringendo, quando un macchinone blu con il lampeggiante acceso, seguita da altri due automobili, li superò tutti a sirene spiegate.
«Bastardi figli di puttana», mormorò, a denti stretti. Se ne avesse avuto il potere, le avrebbe fatte esplodere con la semplice forza del pensiero.
Claudia Policami, nella sua Matiz color puffo, stava anche lei percorrendo via del Porto Fluviale, con l’intenzione di girare a sinistra all’incrocio, per imboccare via delle Conce. Doveva andare al Testaccio, a teatro, per le prove della commedia “Casa di cura Othello Holiday”, in cui recitava. Paurosamente in ritardo come al solito, picchiettava col palmo delle mani sopra il volante immobile, maledicendo la fila di macchine ferme davanti e accanto alla sua.
Il semaforo che si trovava all’incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce, molto vicino all’altro semaforo tra via del Porto Fluviale e la lunghissima via Ostiense, non riusciva a fare passare tutti prima che terminasse il verde; quando scattava il rosso diverse macchine restavano ancora là, in mezzo all’incrocio, e allora si incasinava tutto.
Oggi era uno di quei giorni in cui l’incasinamento era particolarmente intenso, e l’arrivo delle tre automobili blu, col deputato e la rumorosa scorta, di certo non migliorò la situazione.
«Cazzo, è tutto bloccato», constatò l’agente Lattuso, che stava accanto al posto di guida della prima vettura.
«Qui ci perdiamo mezz'ora», confermò l'agente Piana, che era il pilota.
Lattuso si sporse fuori dal finestrino e cominciò a gridare e ad agitare la paletta di segnalazione.
«Via, via! Spostatevi! Via!»
Le automobili che si trovavano a destra dell'auto di Lattuso provarono a spingersi ancora più di lato, ma c'era il bordo del marciapiede, piuttosto alto, e più di tanto non si potevano spostare.
«Stronzi di merda», disse l'agente Lattuso, e l'agente Piana chiese: «Che facciamo?»
Il deputato Massimiliano Tortacava, che aveva diritto alla scorta perchè qualcuno gli aveva scritto sotto casa: "Attento Tortacava: per te niente torta, ma una pallottola a punta cava", a lettere rosso sangue e col disegno di una stella a cinque punte, pensava a quella stupida di Loredana che non rispondeva al telefonino. L'aveva viziata troppo, quella stronza. Con tutti i regali che gli faceva, si permetteva di fare la preziosa.
«Siamo bloccati, onorevole.»
Il deputato smise di fissare il telefonino.
«Eh? Che cosa?»
L'autista indicò il muro di macchine davanti a loro.
«Siamo bloccati, c'è un ingorgo al semaforo. La macchina di punta non riesce a farsi spazio.»
Il deputato si irritò immediatamente.
«Come sarebbe a dire? Lo sanno fare il loro lavoro o no? Suonagli il clacson e fagli segno che dobbiamo passare», tagliò corto. Doveva arrivare a casa di Loredana al più presto. Voleva proprio vedere se quattro pezzenti potevano rallentare l'auto di un parlamentare.
L'autista del deputato premette il clacson un paio di volte, e nella macchina di scorta che stava davanti a loro due uomini si voltarono per guardarlo.
«Avanti, andate avanti», disse l'autista di Tortacava, scandendo con attenzione le parole e facendo segno di avanzare, finchè uno due uomini dentro la macchina di scorta tradusse: «L'autista dell'onorevole ha fatto segno che dobbiamo passare.»
«E dove cazzo passiamo, se è tutto bloccato?», protestò Lattuso.
«Passiamo a sinistra, andiamo contromano», propose Piana.
L'agente Lattuso ci pensò su. Alla loro sinistra, nella corsia di senso opposto, qualcosa si muoveva, appena appena. Di qualche passettino le macchine avanzavano, anche se in direzione contraria, e poi così aveva la scusa per fare casino.
«Okay. Ti faccio spazio», disse, scendendo dalla vettura.
Il pilota della seconda macchina di scorta, dietro l'Audi 4 dell'onorevole, informò il suo superiore.
«Comandante, uno dei nostri è sceso.»
L'ispettore capo Nolligi inarcò le sopracciglia.
«Come sarebbe a dire?»
Il pilota della seconda macchina indicò con la mano destra Lattuso, che si era già portato nella corsia opposta e aveva cominciato ad agitare la paletta di segnalazione e a minacciare.
«Avanti, muoversi! Spostate 'ste cazzo di macchine, dai!»
L'autista della prima macchina blu, Piana, cominciò a fare retromarcia, rombando a intermittenza. Sterzò tutto a sinistra e s'insinuò di forza nello spazio ridotto messo a disposizione dalle automobili spostate da Lattuso, che si stava divertendo a morte a fare la parte dell'incazzato.
«Vai avanti, muoviti! E tu che cazzo stai aspettando? Fatti da parte... Sali sul marciapiede, no?»
Il vice ispettore Nolligi, che solamente in parte riusciva a vedere ciò che stava accadendo, era perplesso e irritato.
«Ma chi diavolo è sceso dalla macchina? E che accidenti sta combinando?»
«Si tratta di Lattuso, comandante. E' un tipo particolare», spiegò il suo pilota.
L'agente Lattuso, era arrivato di fronte all'automobile nuova del signor Giacomelli, al limite dell'incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce.
«Oh! Levati di torno, fai marcia indietro!», ordinò a muso duro, ma il signor Giacomelli, regolarmente impostato per percorrere via del Porto Fluviale in direzione opposta a quella della polizia, non capì che cosa intendeva dire.
«Ti ho detto di fare marcia indietro. Spostami 'sto cassone!», ribadì l'agente Lattuso, agitando la paletta di segnalazione a titolo esplicativo.
Claudia Policami, ancora incastrata nella corsia che avrebbe dovuto percorrere la scorta dell'onorevole, guardò l'agente di polizia alla sua sinistra sentendosi sconcertata.
«Mi senti o no? Ti sei rincoglionito?», chiese Lattuso, battendo il palmo della mano sinistra sulla portiera dell'automobile nuova di Giacomelli, che sobbalzò.
Claudia Policami a questo punto non seppe trattenersi.
«Ehi! Non sta esagerando?», protestò, ma l'agente di polizia non le diede alcun peso. «E sposta 'sta macchina del cazzo, ho detto!», infatti continuò, dando un'altra manata sulla Skoda del povero Giacomelli, che ormai era andato nel pallone.
(... segue)

Da "La gente è strana", di Andrea Bellizzi, Edizioni Simple, http://www.edizionisimple.it/

domenica 27 febbraio 2011

LA GENTE E' STRANA


Storie di peccatori più o meno capitali.

Venticinque, forse ventisei racconti brevi e brevissimi con gente piuttosto strana.

Assassini diabolici, vecchiette insidiose, attori vendicativi, innamorati poco convinti, guidatori frustrati, amanti dei numeri e degli animali, sportivi confusi e persino cacciatori di vampiri.

I personaggi ideali per lettori che amano le sorprese.
Piacevoli o spiacevoli che siano.

Edizioni Simple. ISBN 978-88-6259-287-1