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domenica 27 febbraio 2011

CINQUE MINUTI


E’ la tranquillità che dà valore e dignità all’esistenza di una persona.
Fare le cose tenendo conto di tutto il tempo che può servire - il tempo logico più il tempo illogico determinato dalle possibili avversità - fa sì che mentre gli altri che si sbranano su strade asfaltate e strisce pedonali scolorite, perennemente in ritardo, io possa scuotere la testa, in mezzo al traffico e al caos primordiale, con serena e benevola compassione.
Di questa indulgenza mi sentivo ricco, alle 18 e 4 minuti del 24 maggio 1999, dopo aver trovato parcheggio a tre minuti di distanza dalla mia agenzia assicurativa di Largo Pannonia. Il tempo mite, il cielo sereno, la luce del sole e l'aspettativa di una cena piacevole, che avrei passato in buona compagnia, mi rendevano ricco. Ricco di un’indulgenza pericolosa.
«Scusi, che mi potrebbe fare un piccolo piacere?», mi chiede un’anziana signora.
In realtà, io non ho capito che cosa ha detto. Abito a Roma, dove si viene fermati in continuazione da persone che chiedono quattrini, quindi in realtà ho sentito qualcosa come: «Scusi, che mi potrebbe dare qualcosa, per piacere?»
Di conseguenza sorrido, non interrompo il passo e meccanicamente dico: «No, mi dispiace.»
«E’ che co’ ‘ste gambe non riesco proprio a camminare», continua la signora, e realizzo che è molto bassa, anziana, con le gambe grosse e pesanti e che si trova in evidente difficoltà. Così mi viene in mente mia nonna che è morta da parecchi anni (è sempre stata robusta e attiva fino all'ultimo respiro, contrariamente a questa, però mi viene in mente lo stesso) e comprendo che ha detto: «Scusi, che mi potrebbe fare un piccolo piacere?»
Guardo la porta dell’agenzia assicurativa a pochi metri di distanza, consulto l’orologio che segna le 18 e 5 minuti, penso che ho 25 minuti a disposizione e faccio l'errore di chiedere, per scrupolo: «Cosa è successo? Le serve aiuto?».
«Che mi può accompagnare dal medico, qua dietro? Ci ho appuntamento adesso, che mi deve visitare, ma co’ ‘ste gambe non riesco a camminare.»
In effetti dondola sul posto, incapace di andare avanti e indietro, in cerca di un appoggio che non trova. Alla fine della frase la sua voce prende anche una intonazione lamentosa, quasi di pianto privo di speranze, e con un fazzoletto di cotone si deterge maldestramente il viso, forse per via di una lacrima iniziale.
«Mi dispiace, ma devo pagare l’assicurazione», sono costretto a dire. «Altrimenti mi chiude e non faccio in tempo.»
Lei mi guarda come se avessi detto una cosa poca ragionevole e mi chiede: «Ma lei ce l’ha la macchina?»
«Sì, ce l'ho, ma l'ho parcheggiata un po' lontano. Ci metto troppo ad andare a prenderla… Poi non faccio in tempo a pagare l’assicurazione.»
«Ma se si sbriga, prende la macchina e in cinque minuti abbiamo fatto. Lo studio medico sta proprio qui dietro, non ci vuole niente.» Indica lo spazio cosmico con vago movimento del dito. «Ci devo andare perché il medico mi deve fare le analisi e riceve solo il lunedì. Se non ci vado come faccio? Questo è convenzionato, non posso andare da un altro.» La sua voce comincia nuovamente ad incrinarsi. «E’ che devo fare questa cura pe' le gambe, che non riesco proprio a camminare più.»
Discutere richiede troppo tempo, la signora è anziana e ragiona in modo anziano, per cui decido di tagliare corto. «Va bene, vado a prendere la macchina. Lei non si muova e mi aspetti qui.»
«Si sbrighi», sento, mentre mi affretto a tornare dove ho parcheggiato, e immediatamente mi pento di aver deciso di darle una mano.
Si sbrighi? Cosa voleva dire quel si sbrighi? Porca pupazza, mi sbrigo sì, che mi sbrigo, ma solo perché devo pagare la mia assicurazione! Anzi, mi faccio una corsetta pure.
Quanto ci avrò messo? Meno di un minuto? Salgo in macchina con un leggero affanno e metto in moto. Esco di retromarcia dal parcheggio, facendo appena una sgommatina. Prima, seconda e un pizzico di terza marcia; fermo di fianco al marciapiede, proprio di fronte all’agenzia.
La vecchina dalle gambe gonfie è rimasta esattamente dove si trovava, tra me e l’ingresso della mia assicurazione. Scendo dall’Opel Corsa determinato a sistemare in fretta la faccenda.
«Venga, l’aiuto a salire in macchina», dico, mentre le apro la portiera di destra. «Ce la fa a salire da sola?»
«Sì, sì. Un momento», afferma. Sale sull’automobile con qualche contorsione e parecchi aggiustamenti, però sale.
Quando si è sistemata chiudo lo sportello dicendole: «Attenzione che chiudo», quindi raggiungo il lato sinistro e mi siedo al posto di comando.
«Allora, me lo dice lei, dov’è che devo andare», puntualizzo, sistemando la cintura di sicurezza con efficienza e determinazione.
Lei annuisce e punta il braccio destro verso il parabrezza. «Sì. Deve girare a destra proprio in quella strada, lì di fronte, e dopo a destra di nuovo. E’ proprio qui dietro, in via Gallia. Cinque minuti.»
Cinque minuti. Siamo sul filo delle 18 e 15 minuti, penso, e imbocco la prima stradina a destra, a senso unico, per ritrovarmi subito, effettivamente, nella più grande e trafficata via Gallia.
«Ecco, un po’ più avanti… Dove sono quei secchioni della spazzatura», mi guida la vecchina. «Sì, un po’ più avanti. Lo vede quel portone? E’ lo studio medico. Io abito vicino, qui dietro. Lei accosti qui, che è più vicino al marciapiede, così mi aiuta a scendere. Che io, co’ ‘ste gambe rovinate, da sola non ce la faccio proprio.»
Accosto tra il cassettone della spazzatura e una vettura parcheggiata, quanto basta per poter aprire lo sportello di destra e farla scendere senza problemi, quindi scendo velocemente per darle una mano.
«Ecco, sì, bravo. Mi aiuti col braccio», dice la signora, aggrappandosi al mio braccio e tirandosi fuori con fatica. «Basta che mi accompagna fino al portone, poi c’è il portiere, lo vede? Mi ci porta lui allo studio medico. Il dottore mi guarda le analisi e me ne posso andare. Così lei mi viene a prendere e mi riaccompagna a casa.»
Stiamo facendo il piccolo tragitto dalla mia macchina al portone dello studio medico a passettini incerti e progressivi. Io ascolto l’espressione assurda, “Mi viene a prendere e mi riaccompagna a casa”, e guardo il portiere che ci sta fissando, cercando di calcolare quanti minuti mi sono rimasti a disposizione.
«Non posso venire a riprenderla», obietto. «Ho appuntamento con una signora alla metropolitana di San Paolo e non posso farla aspettare.»
«Ma abito qui dietro, proprio qui vicino! Io co’ ‘ste gambe non ce la faccio a torna' da sola. Co’ la macchina sua ci vogliono cinque minuti solamente... Quando il medico ha finito, l’aspetto qui, insieme al portiere, così mi riaccompagna a casa lei.»
Adesso stiamo proprio esagerando, penso, mentre nella mia testa ho la rappresentazione mentale di una lancetta dei secondi che continua a girare inesorabilmente. Abbiamo raggiunto il portiere e dico alla signora: «Va bene, se posso vengo a riprenderla e la riporto a casa.» Mentre al portiere spiego: «Senta, questa signora dice che ha un appuntamento allo studio medico. La può accompagnare lei dentro, per favore? Io le ho dato un passaggio, ma adesso devo proprio andare via.»
Il portiere annuisce dicendo che va bene, mentre la vecchina lo saluta con una certa familiarità e spiega che io sono una persona tanto per bene. Non ho altro tempo e mi sbrigo a salire in auto, però mentre apro lo sportello sento lei che dice: «Allora io l’aspetto qui, eh?»
“Sì. Aspetta, aspetta”, penso, con un bel po’ di sarcasmo e di risentimento più che giustificato, ma le sorrido e annuisco in modo rassicurante. Mi ributto nella strada fortunatamente poco trafficata, con l’orologio che segna le 18 e 18 minuti.
Giro alla prima a destra e dopo una viuzza scema giro di nuovo a destra. Sono di nuovo nella piazza in cui si trova l’assicurazione - grazie a tutti i santi e al Signore - e un po’ più avanti trovo persino un posto dove parcheggiare.
Mentre entro nell’agenzia assicurativa, un orologio appeso alla parete più larga dello stanzone sta per segnare le 18 e 22.

Fatto. Finito. L’impiegato ha trovato sul computer la mia pratica, ha stampato il bollettino assicurativo, si è preso l’assegno e io sono fuori, al sole dei meritevoli, alle 18 e 26 minuti. Persino l’aria sembra più pulita di com’era prima.
Bene, ora si tratta di andare alla stazione di San Paolo, da Gina, che mi aspetta per le sette del pomeriggio.
Chissà che fine ha fatto la vecchina, mi viene da pensare, mentre raggiungo con passo disinvolto la mia fidata mobìl. Magari adesso sta per uscire dallo studio del dottore (e apro lo sportello). Oppure è uscita e mi aspetta insieme a quel portiere (e metto nervosamente in moto).
E’ uscita ed è rimasta sola (la macchina si muove). E’ uscita, è sola, si guarda intorno, non ci vede bene, cerca un appoggio zoppicando e sono soltanto le 18 e 33.
«E’ ancora presto», dico all’abitacolo circostante, per giustificare il fatto che invece di andare verso San Paolo sto andando verso lo studio medico convenzionato. Tanto, per andare alla stazione ci vorrà sì e no un quarto d’ora, penso, e Gina, poi, non è mai stata puntuale in vita sua.
Rieccola: la sensazione che ci sia improvvisamente troppo traffico, che le vetture si muovano troppo poco, che ci sia un semaforo scassato, da qualche parte, o qualche altra cosa che non funziona.
Dai, dai, muoviamoci! Adrenalina, irritazione, molta impazienza e desiderio di pena capitale per i più lenti. Il tempo si materializza in una successione interminabile di striscette bianche, disegnate con colla appiccicosa sull'asfalto ostile.
Ecco lo studio medico. Sul marciapiede non si vede nessuno. Cioè c’è gente, ma non la mia vecchina. D’altronde con i miei occhiali un po' appannati, non è che ci veda proprio bene.
Accosto e scendo. Il portiere di prima sta trafficando con un citofono che probabilmente si è scassato.
«Mi scusi», chiedo. «Per caso ha visto una signora anziana che...»
«Sto qua, sto qua», mi informano alle mie spalle.
E’ la vecchina, che si era messa un po’ in disparte, nascosta alla mia vista da chissà che cosa.
«Grazie, l’ho trovata», comunico al portiere. Invece alla signora dico: «Eccomi, sono venuto a prenderla», notando che lei sta alzando un dito in modo inquisitorio.
«Se ne voleva andare via, eh? Non voleva venire più!», mi accusa, prendendomi completamente alla sprovvista.
Arrossisco leggermente e mi sento offeso. «Ho finito all’assicurazione e sono venuto a prenderla», chiarisco, ma lei annuisce con l’evidente espressione di chi pensa: “Sì, come no.”
Comunque chiede: «La macchina dov’è?», e io rispondo: «Eccola.»
L’accompagno a passettini ini-ini fino allo sportello, per farla rimontare sopra.
«Allora, mi ha detto che la casa è qui vicino», le ricordo, mentre rimetto in moto.
«Sì, sì, sta qui dietro, glielo dico io. Lei vada avanti. Ecco. Deve girare a destra, a via Licia. Sì, qui, si accosti. Ecco. Deve citofonare al signor Finetti, a quel portone lì.»
Ho accostato e mi aspetto che lei scenda. Perché devo citofonare a quel portone lì?
Le chiedo: «Ma deve scendere a prenderla qualcuno? Lei abita lì?»
Scuote la testa e mi guarda con attenzione. «No, lì ci abita il signor Finetti, che è una persona tanto distinta, che lavora in banca, sa? Gli deve dire che è venuto a prendere la busta dell’olio e della camomilla...», e qui nella sua voce torna quell’intonazione piagnucolosa che mi aveva già colpito prima. «Che so’ rimasta senza un goccio d’olio a casa e senza camomilla. Che come faccio a prende’ sonno, co’ ste’ gambe che me danno così fastidio!»
«Ma scusi, io ho un appuntamento con una signora, che mica posso lasciare da sola alla stazione!», mi ribello, decisamente risentito per quella che sta diventando una fastidiosa situazione. «Lei mi ha detto che dovevo accompagnarla a casa. Dov’è questa casa, per piacere, così l’accompagno e posso andare via?»
«Sta qui vicino, a cinque minuti. Co’ la macchina non ci vuole niente. Io come faccio, a piedi, a portare la busta col boccione pesante dell’olio? Che ci ho ‘ste gambe che me fanno male e che pe’ camminà è una tribbolazione.»
E che cazzo! - penso, poco educatamente, ricordando però che la parola “tribolazione” veniva usata anche da mia nonna, quando voleva sottolineare il fatto che fare una determinata cosa costava veramente delle pene esagerate.
Tagliamo corto.
«Va be’. A chi devo citofonare, ha detto?», chiedo. Come d’incanto, la sua voce smette all’istante di piagnucolare.
«Al signor Finetti. Gli dica di portare giù la busta della signora Erminia. E’ tanto distinto e lavora in banca. Su, vada, vada.”
Ma guarda che roba! Mi dice pure “vada, vada”!
Raggiungo il portone del palazzo e comincio a scorrere la lista dei nominativi sul citofono argentato.
Finetti, ha detto.
Suono ad un certo Amilcare Finetti.
«Sì?», dice una voce flebile.
«Senta, mi scusi, sono con una signora che mi ha detto che dovrebbe portare giù una sua busta... Una busta con una bottiglia d’olio.»
«Sì, la signora Erminia.»
«Sì. Può scendere è portarla giù, per favore? Io l’aspetto qui, sul portone.»
Il signor Finetti ha un momento di netta esitazione.
«Ma io non sono presentabile», mi spiega. «Sono in pantofole. Non posso scendere per strada con le pantofole.»
Questi due sono dei criminali, penso in un lampo. Sono d’accordo, si tratta di una trappola, mi fanno salire in casa e mi rapinano di tutti i soldi e dei vestiti.
«Senta, io nemmeno la conosco, la signora. La sto accompagnando a casa per farle un piacere, ma non la conosco. Mi ha chiesto di citofonarle perché le serve la busta dell’olio e per favore la deve portare giù lei, perché io ho anche un appuntamento con una persona che mi sta aspettando da diverso tempo, e non pensavo proprio di dover fare tutti questi giri!»
Breve silenzio di riflessione da parte del signor Finetti, infine dal citofono si sente: «Va bene, allora scendo in pantofole. Mi dia un momento solo.»
E se fossero davvero degli imbroglioni? Guardo verso la mia macchina: lo sportello di destra è leggermente aperto perché la vecchina vuole fare entrare dentro l’aria, oppure per non farmi andare via?
Telefono a Gina, intanto. Devo avvertirla di che cosa sta accadendo (anche come eventuale testimone di un possibile misfatto) e che potrei tardare di parecchio.
«Pronto, Gina? Senti, mi sta capitando una cosa abbastanza strana. Ho dato un passaggio a una vecchietta, che era in difficoltà, e ora mi sta praticamente tenendo in ostaggio. ... Sì, sto aspettando un tizio che gli deve dare una busta con dentro dell’olio e poi dovrei portarla a casa. ... Sì, dice che abita qui vicino, io spero, poi vengo subito da te, a San Paolo. Tu hai la macchina? ... Va bene, scusami per questo contrattempo. ... Sì, poi ti racconto. Aspettami in macchina, io cerco di sbrigarmi prima che posso.»
La serratura elettrica del portone d’ingresso scatta e si affaccia un signore bassino e paffuto, con gli occhialetti tondi e l’aria remissiva. Porta tra le braccia una busta di plastica, a cui ha fatto un vistoso nodo.
«Il signor Finetti?», chiedo. Lui annuisce, mi guarda un po’ perplesso e dice: «Ho portato la busta con l’olio e un po’ di odori. Dov’è la signora Erminia?»
«La signora è lì, nella mia macchina. Anzi, per favore, se ci vuole parlare lei...»
Guarda senza entusiasmo verso l’Opel Corsa e alza un po’ le sopracciglia in segno di delusione. «Ma io sono in pantofole», ribadisce. «Non posso camminare sulla strada.»
Un altro anziano, non ancora anziano, che però ragiona da anziano.
«Abbia pazienza», spiego, «come le ho detto, io la signora non la conosco nemmeno. Prima l’ho accompagnata dal medico, perché non poteva camminare da sola, e adesso la stavo accompagnando a casa sua. Solo che mi ha detto di citofonarle e sono bloccato qui mentre mi aspetta una persona. Ci parli lei, per favore. Le dia la busta e le spieghi che io la devo riportare a casa subito, perché si sta facendo tardi... Per favore, venga un momento fino alla macchina e glielo spieghi lei.»
Assimila a fatica e annuisce senza spostare nessun accessorio della sua faccia inespressiva. «Va bene», dice, forse con un leggero sospiro di rassegnazione.
A passettini un po’ più lunghi di quelli a cui mi ha abituato la vecchina, raggiungiamo finalmente lo sportello destro della mia vettura. Lei gira il capo per vedere chi è arrivato, e i due anziani di spirito e di corpo si scambiano collaudate frase di saluto.
«Signora Erminia, buonasera. Come sta?», dice il signore non ancora anziano.
«Signor Finetti! Buonasera, scusi se l’ho fatta incomodare», dice invece la signora veramente anziana. «Il signor Finetti lavora in una banca, sa?», mi ripete, soddisfatta, al che il bancario le sorride leggermente, sollevando la busta chiusa con il grosso nodo. «Le ho portato l’olio e gli odori», dice, passando la busta di plastica dalle sue mani a quelle della vecchina, e lei gli chiede se dentro c’è anche la camomilla che le serve tanto per dormire.
(... segue)

Estratto dalla raccolta "La gente è strana", Edizioni Simple.

domenica 23 gennaio 2011

Un lavoro stressante


Guardo Mario interrogativamente. Devo continuare?
Lui ci pensa un po’ su, mentre il povero stronzo rantola, per terra.
«Dà qua», mi dice, indicando la mia mazzetta da lavoro. Strano, non capita mai.
Mario soppesa la mazzetta, riflette un altro po’ e colpisce deciso la testa del povero stronzo, crac.
Non va bene, penso; non va bene per niente.
«Mah. Mi credevo meglio», dice Mario, buttando via la mazzetta per terra e uscendo fuori dal retrobottega.
«Pensaci tu, a dare una ripulita», aggiunge. Uno degli Altri abbozza un sorriso.
Non va per niente bene; non avevamo mai ammazzato nessuno, prima, e ci metterò un sacco di tempo a dare una pulita.
Il liquido che viene da sotto la testa spaccata raggiunge della frutta caduta per terra e la circonda. Esco dal retrobottega anche io, entro nella frutteria vera e propria, passo sotto la saracinesca alzata di un metro e poi la riabbasso del tutto. Devo andare a cercare un sacco adatto per il povero stronzo e della segatura.
Quando ritorno al negozio, dopo un’oretta, ritiro in po’ su la saracinesca, accendo la torcia portatile e abbasso la saracinesca di nuovo.
Il povero stronzo è buono al suo posto, il liquido ha fatto una pozza, un motorino con la marmitta sfondata fa rumore di fuori e a me mi rode. Un conto è rompere qualche osso e un altro far fuori un cristiano. Se questo stronzo avesse evitato di fare il furbo…
Gli tiro un calcio in testa, per il nervoso, e l’occhio sinistro rotola, fuori dal cranio.
Cazzo: la cosa è disgustosa. La piccola palla rotola fin troppo a lungo, si ferma dov’è la pozza e dov’è la frutta, rivolge la retina verso il mio sguardo e resta là a fissarmi, tra un paio di mele guaste e dei limoni.
Chissà perché ha assunto una tinta giallo sporcizia, identica a quella dei limoni che gli sono accanto. Non può trattarsi di un occhio vero, sarà di vetro finto; insomma sarà una protesi posticcia, di cui non ci siamo accorti prima. In ogni caso non intendo verificare. Raccatto tutto e metto tutto insieme: frutta, frattaglie e il corpo del povero stronzo. Quando ritorno a casa - a notte fonda - non dormo bene, però.
Questo lavoro è sempre più stressante. Ci vorrebbe una settimana a Tagliacozzo.
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Accendo la luce in cucina, il braccio pronto a posare la spesa sul tavolo, a un paio di metri, e il suo odio è come uno schiaffo terribile in pieno viso, da togliere il fiato.
Lo percepisco come disprezzo assoluto, di un giallo spettrale, malato. Sembra che brilli di un battito fosforescente. Vivo.
Il limone posato sul tavolo mi odia.
Mi rendo conto che sto pensando una cosa priva di senso, davvero ridicola; ma l’odio che mi assale è così… reale; lo sento bene, che viene tutto da quel limone.
Calmo. Respiro e poi… Calmo.
Come è possibile che io stia pensando una cosa del genere? Come è possibile che, anche solo per un momento, io possa concepire una cosa così?
Fisso il limone, l’unico oggetto presente sopra il tavolo vuoto, e quello emana qualcosa di lurido, sia nella luce che nell’odore. In qualche malefico modo ricambia il mio sguardo. Forse è per colpa del neon, che tremola a tratti e illumina male; che gli disegna ombre di vita e di morte sulla superficie rugosa; che sembra farlo pulsare, come un cuore di carne, gonfio di odio e furore.
Emana terribili pensieri. Li sento.
Arretro lentamente, senza staccare gli occhi dal suo alone giallastro. Sono sicuro che potrebbe spiccare un balzo, con braccia e gambe nascoste dietro il corpo schifoso, e aprirsi come una tagliola, e strapparmi via la faccia a morsi.
Arretro lentamente e chiudo con la mano destra, che mi trema, due volte la porta a chiave.
Cazzo, il cuore mi esce fuori dal torace. Mi preme sulle costole è fa distintamente tum, tum, tum.
Riprendo il fiato con rumore, per sentire uno straccio di suono umano. Se mi vedessero gli Altri, la mia reputazione sarebbe finita. Non è concepibile crollare a causa di un stupido frutto.
La colpa da dare a qualcuno che ha sbagliato. La colpa è della donna delle pulizie.
Deve essere stata quella stronza di Olga, a lasciarlo lì, dopo aver pulito la cucina. Il limone doveva far parte dei suoi stupidi acquisti, e lei per sbaglio l’ha dimenticato lì.
Maledetta incapace: lo sa che non voglio niente di vivo dentro il mio frigorifero e nella cucina! E che la tavola deve essere libera, vuota, pulita, disinfettata con l’alcool. Avrò ripetuto queste istruzioni un milione di volte.
E’ una fortuna che abbia potuto chiudere il mostro a chiave. Appoggio una poltrona alla porta, per più sicurezza, e chiudo a chiave anche la porta del corridoio e quella della mia stanza. Ha nove porte bianche e pulite, il mio appartamento. Ho nove chiavi per chiudere tutto come si deve.

(... segue)

Estratto dal racconto di andrea Bellizzi "Un racconto stressante", pubblicato da PerroneLab Editore nell'antologia di autori vari "ero una crepa nel muro".

lunedì 6 dicembre 2010

Mannaggia


Si svegliò come da un piacevole pisolino, tranquillo e rilassato, e la prima cosa che vide fu il viso di una ragazza, molto carina.
«Non si preoccupi. Va tutto bene», sussurrò la ragazza, e Claudio pensò: “E chi si preoccupa, mi sento come un papa. Ma guarda che sorriso.”
La ragazza, che appunto stava sorridendo, gli poggiò una mano, fresca, contro la fronte, e per un po’ la tenne lì continuando a sorridere, premurosa.
«Si ricorda cos’è successo?», sussurrò, guardandolo negli occhi.
Claudio si concentrò per un attimo, spinto dal desiderio di assecondarla, ma non gli venne in mente niente di particolare.
«No. Perché? Che cosa è successo?»
La ragazza tolse la mano dalla sua fronte e graziosamente piegò la testa di lato.
«Ce la fa a tirarsi un po’ su? A mettersi seduto?»
Soltanto adesso Claudio si rese conto di essere sdraiato. Sdraiato sdraiato, senza nemmeno un cuscino sotto la testa, che in effetti sentiva un po’ vuota.
«Coraggio, l’aiuto io», disse la signorina.
Claudio tirò verso di sé i gomiti, spinse per fare forza contro le palme delle mani, ma non riuscì a sollevarsi.
«Uff, è faticoso» ammise, un po’ perplesso.
«In genere ci vogliono due tre tentativi», lo rincuorò la signorina.
“Che bel sorriso”, pensò di nuovo Claudio. Più che altro, aveva voglia di fargli una buona impressione. Stavolta ci mise più impegno. Le mani della ragazza, ai lati delle sue spalle, diedero un contributo. Adesso era seduto.
Dette un’occhiatina intorno, piegando leggermente il capo sia a sinistra che a destra. Che strano: sembrava una grande sala completamente vuota.
«Ci vede bene?», chiese la signorina.
Anche questa volta prima di rispondere ci pensò sopra.
«Mi pare di sì. Non che ci sia tanta roba da vedere… Dove siamo?»
«In una sala di controllo», spiegò la ragazza.
«Ah. E controllo di cosa?»
«Controllo di qualità.»
«Ah.»
Non è che Claudio, con questa risposta, riuscì a capirne molto di più.
«Che colori vede, in questa sala?», chiese la ragazza.
«Colori?»
«Sì. Che colori vede, intorno a sé?»
Claudio si guardò di nuovo intorno. In alto e sulla sinistra non c’era nulla: né mobili né persone. A destra, invece, a parecchi metri di distanza, adesso c’era un’altra persona in terra, che forse prima non aveva notato. E un’altra donna, vestita come la sua signorina, gli stava di fronte.
«Grigio. Mi sembra tutto grigio. A parte il camice di quella signorina, tra il giallo e l’avana. Chi è quell’uomo, sdraiato lì?»
La ragazza non si girò per guardare.
«La persona che l’ha investita. E io come sono? Quali colori vede in me?»
«Non ho capito. Ha detto che sono stato investito?»
La ragazza annuì, continuando a sorridere. Sembrava un po’ divertita, ma senza alcuna intenzione di prenderlo in giro.
«Sì, le ho detto che quello è l’uomo che l’ha investita, ma le ho chiesto anche quali colori vede in me.»
Claudio guardò di nuovo l’uomo per terra, che adesso, come aveva già fatto lui, si stava tirando su a sedere. Anche lui era grigio. Tornò a guardare la sua ragazza: cavolo, com’era carina e come gli sorrideva.
«Ha dei capelli biondi. E gli occhi marroni. Belli tutti e due.»
Il sorriso della ragazza divenne appena un po’ birichino. «Ed il mio camice?», insistette.
«Un verdolino chiaro chiaro. Carino.» Di un verde più chiaro, se ricordava bene, di quello usato di solito dalle infermiere.
La fronte della ragazza, appena un filino, si aggrottò. «Hum.»
Ora qualcosa Claudio incominciò a ricordare.
«E’ vero: sono stato investito. Guidavo il mio motorino e un motociclista pirata mi ha preso.»
La ragazza si limitò ad annuire.
Claudio guardo nuovamente a destra.
«Non è che è lui, quello che mi ha investito?»
Stavolta anche la signorina guardò l’altro uomo.
«Sì, è lui», disse.
La ragazza che stava con l’altro uomo si girò dalla loro parte, forse sentendosi osservata, e la ragazza che stava con Claudio la salutò alzando un poco la mano.
«Come mai non sento niente?», chiese Claudio, un po’ perplesso.
«Non si preoccupi, è perfettamente normale, in questi casi», spiegò la ragazza.
«Ah.»
«Lei si definisce un credente o un non credente?», chiese la ragazza.
«Come, mi scusi?»
«Lei si definisce un credente o un non credente?», ripeté la ragazza.
«Eeeh… Non ho capito che c’entra adesso. Stavamo parlando di un incidente. Potrei sapere un po’ più di particolari, per cortesia?»
«Lei e quel signore avete avuto un incidente, ma adesso va tutto bene. Bisogna solo stabilire dove andrete», chiarì con amichevole pazienza la ragazza.
Claudio aggrottò la sua fronte, pesantemente, e cercò di riflettere in modo migliore.
«Il verde è un forte segnale di preparazione», continuò la ragazza. «Chi è pronto per proseguire percepisce la luce più verde degli altri. La vede in ogni cosa.»
Niente. Per Claudio, come spiegazione, non era affatto chiara.
(... segue)

Racconto di Andrea Bellizzi pubblicato nella raccolta di autori vari "Polvere sotto il divano", dedicata al colore verde, Perrone LAB editore.

Un colore vale l'altro


Riccardo appoggiò la mano sul bordo del cofano dell’automobile, facendola scorrere per un poco. Il metallo, perfettamente liscio e fresco, gli dette una piacevole sensazione.
- Allora? Che ne pensa? - chiese il proprietario dell’automobile.
Che ne pensava? Era bellissima, però quel colore della carrozzeria...
- Sì, va tutto bene. E' soltanto questo colore che, non so, non mi convince troppo - spiegò Riccardo.
Il proprietario dell'automobile, che aveva sessant'anni e una camicia bianca con delle sottili righe arancio, lo guardò con espressione quasi offesa.
- Sta scherzando? Questo colore è un Phoenix Orange 75. Ho fatto riverniciare l'auto con questo colore nel maggio del 2000, proprio per festeggiare il passaggio al nuovo secolo e per poterlo esibire sul lungomare di Rimini e Riccione, durante l'estate. Guardi che contrasto fa con il tetto in vinile nero.
Riccardo guardò il tetto della Ford Capri, lucido e ben conservato.
- Non so. Mi sembra un po' vistoso - si lamentò.
Il proprietario dell'automobile si lasciò sfuggire una risata.
- O beh, se cerca un'automobile che non attiri l'attenzione dei passanti, non è certo questa la sua vettura! Guardi che dovunque sono andato, dovunque l'ho lasciata parcheggiata, questa automobile ha sempre fatto girare la testa a un sacco di persone.
Riccardo arrossì e si spostò dal cofano anteriore alla fiancata. Stavolta, con la mano stesa, seguì la nervatura orizzontale che segnava, in rilievo, praticamente tutto il profilo della coupé.
Dio, che piacere che gli dava quel solido metallo scolpito alla perfezione...
Spinse il bottone situato sulla maniglia cromata dello sportello ed entrò all'interno della vettura.
Il largo sedile in finta pelle, privo di poggiatesta, lo accolse come una poltrona.
Il proprietario aprì l'altro sportello e gli sedette accanto, con una smorfia di dolore.
- Lei è fortunato. Se non fosse perchè mi è aumentato il mal di schiena, che mi rende difficile guidare un'automobile senza il servosterzo, non le cederei mai questo gioiello. Mi toccherà guidare una di queste scatolette piene di plastica, dove tutto sa di elettrodomestico finto.
Riccardo strinse il volante duro e senza porosità, della stessa consistenza di un disco 33 giri, e posò la mano sul pomello del corto cambio.
- Andiamo a fare un giro? - propose il proprietario dell'automobile.
- Andiamo a fare un giro - ripetè con un sorriso Riccardo.

Il bello di guidare una Ford Capri MK1 del 1972 è quello di guidarla "piano". Correre, con un motore 1.300 di 60 cavalli, meno prestazionale di una banale Fiat 127, non serve a molto; il piacere di guidare in scioltezza avendo davanti un frontale lungo e sempre parallelo al suolo, invece, che non sparisce in basso, visibile fino alla fine, cornice del mondo esterno, cornice della strada... beh, quello è un piacere davvero speciale, che nessuna aerodinamica auto moderna ti può regalare.
Le sensazioni rimandate dallo sterzo, poi, privo di servofreno, davano a Riccardo la sensazione di guidare qualcosa di prezioso e di vivo, che trasmetteva ogni avvallamento dell'asfalto nelle sue mani.
- Questo modello della MK1 è l'ultimo della serie nata nel '69 - spiegò il proprietario. - I successivi avevano una brutta gobba sopra il cofano per via dei nuovi motori 4 cilindri in linea, che andavano a sostituire gli indistruttibili V4 a corsa corta. Saranno stati anche più efficienti, ma la sensazione di tiro che ha questo gioiello ai bassi giri... ah, ragazzi, per me è sempre stata una goduria.
Aveva abbassato il finestrino destro completamente e, con il gomito appoggiato in fuori, si vedeva che se la godeva proprio.
Riccardo si sentì contagiato, da tanta contentezza. Gli sembrava di essere tornato a quando aveva vent'anni e ciò non aveva prezzo. Staccò l'assegno da 3.500 euro con un sorriso dentro di eccitazione. In fondo, un colore vale l'altro, quando sei al volante dell'automobile che ti piace.

L'uomo arrivò di corsa al finestrino, preoccupato.
- Come sta? Si è fatto male? - chiese.
Riccardo lo guardò con espressione vaga. Si sentiva assente, un po' confuso.
- Ha battuto la testa? Le fa male? - insistette l'uomo.
Riccardo si rese conto di avere le dita della mano destra che gli premevano la fronte e le guardò con attenzione, per controllare se vi fosse sangue sopra. Non c'era niente di colore rosso, per fortuna.
- No, sto bene, grazie - disse. - Cos'è successo?
L'uomo fuori dal finestrino indicò un punto indefinito, situato alle spalle della vettura.
- Il cane di una bambina. Gli è scappato di mano e ha attraversato la strada all'improvviso. La bambina gli è corsa dietro e per un pelo lei non l'ha investita. - L'uomo rifletté un momento, prima di continuare. - Se non sterzava a destra per evitarla, la prendeva in pieno. Io ho visto tutto, perchè stavo fumando, fuori dal mio negozio, e stavo guardando la sua macchina che passava.
Il cane e la bambina. Riccardo si ricordò di tutto. Aveva frenato a fondo, però non era stato sufficiente: per questo aveva sterzato a destra e... La macchina. Aveva sbattuto la macchina nuova contro il marciapiede.
- Porca puttana - mormorò, infelice.
(...segue)

Racconto di Andrea Bellizzi pubblicato nella raccolta di autori vari "Tramonti di ruggine", dedicata al colore arancione, Perroni LAB editore.

giovedì 16 settembre 2010

Facezie 05

Più passa il tempo e più divento distratto. Oggi ho perso anche le ultime illusioni.

sabato 8 maggio 2010

Non si fa così


Lorenzo entrò nel bar col passo un po’ svogliato di chi vuol far vedere di essere stanco, magari per via di un fantomatico lavoro, e prese uno dei giornali gratuiti che si trovavano su un tavolino.
«Ohi, mister Lorenzo. Ben svegliato», disse l’uomo che era alla cassa degli scontrini. Lorenzo, che stava i titoli in prima pagina, non rispose.
«Va tutto bene, mister?», insistette l’uomo. «Come vanno le cose?»
Lorenzo amava le pause. Avvicinandosi al bancone delle consumazioni, si limitò a dire: «Una favola», senza girarsi.
«Ho capito. E’ una di quelle giornate no», concluse l’uomo alla cassa, ammiccando a un altro uomo.
L'altro uomo stava pulendo il lungo bancone di finto marmo con un panno avana di finta renna. Guardò Lorenzo con l’aria paziente di chi è abituato a gente di ogni tipo e quando arrivò al bancone gli chiese: «Ci vogliamo tirare su con un caffè bello forte?»
Lorenzo fece una smorfia. «No, meglio un cappuccino.» Pausa. «Con un cornetto caldo.» Pausa. «Come ce li hai?»
L’uomo del bancone si spostò verso la zona dolciumi. «Di tutti i tipi. Semplici, con la cioccolata, la crema oppure la marmellata.»
Lorenzo assunse un’aria sospettosa. «Marmellata di che?»
L’uomo voltò uno dei cornetti per dargli un’occhiata più professionale. «Penso di ciliegia. Oppure di fragola, può darsi.»
L'aria sospettosa di Lorenzo non scomparve. «Dammelo con la crema. Preferisco», concluse, e degnò di un'occhiata scettica la parte destra del locale.
Da quella parte c’erano i tavolini per sedersi: seduti a consumare, in quel momento, soltanto tre persone. Amici di Lorenzo, perché gli fecero cenno di avvicinarsi.
«Adesso vengo», assicurò Lorenzo, muovendo senza fretta un braccio in segno di conferma. Intanto però prese il cornetto che gli porgeva l’uomo del banco e gli diede un morso di controllo, a cui seguì una nuova pausa.
Le pause erano importanti, perché Lorenzo era un tipo riflessivo. Quegli intervalli di valutazione tra un morso e l'altro, gli servivano per percepire il mondo e per prendere coscienza di se stesso. O forse del cornetto. Insomma, dell'interazione tra se stesso e il cibo che mangiava. Per cui con grande calma filosofica diede un secondo morso al suo cornetto, quindi indicò all'uomo del bancone il tavolo degli amici e disse: «Mi porti il cappuccino lì, per favore, e anche un altro cornetto come questo.»
Quando Lorenzo fu finalmente seduto davanti a lui, con l'ultimo pezzo del primo cornetto in mano, l'amico più basso commentò: «Ce l’hai fatta, a venire.»
Pausa.
«Pensavo che eri finito sotto a una macchina», osservò invece l'amico di mezzo, facendo sorridere gli altri. Lorenzo però finì di mangiare il cornetto senza scomporsi.
«Oh: c'è chi c'è morto, ad aspettare una risposta», sbottò di nuovo l'amico più basso.
Lorenzo scacciò l’aria con una mano. «Lasciatemi stare, che stamattina è stata una levataccia», disse.
L'amico più alto si stupì. ««Te? Una levataccia? E’ quasi mezzogiorno: che levataccia hai fatto? Per fare una levataccia, allora stai parlando di sette ore fa.»
«Ma che sette ore fa! E’ alle dieci di stamattina, che mi sono venuti a rompere i coglioni», scattò Lorenzo, con un'energia inaspettata.
I suoi tre amici, presi alla sprovvista, si presero cinque secondi di silenzio e di riflessione.
«Le dieci di mattina non fanno parte della categoria delle levatacce», osservò con un pizzico di perfidia l'amico più basso.
«Per te che vai a dormire prima di mia nonna», lo fulminò Lorenzo, ancora più irritato, dopodiché osservò il cameriere che gli portava il secondo cornetto col cappuccino, e rifletté ad alta voce: «Che cazzo campi a fare, vorrei sapere.»
L’amico di mezzo e quello più alto si misero a ridere, per via della parolaccia, e il cameriere posò un vassoio davanti a Lorenzo.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore nella raccolta "Al bar".

martedì 8 dicembre 2009

Facezie - 02

Viviamo in uno strano universo. Ogni giorno che passa, la vita si assottiglia. Però si allargano i fianchi.

domenica 15 novembre 2009

Battute


Maledetto Cristian Pavesi.

Undicesima serata, Terza Scena.
Il pubblico ride, parte la musica e il sipario viene richiuso. Il tavolo viene girato e le sedie vengono spostate. Io mi siedo dietro quella che diventa la scrivania del Professor Holiday e mi sistemo gli occhiali sul naso e la pipa spenta in bocca. Un telefono viene poggiato sulla scrivania, apro il quaderno di lavoro del professore e cerco di rilassarmi.
Parte la musica e il sipario si apre di nuovo.
La scena è divisa in due parti: a sinistra il pubblico vede una parte della sala d’ingresso, a destra lo studio del professor Holiday. Le due parti sono separate da una finta porta di scena. Fuori dello studio ci sono il signor Pepperside e la capo infermiera Mary; dentro lo studio c’è il Professor Holiday, ossia io.
Pepperside: Ho sentito dire che il professore è molto bravo, vero?
Mary: (Annuendo.) Il professor Holiday è uno psichiatra di fama mondiale.
Pepperside: Mondiale?
Mary: Certamente. Basti vedere come ha curato Jimmy.
Pepperside: (Perplesso.) Jimmy? Jimmy l’infermiere factotum?
Mary: Certo. Il professore ha fatto miracoli, con lui. (Gli si avvicina di più e lo fissa negli occhi.) Sa, era pazzo furioso!
Pepperside: (Visibilmente preoccupato.) Ah...
Qualcuno tra il pubblico ride.
Mary bussa alla porta dello studio.
Holiday: Sì?
Mary: Sono Mary, professore. Con il signor Pepperside, il nuovo paziente.
Holiday: Ah, sì, certamente. Entrate pure.
Il signor Pepperside e Mary entrano nello studio del professor Holiday.
Pepperside: Buonasera, professore.
Holiday: Buonasera a lei, signor Pepperside, si metta pure a sedere.
Il signor Pepperside, ossia quel bastardo di Pavesi, si siede. La cameriera esce con discrezione, lasciandoci soli.
Lui: Ecco, professore… Ho deciso di rivolgermi a una clinica specializzata come la vostra, perché per me questo è veramente un brutto periodo.
Io: (Annuisco in modo professionale.) Hu hu.
Lui: Io non dormo più… non mangio più… non esco più di casa…
Io: (Continuo ad annuire, attento.) Hu hu.
Lui: Non guardo nemmeno la pay-tv!
Ancora risate, che bruciano la battuta che devo dire.
Io: Ah, perbacco! Con quello che costa! (Nessuna reazione del pubblico, infatti.) E ha qualche idea sul perché di questi suoi disturbi?
Lui: No, professore. Non me lo so spiegare.
Io: Hu hu… Lei non ricorda qualche avvenimento recente, che possa averla turbata?
Lui: No, professore. Non mi pare.
Io: Hu hu… E cosa può dirmi, sulla sua vita sentimentale?
Lui: Oh… Effettivamente, c’è stato un piccolo cambiamento, ultimamente.
Io: Dica. La ascolto.
Lui: Beh, la mia fidanzata mi ha lasciato, dopo otto anni di fidanzamento.
Io: Hu hu.
Lui: Proprio il giorno prima delle nozze.
Io: Hu hu.
Lui: Per fuggire insieme al mio migliore amico.
Io: Hu hu. Capisco. E lei come ha reagito a questo episodio?
Lui: Oddio... Devo dire non troppo bene... (Pausa ad effetto.) Tutta quella quantità di bei regali da rimandare indietro!
Il pubblico ride di nuovo
Io: Sì, capisco benissimo. Ma lei deve rendersi conto, mio caro giovanotto, che queste cose solo all’ordine del giorno, oramai. Quel che è successo, può darle invece modo di avvicinarsi di più alla sua famiglia. (Mi preparo a prendere appunti.) Com’è il suo rapporto con suo padre?
Lui: E’ sempre stato il mio migliore amico.
Io: (Lo indico col dito, in segno di approvazione.) Ecco, vede? Questo è molto positivo: suo padre ora le sarà ancora più vicino.
Lui: (Molto scettico.) Non credo. E’ stato lui a scappare con la mia fidanzata.
Il pubblico ride con convinzione.
Io: (Assumo un atteggiamento molto pensieroso, per essere più caricaturale.) Uhm, già, capisco. Comportamento tipico. Sua madre, invece?
Lui: Oh, anche per lei è stato un momento duro. Se non ci fosse stato padre Rudolfo, a sostenerla, penso che sarebbe crollata.
Io: (Mi fingo sorpreso.) Padre Rudolfo?
Lui: Il nostro nuovo parroco. Un giovane missionario appena arrivato da Puerto Alegre. Avrebbe dovuto celebrare lui il mio matrimonio.
Io: Uh uh, capisco. Un nuovo parroco con fresche energie per portare conforto. Vi è stato vicino?
Lui: A me non molto. E’ partito insieme a madre per le lontane isole del Peloponneso. Vivono insieme, ora, e pare che siano molto felici.
Il pubblico ride di cuore.
Stramaledetto.
Io: (Continuo ad essere pensieroso, cercando di soffocare la mia irritazione.) Già, già, capisco. Comportamento tipico. (Fingo di scrivere sul mio quaderno di lavoro, rifletto con attenzione, quindi mi rivolgo con risolutezza al signor Pepperside; da questo momento devo preparare il terreno per la mia battuta.) Mia caro signor Pepperside, è ora che lei affronti la realtà.
Lui: (Sulla difensiva.) La realtà, professore?
Io: (Dopo una pausa molto studiata.) Lei ha del risentimento nei confronti della sua fidanzata. (Cerco di captare l’umore del pubblico.)
Lui: (Perplesso.) Del risentimento, professore?
Io: (Sospiro, cercando di dare al sospiro il peso esagerato di una vita di studi.) Eh, la mente è una cantina misteriosa… Quando il suo matrimonio - puf! - è svanito; quando suo padre - puf! - è svanito; quando sua madre e perfino la sua guida spirituale - puf! puf!, sono spariti - la sua mente può avere associato il fatto di essere rimasto completamente solo alla sua fidanzata, per un complesso incastro di ragionamento, coincidenze e inconscio, reagendo con un inaspettato esaurimento nervoso.
Mi sembra di captare una risatina, ma l’atmosfera è moscia. Maledizione!
Lui: (Sorpreso.) In effetti, ora che mi ci fa riflettere, mi rendo conto di avercela un po’, con la mia ex fidanzata... Ma lei come ha fatto a capirlo in così breve tempo?
Io: (Minimizzo con evidente modestia.) Oh, segreti del mestiere. Me ne sono reso conto da come ha reagito quando ho detto il nome della sua fidanzata.
Lui: (Perplesso.) Ma lei non l’ha detto.
Io: (Assumo una aria di sicurezza.) Comportamento tipico. Lo vede? Lei nega la causa evidente del suo disagio.
Lui: (Ancora più perplesso.) Professore, scusi, ma lei non l’ha detto… perché nemmeno io le ho detto il nome della mia fidanzata.
Qualcuno già ridacchia. E’ merito mio o è merito di Pavesi?
Io: Uh uh, capisco perfettamente. Come lei vede, l’intensità del trauma è talmente forte, che lei continua a rifiutare di pronunciare il suo nome.
Lui: (Con un'espressione di sorpresa davvero esagerata.) Oooh! Non ne ero consapevole, professore.
E giù risate a non finire. Bastardo d’un guitto.
Io: (In tono comprensivo.) Povero ragazzo, la capisco. Ci vuole tempo, in queste cose. Ci vuole tempo… ma si può guarire!
Tiro una corda che aziona una campanella. Entra nel mio studio la capo infermiera Mary.
Mary: Ha chiamato, professore?
Io: Sì. Accompagni per favore il signor Pepperside nel suo alloggio. E’ stata una giornata lunga e faticosa. (Fingo di aspirare tabacco dalla mia pipa.) Adesso è bene che vada a prepararsi per la cena e riposi un po'.
Buio. Il sipario si chiude e ci si prepara per la nuova scena.
- - - - -
Che palle, sono avvilito.
“Oooh! Non ne ero consapevole, professore” continua a divertire il pubblico più di ogni altra cosa al mondo, nella commedia, sebbene Cristian Pavesi sia chiaramente un coglione.
La battute in cui il pubblico dovrebbe ridere sono: “Ah, perbacco! Con quello che costa!” e “Lei ha del risentimento nei confronti della sua fidanzata”, che sono molto più sofisticate.
Per non parlare dei miei studiatissimi intercalari: “Comportamento tipico”, “Hu hu” e “Capisco”, che nelle prove funzionavano così bene.
Non è per niente giusto, maledizione.
Gemma, che fa la parte di Mary, tira su entrambi i pollici e sorride in modo irritante a Cristian, dicendo: - Perfetto! Il pubblico è tutto tuo!
Poi si accorge di me e aggiunge:
- Perfetto anche tu, Saverio. Gli hai dato le battute precise precise.
Dopodichè lascia le quinte ed entra in scena.
Precise precise? Cristian Pavesi fa le cose perfette e io precise precise. Non mi pare un granché, penso.
- Con quel vestitino da infermierina mi fa impazzire. Ha quel culetto… Sai se se la fa con qualcuno? – mi chiede Cristian.
- Non sono sicuro. Pare di no - rispondo.
Annuisce distrattamente e allunga un po’ il collo, per studiare Gemma. E’ in scena con l'infermiere factotum e ci dà le spalle.
- Ha proprio un bel culetto. Stasera le chiedo di uscire.
Stramaledetto bastardo.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrore Editore, nella raccolta dedicata a "LInvidia".

domenica 8 novembre 2009

Facezie - 01

Io amo il prossimo. Davvero davvero. E’ per l’attuale che ho seri problemi.

venerdì 9 ottobre 2009

Il pescatore generoso



- Portala a cena fuori in buon ristorante e diglielo chiaramente.
Rodolfo accentuò ancora di più l’espressione pensosa.
- Glielo devo dire chiaramente?
Giuliano accentuò ancora di più l'espressione decisa.
- Visto che non capisce o che fa finta di non capire.
Di fronte a Rodolfo si riaprì un immenso crepaccio di indecisione.
- Ma siamo amici da più di dieci anni... Lei mi considera un amico. Tutti i nostri amici sono abituati a considerarci solo amici!
Giuliano si tolse la sigaretta di bocca e sbuffò una vistosa nuvola di fumo.
- E chi se ne frega. Che razza di amicizia è, se pensi sempre a metterle le mani addosso?
Rodolfo apprezzò la schiettezza dell'amico, diretta ma non sboccata, però l'ampiezza del suo personale crepaccio non si ridusse di un centimetro, anzi.
- E perché dovrei dirglielo in un ristorante?
- In un buon ristorante - lo corresse Giuliano.
- E perchè dovrei dirglielo in un buon ristorante?
- Perchè questa Eleonora che ti piace tanto adora i viaggi e mangiare bene. Per cui non mi sembra il tipo che si accontenta di pizza e bruschetta. O no?
Rodolfo annuì, seppure controvoglia, e Giuliano tirò una pensosa tirata dalla sua sigaretta.
- Hai detto che le piace mangiare il pesce?
Rodolfo confermò: - Ne va matta.
- Allora falla godere. Portala a farsi una scorpacciata di pesce, falle scolare mezza bottiglia di vino, guardala dritta negli occhi e dille che ti fa impazzire.
- Al ristorante? - chiese Rodolfo, dubbioso.
- Sì.
- Coi tavoli vicini da cui ci possono sentire?
Giuliano sbuffò un'altra nuvola di fumo, irritato.
- Che te ne frega a te, di chi ci sta ai tavoli vicini! Tu guarda la tua Eleonora negli occhi verdi e falle capire che sei convinto, deciso. Vuoi solo lei.
Rodolfo ci pensò su.
- Insomma, ci devo provare in un ristorante.
- In un buon ristorante - ribadì Giuliano. - Se te la vuoi portare a letto, devi spendere come si deve.
Rodolfo sentì franare un'altra porzione di parete, fra sé e il maledetto crepaccio.
- - -
Rodolfo osservò la lista degli "Antipasti", elegantemente trascritta in caratteri pieni di ricciolute escrescenze, e si sentì pervadere da fastidiosi brividi di preoccupazione.
La cosa più economica riportata nella lista erano i "Carciofi alla Romana", da 8,00 euro, mentre la più costosa era un inquietantissimo "Jamon iberico (24 mesi stagionatura)", da ben 26,00 euro.
Si era psicologicamente preparato a spendere al massimo cento euro, ma già gli antipasti rischiavano di mandare a monte ogni previsione.
- Cosa ne pensi di un sauté di cozze e vongole veraci e di qualche ostrica col vino? - propose Eleonora, con un sorriso splendido e il tono di voce di chi si sta divertendo.
12 euro per il sauté e altri 3 per ogni ostrica ordinata.
- Sì, va bene. Le cozze e le vongole mi piacciono. Le ostriche, se vuoi, prendile solo tu. Per me sono troppo... forti. Si sente troppo il sapore di mare.
- Oh. Allora prendi il carpaccio di polipo. Facciamo un sautè di cozze e vongole ed una porzione di carpaccio, e ce le dividiamo metà e metà. Che te ne pare, come idea?
Carpaccio di polipo 12,00 euro.
- Sì, mi pare una buona idea - ammise Rodolfo, sorridendo a denti stretti.
- E poi, dopo gli antipasti, cosa ti attira di più? La pasta o un bel secondo? Secondo me non ce la facciamo a mangiare tutti e due - osservò Eleonora.
- Sì, hai ragione. Poi va a finire che uno si riempie troppo - confermò Rodolfo. - E non si gusta più quel che si è mangiato.
Eleonora annuì giudiziosamente.
- Io scelgo un pesce spada al salmoriglio - disse.
18,00 euro.
- E per contorno delle patate al forno, che ne vado matta - continuò.
3,50 euro, verificò Rodolfo. Però poteva andare peggio, tutto sommato.
- E tu, invece?
Rodolfo controllò la lista dei secondi, sentendosi incalzato.
- Io prendo i calamari alla griglia - disse. Il costo di 14,00 euro gli parve il più ragionevole da sopportare.
- E come contorno? - chiese Eleonora.
Maledizione, anche il contorno.
- Come contorno, dici? Eh... un po' di spinaci all'agro.
Eleonora approvò. - Buoni.
Altri 3,50 euro.
Il cameriere, alto, distinto, con un sorriso garbatamente professionale, guardò prima Eleonora e subito dopo Rodolfo, chiedendo: - I signori hanno già scelto cosa ordinare?
- Eh... sì. Abbiamo scelto - ammise Rodolfo.
- Come antipasti?
- Per me, un carpaccio di polipo, per favore.
- E la signora?
- Un sautè di cozze e vongole - disse Eleonora. - E un paio di ostriche - aggiunse a sorpresa.
Il cameriere approvò. - Molto bene. E come primi?
Le ostriche avevano preso Rodolfo un po' alla sprovvista. Altri sette euro di spesa, se ricordava bene.
Il cameriere lo guardò con aria interrogativa.
- Eh... niente primi, grazie. Preferiamo prendere direttamente i secondi - spiegò Rodolfo.
- Va bene. Come secondi?
- Io prendo i calamari alla griglia, con un contorno di spinaci all'agro.
- E la signora?
Eleonora sorrise al cameriere in modo affascinante. - Io vorrei un bel pesce spada al salmoriglio e tante patate al forno come contorno.
Anche il cameriere sorrise. - Un bel piattone di patate al forno. Molto bene.
Il cameriere finì di scrivere sorridendo, quindi rivolse il suo sguardo di nuovo verso Rodolfo.
- E cosa desiderano da bere?
Da bere, già. Chissà quanto costavano i vini del locale, si chiese Rodolfo, cercando con nervosismo la pagina dei vini.
- Potrebbe andare bene una Falanghina della Campania. Tu che ne pensi? - disse Eleonora, rivolgendosi a Rodolfo.
Campania, Campania... Rodolfo cercò nella lista dei vini, suddivisa per regione, la parte dedicata alla Campania e finalmente la trovò.
" Falanghina - vendemmia tardiva - 2006 I.G.T. - 19,00 euro
Falangina - 2007 D.O.C. - 21,00 euro
Greco di tufo - 2007 D.O.C.G. - € 25,00
Fiano di Avellino - 2007 D.O.C.G. - € 25,00 "
Se non c'era un errore di stampa e la Falanghina era cosa diversa dalla Falangina, il costo del vino era di diciannove euro. Il meno caro, tra i quattro elencati, ma Rodolfo provò lo stesso un istinto di ribellione, pensando a quanto di meno sarebbe costato al supermercato.
- Sì. Mi sembra perfetto - mentì, con un gran sorriso.
- Molto bene - approvò il cameriere, quindi con un sorriso più misurato di quello di Rodolfo si allontanò.
- "Molto bene" - ripeté Rodolfo, scuotendo il capo con piccoli scatti successivi, per fare il verso al cameriere. - Adesso porterò a lor signori una raffinatissima tanica di Falanghina antigelo del 2006.
Eleonora si mise a ridere.
- Ma solo se avete fatto il bollino blu di quest'anno, sia ben chiaro - continuò Rodolfo, sentendosi in uno stato d'animo vendicativo.
- Che matto! Lo stai facendo uguale - ammise con gli occhi luccicanti di divertimento la sua Eleonora.
Dio, quant'era bella. Sentiva il suo profumo che si spandeva fin dal lato opposto del tavolino e poteva percepire il calore e la morbidezza delle sue guance come se le avesse effettivamente poggiate al proprio viso.
- Perché mi guardi così? - chiese Eleonora, civettuola.
- Perché sei bellissima - disse Rodolfo.
Lei, pudicamente, si limitò a sorridere e ad abbassare un po' lo sguardo.
Però, diciannove euro per una bottiglia da un litro e mezzo di semplice vino bianco...

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "L'Avarizia", collana LAB.

venerdì 10 luglio 2009

Questione di spazio


Avete presente l’odore di macchina nuova che certe macchine nuove emanano rispetto alle altre? E’ l'odore dell’auto che vi è piaciuta di più prima di fare l’acquisto. Quella che a stringere forte il volante vi ha fatto sentire i padroni. Quella con il posto guida così comodo e il parabrezza così pulito da trasformare immediatamente il mondo esterno in un posto migliore.
Il signor Giacomelli si sentiva così: in un mondo migliore. La macchina nuova ronfava come un gatto, obbedendo in modo docile ai movimenti dei suoi polsi, e il signor Giacomelli, che aveva appena compiuto settanta primavere, pensava al fatto che un uomo ha diritto alle sue soddisfazioni.
“Mi sono fatto proprio un bel regalo”, si disse, superando la piramide Cestia e immettendosi ad andatura tranquilla all'imbocco della via Ostiense. La macchina profumava proprio di nuovo.
Su un’altra auto, proveniente da viale Marconi, l’ispettore capo Noreligi pensava all’onorevole Tortacava che si trovava nell’automobile blu che precedeva la sua, e si sentiva il nervoso salire. Non era nato per fare la scorta a parlamentari viziati, ma nonostante le sue resistenze gli avevano dato l’ordine di proteggere un pallone gonfiato, assegnandogli anche degli agenti che non conosceva.
Sulla sua bicicletta vissuta, Moreno Marchigiani pedalava invece per via del Porto Fluviale con l'andatura regolare del professionista. Portava sulla schiena uno zainetto con dentro due birre e dei volantini per la manifestazione di protesta che stavano organizzando. Quei porci della Inutech volevano licenziare il cinquanta per cento del personale ed i compagni che si erano messi contro la dirigenza e la rappresentanza, e qualche cosa bisognava fare prima della chiusura parziale d’agosto.
Moreno portava le cuffie e stava ascoltando “Taste the Pain” dei Red Hot Chili Peppers, perciò lì per lì non capì per quale cazzo di motivo le macchine davanti a lui si stavano spostando a destra, chiudendo il passaggio per lui e la sua bici; si rese conto che le stavano costringendo quando un’automobile blu con il lampeggiante acceso, seguita da altri due macchinoni, li superò tutti a sirene spiegate.
- Bastardi figli di puttana – mormorò, a denti stretti. Se ne avesse avuto il potere, le avrebbe fatte esplodere con la semplice forza del pensiero.
Claudia Policami, nella sua Matiz color puffo, stava anche lei percorrendo via del Porto Fluviale, con l’intenzione di girare a sinistra all’incrocio, per imboccare via delle Conce. Doveva andare al Testaccio, a teatro, per le prove della commedia “Casa di cura Othello Holiday”, in cui recitava. Paurosamente in ritardo, come di solito, picchiettava col palmo delle mani sopra il volante immobile, maledicendo la fila di macchine ferme davanti e accanto alla sua.
Il semaforo che si trovava all’incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce, molto vicino all’altro semaforo tra via del Porto Fluviale e la lunghissima via Ostiense, non riusciva a fare passare tutti prima che terminasse il verde. Quando scattava il rosso diverse macchine restavano ancora là, in mezzo all’incrocio, e allora si incasinava tutto.
Oggi era uno di quei giorni in cui l’incasinamento era particolarmente intenso, e l’arrivo delle tre automobili blu, col deputato e la rumorosa scorta, di certo non migliorò la situazione.
- Cazzo, è tutto bloccato - constatò l’agente Lattuso, che stava accanto al posto di guida della prima vettura.
- Qui ci perdiamo mezz'ora - confermò l'agente Piana, che era il pilota.
Lattuso si sporse fuori dal finestrino e cominciò a gridare e ad agitare la paletta di segnalazione.
- Via, via! Spostatevi! Via!
Le automobili che si trovavano a destra dell'auto di Lattuso provarono a spingersi ancora più di lato, ma c'era il bordo del marciapiede, piuttosto alto, e più di tanto non si potevano spostare.
- Stronzi di merda - disse l'agente Lattuso, e l'agente Piana chiese: - Che facciamo?
Il deputato Massimiliano Tortacava, che aveva diritto alla scorta perchè qualcuno gli aveva scritto sotto casa: "Attento Tortacava: per te niente torta, ma una pallottola a punta cava", a lettere rosso sangue, con il disegno di una stella a cinque punte, pensava a quella stupida di Loredana che non rispondeva al telefonino. L'aveva viziata troppo, quella stronza. Con tutti i regali che gli faceva, si permetteva di fare la preziosa.
- Siamo bloccati, onorevole.
Il deputato smise di fissare il telefonino.
- Eh? Che cosa?
L'autista indicò il muro di macchine davanti a loro.
- Siamo bloccati, c'è un ingorgo al semaforo. La macchina di punta non riesce a farsi spazio.
Il deputato si irritò immediatamente.
- Come sarebbe a dire? Lo sanno fare il loro lavoro o no? Suonagli il clacson e fagli segno che dobbiamo passare - tagliò corto. Doveva arrivare a casa di Loredana al più presto. Voleva proprio vedere se quattro pezzenti potevano rallentare l'auto di un parlamentare.
L'autista del deputato premette il clacson un paio di volte e nella macchina avanti due uomini si voltarono per guardarlo.
- Avanti, andate avanti - disse l'autista di Tortacava, scandendo con attenzione le parole e facendo segno di avanzare, e uno due uomini tradusse: - L'autista dell'onorevole ha fatto segno che dobbiamo passare.
- E dove cazzo passiamo, se è tutto bloccato? - protestò Lattuso.
- Passiamo a sinistra, andiamo contromano - propose Piana.
L'agente Lattuso ci pensò su. Alla loro sinistra, nella corsia di senso opposto, qualcosa si muoveva, appena appena. Di qualche passettino le macchine avanzavano, anche se in direzione contraria, e poi così aveva la scusa per fare casino.
- Okay. Ti faccio spazio - disse, scendendo dalla vettura.
Il pilota della seconda macchina di scorta, dietro l'Audi 4 dell'onorevole, informò il suo superiore.
- Comandante, uno dei nostri è sceso.
L'ispettore capo Noreligi inarcò le sopracciglia.
- Come sarebbe a dire?
Il pilota della seconda macchina indicò con la mano destra Lattuso, che si era già portato nella corsia opposta e aveva cominciato ad agitare la paletta di segnalazione e a minacciare.
- Avanti, muoversi! Spostate 'ste cazzo di macchine, dai!
L'autista della prima macchina blu, Piana, cominciò a fare retromarcia, rombando a singhiozzo. Sterzò tutto a sinistra e s'insinuò di forza nello spazio ridotto messo a disposizione dalle automobile spostate da Lattuso, che si stava divertendo a morte a fare la parte dell'incazzato.
- Vai avanti, muoviti! E tu che cazzo stai aspettando? Fatti da parte... Sali sul marciapiede, no?
Il vice ispettore Noreligi, che solamente in parte riusciva a vedere ciò che stava accadendo, era irritato e sorpreso.
- Ma chi diavolo è sceso dalla macchina? E che accidenti sta combinando?
- Si tratta di Lattuso, comandante. E' un tipo particolare - spiegò il suo pilota.
L'agente Lattuso, intanto, era arrivato di fronte all'auto nuova del signor Giacomelli, al limite dell'incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce.
- Oh! Levati di torno, fai marcia indietro! - ordinò Lattuso, a muso duro, ma il signor Giacomelli, regolarmente impostato per percorrere via del Porto Fluviale in direzione opposta a quella della polizia, non capì che cosa intendeva dire.
- Ti ho detto di fare marcia indietro. Spostami 'sto cassone! - ribadì l'agente Lattuso, agitando la paletta di segnalazione a titolo esplicativo.
Claudia Policami, ancora incastrata nella corsia che avrebbe dovuto percorrere la scorta dell'onorevole, guardò l'agente di polizia alla sua sinistra sentendosi sconcertata.
- Mi senti o no? Ti sei rincoglionito? - chiese Lattuso, battendo il palmo della mano sinistra sulla portiera dell'automobile nuova di Giacomelli, che sobbalzò.
Claudia Policami a questo punto non seppe trattenersi.
- Ehi! Non sta esagerando? - protestò, ma l'agente di polizia non le diede alcun peso. - E sposta 'sta macchina del cazzo, ho detto! - continuò, dando un'altra manata sulla Skoda del povero Giacomelli, che ormai era andato nel pallone.
- Ehi! Che razza di modo è questo? Non lo vede che non può fare retromarcia? Ma dove vuole che vada? - protestò di nuovo Claudia Policami, sentendosi in dovere di intervenire.
Stavolta Lattuso si voltò. - Lei non si impicci. Anzi, si faccia da parte, e in fretta.
Ma Claudia Policami ormai si era arrabbiata. Non poteva farsi mettere sotto da un poliziotto culturalmente inferiore e ignorante: - E dove cavolo vuole che vada? Adesso scavalco tutti con un salto, eh?
Moreno Marchigiani, con la sua bicicletta, era arrivato all'incrocio anche lui. Guardando il comportamento del poliziotto a piedi e l'automobile blu che voleva passare contromano per forza, si era sentito subito ribollire.
"Poliziotti di merda. Ci godono a fare i prepotenti", pensò. A lui però non facevano paura. Li aveva già affrontati e sapeva come trattarli.
- Non faccia la spiritosa e si tolga di torno - tagliò corto Lattuso, guardandosi nervosamente intorno per valutare la situazione. Per colpa di quel vecchio rincoglionito e della sua merda di macchina rumena, la scorta non poteva avanzare oltre. Decise di fare arretrare le macchine che stavano dietro alla Skoda, allora, ma prima sparò un altro paio di insulti sprezzanti verso il signor Giacomelli e sputò per terra, per ricaricarsi e far capire a tutti chi è che comandava.
Nell'auto di scorta del vice ispettore Noreligi, quest'ultimo si rivolse al suo pilota con tono spazientito.
- Allora? 'Sta radio funziona o non funziona?
- Mi spiace, comandante. Non capisco perché, ma non funziona - l'informò il pilota.
Ci mancava soltanto questa. Noreligi valutò se fosse il caso di scendere per andare a vedere che cosa stava succedendo, ma fuori dall'auto faceva un caldo feroce e francamente non ne aveva nessuna voglia. Se fare la scorta non gli piaceva, mettersi a fare il vigile urbano per districare l'ingorgo gli piaceva ancora di meno. Alla fine decise di fare scendere quello che, tra quei sottoposti di bassa manovalanza che gli avevano affibiato, gli sembrava tutto sommato il meno peggio.
- Colasanti, vai a vedere tu che succede - ordinò.
Moreno Marchigiani nello stesso istante aprì lo zainetto e prese ciò che doveva prendere, tenendolo ben stretto dentro la mano sinistra.
"Secco e cattivo", cominciò a ripetersi mentalmente, quindi si tirò su il cappuccio della felpa, per nascondere il viso. Esattamente come capitava l'istante prima di uno scontro di piazza, si sentiva di colpo il più forte di tutti.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "La Superbia", collana LAB.

domenica 5 luglio 2009

Voglia di lavorare


Diciotto luglio, tre e un quarto del pomeriggio. Piazza Ara Coeli, a Roma, è come un’isola circondata dal sole e dall’afa.
Due grossi autobus verdi, immobili nei rispettivi rettangoli del capolinea, sembrano capodogli abbandonati nel Sahara. L’autobus 91 è ancora vuoto.
Il primo passeggero a salire è un signore in giacca e cravatta, di età indefinibile, con una borsa da avvocato; il secondo e il terzo passeggero sono una signora piuttosto attraente col suo bambino; il quarto passeggero è un omone corpulento, che si siede sul proprio sedile con un grande sospiro.
L’omone ha scelto un posto che non è rivolto in avanti, verso il muso della vettura, ma è sistemato di traverso, faccia a faccia con un'altra fila di sedili. In questo modo ha esattamente di fronte la signora con il bambino, mentre alla sua destra, qualche sedile dopo, ha il signore con la borsa da avvocato.
- Che caldo terribile - dice l’omone a tutti, asciugandosi il collo con un fazzoletto di cotone. E' sulla sessantina e ha le maniche della camicia rimboccate, a scoprire le braccia ancora robuste. Alla signora chiede: - E' molto tempo che aspettate di partire?
La signora sorride timidamente. - Veramente sono salita solo da un paio di minuti.
L'omone annuisce e si rivolge all'uomo con la borsa da avvocato: - E lei? Sta aspettando da molto?
Il professionista risponde in tono asciutto.
- Io sono salito un attimo prima della signora.
- Ah.
C'è "ah" e "ah", e quello dell'omone non è un "ah" di soddisfazione. Si guarda un poco intorno, per valutare la situazione, dopodichè si rivolge di nuovo alla signora.
- Che bel bambino simpatico. Quanti anni ha?
Il bambino in questione, seduto a gambe penzoloni accanto alla mammina, comincia a battere i talloni contro la base del sedile.
La signora sorride e dice: - Quattro anni e mezzo - accarezzandogli la testa. Immediatamente il piccolo prende a battere i piedi ancora più forte.
- E come ti chiami, eh? - insiste l'omone, che sembra averci preso gusto.
Il bambino si protende in avanti e si gonfia come un rospo.
- Alessandro! - proclama, con voce stridula, facendo sussultare il signore con la borsa.
Salgono altri tre passeggeri: due ragazze dalla carnagione molto pallida e un ragazzo con gli occhi a mandorla. Prendono posto in tre sedili uno dietro l'altro, sul lato destro quasi in fondo alla vettura, e dal loro aspetto si capisce che sono stranieri.
L'omone li valuta con aria scettica, continuando a tamponarsi il sudore con il fazzoletto. Ha i primi due bottoni in alto della camicia bianca sbottonati e da sotto sporge il colletto di una canottiera.
- So la canzone di Furia - dichiara il figlio della signora, smettendo di battere i talloni.
L'omone dice: - Ah sì? Che bravo - e subito dopo aggiunge: - Ma non parte mai, quest'autobus? L'autista se ne è andato al bar, scommetto; mentre noi, qui, ci schiattiamo di caldo!
La lamentela è chiara, l'accusa pure. Si spandono dentro la vettura, con energia inaspettata, però non producono particolari risultati.
Nessun commento da parte del signore in giacca e cravatta, che tira fuori dalla sua borsa un quotidiano spiegazzato; soltanto un sorriso incerto dalla bella signora, che sposta lo sguardo verso un punto indefinito al di là dei finestrini; un paio di risatine prive di significato dalle due ragazze pallide e stato d'allerta da parte dell'amico asiatico, che le tiene d'occhio come un cane pastore con due pecorelle.
Solo il bambino riprende l'iniziativa.
- Ti canto la canzone di Furia, eh? - propone, con aria speranzosa, e basta che l'omone sorrida in maniera automatica per attaccare a razzo: - Furia cavallo del west! Che beve solo caffé!
Al suono di questa colonna sonora insolita, sale l'autista del 91. Un giovanotto dall'aria scorbutica, che apre lo sportelletto di vetro del suo posto di guida e si immerge subito nella lettura di un giornale sportivo.
- Speriamo che adesso si parte - commenta l'omone, facendo segno con la testa verso la cabina di guida. - Che c'è a chi gli piace prepararsi e c'è a chi gli piace tuffarsi, non so se mi spiego.
Il bambino intanto prosegue la sua esibizione. Purtroppo conosce pochissimo della canzone che vorrebbe cantare, e la frase "furia cavallo del west!" comincia a ripetersi in maniera molto allarmante.
- Dai, smettila Alessandro - propone ogni tanto la madre, con l'energia di chi è già rassegnato alla sconfitta.
Al terzo invito privo di convinzione, il signore in giacca e cravatta si alza per andarsi a sedere più lontano, con aria seccata.
L'omone gira su se stesso e si rivolge direttamente all'autista, sventolandosi il viso con il fazzoletto.
- Ma non parte, quest'autobus? E' un'ora che stiamo aspettando.
L'autista risponde senza girarsi e senza smuovere le pagine del suo giornale.
- L'autobus parte quando è ora di partire: alle 13 e 25. C'è una tabella di marcia che bisogna rispettare.
L'omone alza le spalle e si asciuga la fronte, che luccica vistosamente.
- Quando gli fa comodo, c'è la tabella di marcia - commenta in tono sarcastico, cercando lo sguardo della bella signora.
Il ragazzo asiatico mormora qualcosa di incomprensibile, facendo ridere le sue amiche come bambine.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "L'Accidia", collana LAB.

giovedì 7 maggio 2009

Auto Coscienza


Se la vita fosse un film come si deve, invece di un video girato in Super 8, uscendo di casa Fernando avrebbe avuto diritto a una colonna sonora carica di inquietudine e di pericolo, per far capire che mica stava uscendo tanto per uscire. Un primo piano avrebbe inquadrato i suoi occhi carichi di preoccupazione e una bella ragazza lo avrebbe abbracciato come se fosse per l’ultima volta. Invece Fernando uscì di casa da solo, nell’indifferenza generale, con un rumore di copertoni che rotolavano e qualche clacson arrabbiato, come sottofondo.
Montando a bordo della sua auto posteggiata, poteva già sentire la pressione del sangue che cominciava a salire. Doveva uscire a marcia indietro da un parcheggio a spina, e l’unica speranza di trovare via libera alle sue spalle era che qualcuno perdesse secondi preziosi allo scattare del verde, all’incrocio vicino, oppure che un maledetto pedone col telefonino facesse perdere tempo a tutti attraversando col rosso; solo così avrebbe potuto sgattaiolare fuori dal suo parcheggio, costringendo il flusso del traffico a dargli tre metri e mezzo di spazio vitale.
Quando dallo specchietto retrovisore vide che una macchina si fermava per occupare il suo posto, Fernando incredulo fece retromarcia più presto che poteva. Poiché la tolleranza automobilistica dura soltanto sei secondi, quando concluse la retromarcia e ingranò la prima, al settimo secondo, il primo clacson già cominciò a protestare.
Se aveste chiesto a Fernando di spiegare la differenza tra l’attraversare un paesaggio africano in Land Rover, con i rinoceronti e le iene intorno, e attraversare Roma per raggiungere la Tangenziale, con finti fuoristrada e scooter rompiballe in ogni dove, vi avrebbe risposto che prima di tutto una Land Rover non è una merda di Fiat Punto fatta di latta, e che in secondo luogo ai rinoceronti e alle iene avrebbe potuto sparare dritto in fronte, mentre agli stronzi che ti tagliano la strada poteva solo sputare qualche parolaccia.
Fernando si incolonnò verso il percorso che portava alla Tangenziale e sopportò con santa pazienza le nuove deviazioni per i lavori in corso. Con meno pazienza sopportò la Smart che superò tutti invadendo la carreggiata opposta, e la stramaledetta Mercedes che invece di andare dritto sterzò a sinistra.
Uno dei grandi misteri dell’universo, secondo Fernando, era che i possessori di Mercedes non usano le frecce. Girano tranquillamente a destra e a sinistra senza nessun avvertimento.
Un tizio che stava uscendo fuori da una villa, un giorno, aveva abbassato il finestrino e gli aveva indicato col braccio che intendeva andare nella carreggiata alla sua sinistra. Aveva sventolato fuori il braccio sinistro, pur di non usare le frecce della sua Mercedes, e Fernando si chiedeva che razza di meccanismo astruso potevano aver montato gli ingegneri tedeschi, per ridurre i loro clienti a tanto.
Dopo numerosi slalom, e nessun cartello informativo, finalmente Fernando riuscì a passare l’ultima strettoia che immetteva alla Tangenziale. Mentre saliva una ripida salita, che portava insensatamente su, all’altezza delle finestre del terzo piano dei palazzi più vicini, un motociclista impaziente lo superò a sinistra per infilarsi rombando nell’intercapedine tra due macchine che gli erano davanti, contro le regole della prospettiva e della meccanica.
Il traffico scorreva, per fortuna. Per qualche centinaio di metri si riusciva persino a mantenere la quarta. La cosa preoccupante era l’avvicinarsi della Stazione Tiburtina, dove si rallentava sempre; ma a parte un gigantesco fuoristrada che cercò di sorpassarlo di prepotenza, Fernando passò oltre l’uscita per la Nomentana senza particolari problemi.
Guardando l’orologio verificò che aveva ancora venti minuti per arrivare in tempo, così imboccò la sua uscita con l’animo pieno di speranza. Mal riposta.
A viale Libia era tutto bloccato. Riuscì soltanto a percorrere una cinquantina di metri, passetto passetto, dopodichè l’intero mondo si arrestò completamente, con lui imprigionato dentro la sua Punto blu.
Calma, pazienza e calma, pensò Fernando, per dieci minuti circa, un record. All’undicesimo minuto di immobilità forzata, cominciò a provare i sintomi di un reduce dal Vietnam.
Quando le cose non vanno bene, un reduce dal Vietnam ha bisogno di un vietcong a cui dare la colpa. A Fernando serviva uno straccio di vigile urbano, di pirata di strada o di casalinga impazzita da maledire e da odiare a morte; ma i vigili urbani, i pirati e le casalinghe queste cose le sentono, e a volte spariscono come i vietcong.
Al quindicesimo minuto la rabbia e la frustrazione cominciarono a crescere come l’acqua che bolle dentro una pentola, con un coperchio pesante che non lascia uscire il vapore.
Al diciottesimo minuto, col mal di schiena e il senso di soffocamento, partirono brutte parole piene di donne dai costumi facili e di parti del corpo utilizzate in modo improprio.
L’appuntamento che aveva, ormai era annullato. Neanche tornare a casa, gli era concesso.
Al ventunesimo minuto Fernando si ritrovò a gridare contro il parabrezza, maledicendo il mondo, il destino e qualsiasi cosa gli veniva in mente. Agitava pericolosamente le mani, anche, e quando sollevò la mano destra, serrata, con l’intenzione di batterla contro il volante, percepì qualcosa di strano alla sua destra e si girò per vedere cos’era.
Nella macchina che l’affiancava, al posto di guida, un uomo si stava agitando in preda a collera incontrollata. Stava gridando con i finestrini chiusi, esattamente come i suoi, e a Fernando arrivava soltanto uno “uao-ao” ovattato.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "L'Ira", collana LAB.

Sara


Visto dallo spioncino della mia porta d’ingresso, il viso di Alessio ha un’espressione ancora più buffa e perplessa del solito, che mi fa subito venire voglia di ridere. Fa appena in tempo ad allungare il braccio verso il pulsante del campanello, che già gli aperto la porta e l’ho tirato all’interno.
- Ciao - gli dico, cercando di essere languida.
- Ciao – risponde, sorridendo contento.
Lo abbraccio avvolgendolo tutto e lui si fa ancora più piccolo, come se fosse una vittima, al che io reagisco ridendo e baciandolo, tastandogli anche il sedere.
- Hum. Qui bisogna rimpolpare la zona con un po’ di ciccia buona – gli dico vicinissimo all’orecchio destro, che è ipersensibile al contatto.
- Qui invece mi sembra che il mio amichetto si senta benone – aggiungo, infilando la mia mano destra dentro i suoi pantaloni.
- Accidenti, lasciami riprendere un po’ di fiato. Ho fatto quindici piani a piedi – si lamenta lui.
Lo avvolgo ancora di più tra le mie braccia e faccio in modo che il suo viso entri nella mia scollatura. E’ un piccolo e tenero imbranato dall’erezione facile. Reagisce al mio contatto come se avessi un telecomando.
- E quindici piani non sono pochi. Mi sa che questo è il palazzo più alto di tutta Roma – dice.
Mi fa morire, quando fa così. Sto giocherellando col suo bastone completamente eretto e lui mi parla delle scale e del palazzo, come se fossimo al supermercato. Gli lecco l’orecchio destro e rabbrividisce in modo vistoso.
- Accidenti – ripete con fatica, visto che sono brava, e infila le mani sotto i miei vestiti.
Mi accarezza i fianchi, sotto la maglietta, e so che la mia gonna corta per lui è una grande tentazione. Infatti sorrido e ansimo, quando mi abbassa le mutandine con decisione. Chi altro al mondo direbbe “Accidenti”, mentre fa sesso in piedi?
- Aspetta. Ho da mangiare sul fuoco – lo blocco.
Aggrotta le sopracciglia.
- Cosa?
- Sto facendo bollire la pasta e ho le patate nel forno – gli spiego.
Fa un’espressione molto sorpresa.
- Patate? Io veramente mi stavo concentrando su una patatina soltanto.
Mi viene da ridere e mi copro la bocca con una mano; poi lo rimprovero puntandogli un dito contro.
- Signor Pellini… Mi meraviglio.
Avanza verso di me con fare complice e minaccioso.
- Signorina Cavasto… Lei ha bisogno di una buona lezione.
Spalanco la bocca e scuoto la testa.
- Oh! Che cosa vuole dire, signor Pellini? A cosa sta pensando?
Continua ad avanzare, più basso ed esile di me, da fare tenerezza, e mentre sorride come se fosse forte mi sento padrona della situazione.
- A darti una bella sculacciata – dice.
Povero illuso.
- Oh! Questa, poi! Si vergogni, signor Pellini! E poi dobbiamo mangiare, adesso. – Cambio tono di voce, sorridendo cordiale. – Anzi, datti una lavata alle mani e aiutami ad apparecchiare, per piacere.
Ci rimane male, ma neanche tanto. E’ proprio un bravo ragazzo.
- Okay. Vado nel bagno e torno.
Sì, caro. Vai. Intanto io mi gusto le mie sensazioni.
Assaggio gli spaghetti: ancora un paio di minuti.
Controllo le patate in forno: procede tutto ok.
Mi fermo un attimo e mi concentro sul mio corpo. Immagino le sue mani che mi separano le natiche e un dito che si immerge nei miei umori. Wow. Per ora basta. Sta ritornando.
- Eccomi qua. Che devo fare? – chiede.
- Prendi una tovaglia dentro quel cassetto e metti su quel tavolo due scodelle, due piatti, due bicchieri e così via. Va bene?
- Va bene, capo – approva.
Mangiamo chiacchierando e beviamo un po’ di vino rosso. Il vino rosso aiuta.
Mentre è impegnato a tagliare un pezzo di pollo, mi tiro giù le mutandine, restando seduta. Poso il sedere nudo sulla plastica della sedia e allargo le gambe, godendomi la sensazione di essere esposta.
Sorrido e lui mi guarda.
- Che c’è? – chiede.
- Niente. Mi sento bene. Ho una sensazione di fresco che mi piace.
Mi studia incuriosito. Il piano della tavola gli impedisce di vedere in che modo mi sono seduta, ma l’idea che possa abbassarsi e scoprirlo mi riempie di eccitazione.
Allunga una mano per toccarmi le dita: un po’ poco per le mie aspettative.
- Accidenti – sussurro, facendo cadere in terra il mio tovagliolo.
- Ci penso io – dice lui.
Si china per vedere dov’è finito e respiro più forte e chiudo gli occhi. Vedo la scena nel mio cervello. Lo immagino che mi scruta . Con grande lentezza richiudo e riapro le gambe. Riapro gli occhi e lui ancora non si è rialzato.
- Va tutto bene, lì sotto? – chiedo.
- Benissimo – risponde, e dopo un po’ lo sento che mi tocca.
- Devi finire di mangiare – lo prendo in giro.
- Lo so. E’ quello che sto facendo – dice.
Sorrido e chiudo di nuovo gli occhi. E’ un uomo dalla battuta pronta, e ciò mi piace.
Il piacere di provocarlo e di giocare alla puttana mi stimola il cervello come iniezioni elettriche; sento le scariche intorno all’inguine e lungo i fianchi.
Prova a toccarmi i seni e non mi piace. Li ho troppo piccoli, quasi inesistenti, e quando i capezzoli si inturgidiscono mi dà fastidio che diventino così vistosi.
- Io e Riccardo abbiamo parlato, ieri sera – dico. Lui continua a grufolare tra le mie cosce. – Mi ha chiesto di fissare la data per il matrimonio – aggiungo. Finalmente si ferma per ascoltare.
Passano i secondi e siccome non dico niente mi fa lui una domanda.
- E tu che gli hai detto?
- Gli ho detto che va bene. Ha trovato una chiesa che sembra adatta e che si libera per settembre. Che altro dovevo fare?
Silenzio. Riaffiora da sotto il tavolo e si rimette a sedere al suo posto.
Ha l’espressione pensierosa. Anzi, ha un’espressione preoccupata.
- A cosa stai pensando? – chiedo.
Fa una piccola smorfia e piega la testa da una parte.
- A niente.
- I miei genitori e i suoi spingono per il matrimonio da un sacco di tempo – spiego.
Annuisce e si rimette a tagliare il pollo.
- Mi sembra logico – dice.
Lo osservo portare il cibo in bocca e masticare. Mastica con molta attenzione; non è la reazione che mi aspettavo. Mi sento delusa.
- Ci sei rimasto male? – chiedo.
Scuote di nuovo la testa e continua a guardare nel piatto.
- E’ logico, l’ho detto. Lo sapevamo da sempre che doveva accadere. E poi cominciavo a stufarmi di fare tutto di nascosto. – Mastica un altro boccone. – All’inizio in ufficio era divertente, ma adesso comincia a darmi fastidio il fatto che nessuno capisca che noi stiamo insieme.
- La gente è cattiva - provo a spiegare. – Sai cosa direbbero.
- Senz’altro – sorride. – Ma anche noi non scherziamo. E salire quindici piani di scale per non fermare l’ascensore al tuo piano, dove potrebbe sentirlo il vicino, è un’altra cosa che non mi va più bene.
- Quel frocio è sempre attento a controllare che sale e chi scende. E’ amico dei miei genitori e non vorrei che gli raccontasse che ti ha visto entrare da me.
Annuisce con più convinzione e stavolta mi guarda.
- E’ quello che stavo dicendo. Comincia a darmi fastidio il fatto che nessuno deve sapere. E’ meglio farla finita adesso, piuttosto che le cose peggiorino. Se io avessi un amico in questa situazione, gli direi sicuramente di lasciare stare. Parliamoci chiaro: ti devi sposare.
Mi fai la morale, stronzo? Mi devo sposare sì, e lo sapevi bene.
Annuisco più volte e assumo un’aria dispiaciuta.
- Stasera però rimani? – chiedo, e lui irritato risponde: - Non mi sembra il caso.
Annuisco di nuovo e mi alzo.
- Sono stata cattiva – dico, sedendomi sulle sue ginocchia. Lui si innervosisce e prova a dire:
- Luisa, per favore…
- Chiamami Sara. Ti piace che dico di chiamarmi Sara, quando telefono a casa tua.
Non ribatte nulla e comincio a usare la mia voce da ragazzina.
- Pronto? Sono Sara. Potrei parlare con Alessio, per favore?
- Piantala – dice.
- Sara va bene, per chi divide casa col bravo Alessio. Va molto meglio di Luisa.
- Dai, piantala – insiste lui.
- Oh, scusa tanto... Sono davvero, davvero cattiva. - Mi alzo un po’ e carico ancora di più la voce. – Meriterei di essere sculacciata sul serio – e sollevo la mia gonna sul di dietro. – Qui, sul sederino tenero tenero.
Alessio prova ad allungare una mano e io gliela scanso.
- Signor Pellini! Il mio culetto è destinato a un altro uomo! Mi devo sposare, non ricorda? Non aveva detto che è meglio farla finita adesso?
Comincia a piagnucolare, pieno di desiderio.
- Fatti toccare – infatti dice.
Spalanco gli occhi, sbalordita.
- Toccare? Toccare che cosa? – Mi tiro un poco più su la gonna.
- Fatti toccare, per piacere – ormai mi implora.
Mi giro e lo lascio fare, senza che possa vedere il mio sorriso.
E’ in mio potere.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "La Lussuria", collana LAB)

sabato 14 marzo 2009

Dolcetto o scherzetto


“Drin!”, suonò il campanello, e dopo una decina di secondi la porta dell'interno 4, terzo piano scala A, si aprì di tre quarti.
«Sì?», chiese il signor Paoletti, sui settant'anni, magro, e la ragazzina sul pianerottolo, ancora più magra del signor Paoletti e dalla carnagione molto chiara, disse con voce triste: «Dolcetto o scherzetto.»
Il signor Paoletti aggrottò la fronte. «Cosa? Che cosa hai detto?»
«Dolcetto o scherzetto», ripeté la ragazzina.
«Che dolcetto? Non ho capito.»
La ragazzina, vestita di rosso, con un cappuccio d'altri tempi, tese le braccia in avanti, per far vedere il sacco che aveva con sé.
«Non ti capisco, ragazzina», disse il signor Paoletti, e per cercare aiuto chiamò sua moglie: «Pina!»
La ragazzina restò in attesa, senza cambiare espressione. Anche il signor Paoletti rimase con i suoi dubbi, finché non arrivò la moglie.
«Che c'è, Tonino?»
«Non lo so. C'è una ragazzina vestita in modo strano che vuole qualcosa, ma non ho capito che.»
La signora Pina guardò la ragazzina sorridendo. «Ciao. Che cosa vuoi, carina?»
La ragazzina ripeté: «Dolcetto o scherzetto» e mostrò il suo sacco anche alla signora Pina.
«Ah, ho capito. Dolcetto o scherzetto. Entra, carina. Adesso vediamo di trovare qualcosa.»
La ragazzina entrò nell'ingresso e il signor Paoletti chiese a sua moglie: «Cos'è questa cosa di dolcetto e scherzetto?»
«Dolcetto “o” scherzetto. E' un'usanza di quando si festeggia Halloween.»
Il signor Paoletti aggrottò di nuovo la fronte. «Allo che?»
La signora Pina sorrise. «Halloween. E' la vigilia di Ognissanti. La vigilia del 1° novembre, cioè domani. I ragazzini la festeggiano mettendosi un costume, come a carnevale. Lei per esempio si è vestita da Cappuccetto Rosso.» E sorrise anche alla bambina. «E' un costume molto carino.»
«E' da quando si usa questa cosa?», chiese il signor Paoletti.
«Da un sacco di tempo. E' un'usanza che viene dagli americani.»
Il signor Paoletti guardò la ragazzina straniera con espressione critica. «Non siamo in America, qui», disse, e si allontanò.
La signora Pina indicò alla ragazzina il divano che si si trovava in salotto. «Siedi, carina. Come ti chiami?»
La ragazzina si mise seduta dicendo: «Candya.» Passati alcuni secondi aggiunse: «Calyme.»
«Ah, Calyme. I nuovi inquilini del settimo piano. Mi sembra che hai dei fratellini.»
La ragazzina annuì. «Sì. Quattro fratelli.» Di nuovo passarono alcuni secondi. «Due maschi e due femmine.»
«Accipicchia, siete cinque fratelli! Allora bisognerà trovare parecchi dolci. Intanto prendi questi.» La signora Pina diede alla ragazzina una vaschetta di porcellana con dentro dei cioccolatini, che erano già nel salotto per ogni eventuale visitatore.
La ragazzina prese un cioccolatino con la carta stagnola rossa, lo scartò e lo mise in bocca con espressione seria. Iniziò a masticarlo lentamente, tenendo gli occhi chiusi, e nonostante che la mimica del suo viso non subisse variazioni, la carnagione troppo chiara prese subito colore, scurendosi gradevolmente per il piacere.
La signora Pina, accorgendosi dell'effetto benefico del cioccolatino, si alzò dicendo: «Adesso vado in cucina, a rimediare altri dolci anche per i tuoi fratellini.»
La ragazzina rimase da sola nel salotto, e si guardò intorno con attenzione.
Finita l'esplorazione si concentrò di nuovo sulla vaschetta di porcellana. Scartò un altro cioccolatino e se lo mise in bocca, chiudendo gli occhi nuovamente.
La pelle del suo viso si scurì, com'era già successo col primo cioccolatino, e sempre con gli occhi chiusi mormorò piano: «Moaaao.»
Passarono sei secondi.
Un altro miagoliò rispose a quello della ragazzina.
Candya riaprì i suoi occhi e guardò il gatto della signora Pina, il quale ricambiò lo sguardo da pari a pari. Si trattava di un Ragdol color cioccolato, dal pelo morbido e setoso, pesante più di dieci chili.
La ragazzina ripeté: «Moaaao», e il grosso gatto l'ascoltò con attenzione.
Passarono ancora due minuti.
La signora Pina tornò con tavolette di cioccolata e tante caramelle.
«Ecco qui, carina. Penso che così faremo contenti anche i tuoi fratelli.»
«Grazie, signora», disse la ragazzina, con voce educata e un sorriso incerto, aprendo il suo sacco per metterci dentro tutti i dolcetti.
«Di niente, cara. E mi raccomando, salutami la mamma.»
«Sì, signora. Grazie ancora.»
La signora Pina accompagnò la ragazzina fino all'uscio, e prima di richiudere disse ancora: «Ciao, carina. Ciao.»
La ragazzina sorrise timidamente e dalle scale rispose: «Ciao.»
Teneva il sacco stringendolo forte con ambedue le mani, poiché pesava alquanto di più di quando era scesa.
Dentro l'appartamento all'interno 4, la signora Pina, di buonumore, cercò il suo gatto per dare anche a lui un bocconcino prelibato.
«Sultano!», chiamò, ma quel briccone non si fece vedere perché chissà dove si era nascosto.
Nell'appartamento all'interno 13, invece, Candya stava già lavorando.
Con le grosse forbici da cucina cominciò a tagliare la pelliccia setosa del gatto, e sentì la propria bocca riempirsi di saliva gustosa e la pelle del corpo formicolare, mentre tagliava.
Cioccolatini e caramelle erano molto gradevoli e le davano eccitazione, com'era per tutto il cibo, ma ciò che le piaceva di più era il sapore di carne alla brace, con un sughino di sangue.
Sorrise e avvampò di contentezza, a questo pensiero. Sì, non c'era nient'altro di più gustoso.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "La Gola", collana LAB)

sabato 24 gennaio 2009

Peter Buckley: il re dei perdenti

Omaggio al pugile Peter Buckley, il re dei perdenti.

"SE NE VA il re dei perdenti, quello della carriera all'incontrario, quello che il gong l'ha sentito sempre dal tappeto. Il più grande professionista della sconfitta: 256 match persi su 299. Una disgrazia più che una statistica. Peter Buckley, pugile inglese di Birmingham, a 39 anni striscia fuori dal ring. Ha combattuto più di ogni altro al mondo. E non ne può più di occhi neri e di stringere i denti fino all'ultima ripresa. Anche se negli ultimi cinque anni ha rimediato 88 sconfitte consecutive Buckley, che ha attraversato cinque categorie e quattro generazioni di pugili, sul ring non si è risparmiato e ha sempre resistito fino all'ultima ripresa. Un eroe dell'insuccesso, uno che ha incontrato 18 futuri campioni del mondo e si è fatto stampare la faccia da tutti."

Il resto dell'articolo:

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/persone/peter-buckley/peter-buckley/peter-buckley.html