venerdì 10 luglio 2009

Questione di spazio


Avete presente l’odore di macchina nuova che certe macchine nuove emanano rispetto alle altre? E’ l'odore dell’auto che vi è piaciuta di più prima di fare l’acquisto. Quella che a stringere forte il volante vi ha fatto sentire i padroni. Quella con il posto guida così comodo e il parabrezza così pulito da trasformare immediatamente il mondo esterno in un posto migliore.
Il signor Giacomelli si sentiva così: in un mondo migliore. La macchina nuova ronfava come un gatto, obbedendo in modo docile ai movimenti dei suoi polsi, e il signor Giacomelli, che aveva appena compiuto settanta primavere, pensava al fatto che un uomo ha diritto alle sue soddisfazioni.
“Mi sono fatto proprio un bel regalo”, si disse, superando la piramide Cestia e immettendosi ad andatura tranquilla all'imbocco della via Ostiense. La macchina profumava proprio di nuovo.
Su un’altra auto, proveniente da viale Marconi, l’ispettore capo Noreligi pensava all’onorevole Tortacava che si trovava nell’automobile blu che precedeva la sua, e si sentiva il nervoso salire. Non era nato per fare la scorta a parlamentari viziati, ma nonostante le sue resistenze gli avevano dato l’ordine di proteggere un pallone gonfiato, assegnandogli anche degli agenti che non conosceva.
Sulla sua bicicletta vissuta, Moreno Marchigiani pedalava invece per via del Porto Fluviale con l'andatura regolare del professionista. Portava sulla schiena uno zainetto con dentro due birre e dei volantini per la manifestazione di protesta che stavano organizzando. Quei porci della Inutech volevano licenziare il cinquanta per cento del personale ed i compagni che si erano messi contro la dirigenza e la rappresentanza, e qualche cosa bisognava fare prima della chiusura parziale d’agosto.
Moreno portava le cuffie e stava ascoltando “Taste the Pain” dei Red Hot Chili Peppers, perciò lì per lì non capì per quale cazzo di motivo le macchine davanti a lui si stavano spostando a destra, chiudendo il passaggio per lui e la sua bici; si rese conto che le stavano costringendo quando un’automobile blu con il lampeggiante acceso, seguita da altri due macchinoni, li superò tutti a sirene spiegate.
- Bastardi figli di puttana – mormorò, a denti stretti. Se ne avesse avuto il potere, le avrebbe fatte esplodere con la semplice forza del pensiero.
Claudia Policami, nella sua Matiz color puffo, stava anche lei percorrendo via del Porto Fluviale, con l’intenzione di girare a sinistra all’incrocio, per imboccare via delle Conce. Doveva andare al Testaccio, a teatro, per le prove della commedia “Casa di cura Othello Holiday”, in cui recitava. Paurosamente in ritardo, come di solito, picchiettava col palmo delle mani sopra il volante immobile, maledicendo la fila di macchine ferme davanti e accanto alla sua.
Il semaforo che si trovava all’incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce, molto vicino all’altro semaforo tra via del Porto Fluviale e la lunghissima via Ostiense, non riusciva a fare passare tutti prima che terminasse il verde. Quando scattava il rosso diverse macchine restavano ancora là, in mezzo all’incrocio, e allora si incasinava tutto.
Oggi era uno di quei giorni in cui l’incasinamento era particolarmente intenso, e l’arrivo delle tre automobili blu, col deputato e la rumorosa scorta, di certo non migliorò la situazione.
- Cazzo, è tutto bloccato - constatò l’agente Lattuso, che stava accanto al posto di guida della prima vettura.
- Qui ci perdiamo mezz'ora - confermò l'agente Piana, che era il pilota.
Lattuso si sporse fuori dal finestrino e cominciò a gridare e ad agitare la paletta di segnalazione.
- Via, via! Spostatevi! Via!
Le automobili che si trovavano a destra dell'auto di Lattuso provarono a spingersi ancora più di lato, ma c'era il bordo del marciapiede, piuttosto alto, e più di tanto non si potevano spostare.
- Stronzi di merda - disse l'agente Lattuso, e l'agente Piana chiese: - Che facciamo?
Il deputato Massimiliano Tortacava, che aveva diritto alla scorta perchè qualcuno gli aveva scritto sotto casa: "Attento Tortacava: per te niente torta, ma una pallottola a punta cava", a lettere rosso sangue, con il disegno di una stella a cinque punte, pensava a quella stupida di Loredana che non rispondeva al telefonino. L'aveva viziata troppo, quella stronza. Con tutti i regali che gli faceva, si permetteva di fare la preziosa.
- Siamo bloccati, onorevole.
Il deputato smise di fissare il telefonino.
- Eh? Che cosa?
L'autista indicò il muro di macchine davanti a loro.
- Siamo bloccati, c'è un ingorgo al semaforo. La macchina di punta non riesce a farsi spazio.
Il deputato si irritò immediatamente.
- Come sarebbe a dire? Lo sanno fare il loro lavoro o no? Suonagli il clacson e fagli segno che dobbiamo passare - tagliò corto. Doveva arrivare a casa di Loredana al più presto. Voleva proprio vedere se quattro pezzenti potevano rallentare l'auto di un parlamentare.
L'autista del deputato premette il clacson un paio di volte e nella macchina avanti due uomini si voltarono per guardarlo.
- Avanti, andate avanti - disse l'autista di Tortacava, scandendo con attenzione le parole e facendo segno di avanzare, e uno due uomini tradusse: - L'autista dell'onorevole ha fatto segno che dobbiamo passare.
- E dove cazzo passiamo, se è tutto bloccato? - protestò Lattuso.
- Passiamo a sinistra, andiamo contromano - propose Piana.
L'agente Lattuso ci pensò su. Alla loro sinistra, nella corsia di senso opposto, qualcosa si muoveva, appena appena. Di qualche passettino le macchine avanzavano, anche se in direzione contraria, e poi così aveva la scusa per fare casino.
- Okay. Ti faccio spazio - disse, scendendo dalla vettura.
Il pilota della seconda macchina di scorta, dietro l'Audi 4 dell'onorevole, informò il suo superiore.
- Comandante, uno dei nostri è sceso.
L'ispettore capo Noreligi inarcò le sopracciglia.
- Come sarebbe a dire?
Il pilota della seconda macchina indicò con la mano destra Lattuso, che si era già portato nella corsia opposta e aveva cominciato ad agitare la paletta di segnalazione e a minacciare.
- Avanti, muoversi! Spostate 'ste cazzo di macchine, dai!
L'autista della prima macchina blu, Piana, cominciò a fare retromarcia, rombando a singhiozzo. Sterzò tutto a sinistra e s'insinuò di forza nello spazio ridotto messo a disposizione dalle automobile spostate da Lattuso, che si stava divertendo a morte a fare la parte dell'incazzato.
- Vai avanti, muoviti! E tu che cazzo stai aspettando? Fatti da parte... Sali sul marciapiede, no?
Il vice ispettore Noreligi, che solamente in parte riusciva a vedere ciò che stava accadendo, era irritato e sorpreso.
- Ma chi diavolo è sceso dalla macchina? E che accidenti sta combinando?
- Si tratta di Lattuso, comandante. E' un tipo particolare - spiegò il suo pilota.
L'agente Lattuso, intanto, era arrivato di fronte all'auto nuova del signor Giacomelli, al limite dell'incrocio tra via del Porto Fluviale e via delle Conce.
- Oh! Levati di torno, fai marcia indietro! - ordinò Lattuso, a muso duro, ma il signor Giacomelli, regolarmente impostato per percorrere via del Porto Fluviale in direzione opposta a quella della polizia, non capì che cosa intendeva dire.
- Ti ho detto di fare marcia indietro. Spostami 'sto cassone! - ribadì l'agente Lattuso, agitando la paletta di segnalazione a titolo esplicativo.
Claudia Policami, ancora incastrata nella corsia che avrebbe dovuto percorrere la scorta dell'onorevole, guardò l'agente di polizia alla sua sinistra sentendosi sconcertata.
- Mi senti o no? Ti sei rincoglionito? - chiese Lattuso, battendo il palmo della mano sinistra sulla portiera dell'automobile nuova di Giacomelli, che sobbalzò.
Claudia Policami a questo punto non seppe trattenersi.
- Ehi! Non sta esagerando? - protestò, ma l'agente di polizia non le diede alcun peso. - E sposta 'sta macchina del cazzo, ho detto! - continuò, dando un'altra manata sulla Skoda del povero Giacomelli, che ormai era andato nel pallone.
- Ehi! Che razza di modo è questo? Non lo vede che non può fare retromarcia? Ma dove vuole che vada? - protestò di nuovo Claudia Policami, sentendosi in dovere di intervenire.
Stavolta Lattuso si voltò. - Lei non si impicci. Anzi, si faccia da parte, e in fretta.
Ma Claudia Policami ormai si era arrabbiata. Non poteva farsi mettere sotto da un poliziotto culturalmente inferiore e ignorante: - E dove cavolo vuole che vada? Adesso scavalco tutti con un salto, eh?
Moreno Marchigiani, con la sua bicicletta, era arrivato all'incrocio anche lui. Guardando il comportamento del poliziotto a piedi e l'automobile blu che voleva passare contromano per forza, si era sentito subito ribollire.
"Poliziotti di merda. Ci godono a fare i prepotenti", pensò. A lui però non facevano paura. Li aveva già affrontati e sapeva come trattarli.
- Non faccia la spiritosa e si tolga di torno - tagliò corto Lattuso, guardandosi nervosamente intorno per valutare la situazione. Per colpa di quel vecchio rincoglionito e della sua merda di macchina rumena, la scorta non poteva avanzare oltre. Decise di fare arretrare le macchine che stavano dietro alla Skoda, allora, ma prima sparò un altro paio di insulti sprezzanti verso il signor Giacomelli e sputò per terra, per ricaricarsi e far capire a tutti chi è che comandava.
Nell'auto di scorta del vice ispettore Noreligi, quest'ultimo si rivolse al suo pilota con tono spazientito.
- Allora? 'Sta radio funziona o non funziona?
- Mi spiace, comandante. Non capisco perché, ma non funziona - l'informò il pilota.
Ci mancava soltanto questa. Noreligi valutò se fosse il caso di scendere per andare a vedere che cosa stava succedendo, ma fuori dall'auto faceva un caldo feroce e francamente non ne aveva nessuna voglia. Se fare la scorta non gli piaceva, mettersi a fare il vigile urbano per districare l'ingorgo gli piaceva ancora di meno. Alla fine decise di fare scendere quello che, tra quei sottoposti di bassa manovalanza che gli avevano affibiato, gli sembrava tutto sommato il meno peggio.
- Colasanti, vai a vedere tu che succede - ordinò.
Moreno Marchigiani nello stesso istante aprì lo zainetto e prese ciò che doveva prendere, tenendolo ben stretto dentro la mano sinistra.
"Secco e cattivo", cominciò a ripetersi mentalmente, quindi si tirò su il cappuccio della felpa, per nascondere il viso. Esattamente come capitava l'istante prima di uno scontro di piazza, si sentiva di colpo il più forte di tutti.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "La Superbia", collana LAB.

domenica 5 luglio 2009

Voglia di lavorare


Diciotto luglio, tre e un quarto del pomeriggio. Piazza Ara Coeli, a Roma, è come un’isola circondata dal sole e dall’afa.
Due grossi autobus verdi, immobili nei rispettivi rettangoli del capolinea, sembrano capodogli abbandonati nel Sahara. L’autobus 91 è ancora vuoto.
Il primo passeggero a salire è un signore in giacca e cravatta, di età indefinibile, con una borsa da avvocato; il secondo e il terzo passeggero sono una signora piuttosto attraente col suo bambino; il quarto passeggero è un omone corpulento, che si siede sul proprio sedile con un grande sospiro.
L’omone ha scelto un posto che non è rivolto in avanti, verso il muso della vettura, ma è sistemato di traverso, faccia a faccia con un'altra fila di sedili. In questo modo ha esattamente di fronte la signora con il bambino, mentre alla sua destra, qualche sedile dopo, ha il signore con la borsa da avvocato.
- Che caldo terribile - dice l’omone a tutti, asciugandosi il collo con un fazzoletto di cotone. E' sulla sessantina e ha le maniche della camicia rimboccate, a scoprire le braccia ancora robuste. Alla signora chiede: - E' molto tempo che aspettate di partire?
La signora sorride timidamente. - Veramente sono salita solo da un paio di minuti.
L'omone annuisce e si rivolge all'uomo con la borsa da avvocato: - E lei? Sta aspettando da molto?
Il professionista risponde in tono asciutto.
- Io sono salito un attimo prima della signora.
- Ah.
C'è "ah" e "ah", e quello dell'omone non è un "ah" di soddisfazione. Si guarda un poco intorno, per valutare la situazione, dopodichè si rivolge di nuovo alla signora.
- Che bel bambino simpatico. Quanti anni ha?
Il bambino in questione, seduto a gambe penzoloni accanto alla mammina, comincia a battere i talloni contro la base del sedile.
La signora sorride e dice: - Quattro anni e mezzo - accarezzandogli la testa. Immediatamente il piccolo prende a battere i piedi ancora più forte.
- E come ti chiami, eh? - insiste l'omone, che sembra averci preso gusto.
Il bambino si protende in avanti e si gonfia come un rospo.
- Alessandro! - proclama, con voce stridula, facendo sussultare il signore con la borsa.
Salgono altri tre passeggeri: due ragazze dalla carnagione molto pallida e un ragazzo con gli occhi a mandorla. Prendono posto in tre sedili uno dietro l'altro, sul lato destro quasi in fondo alla vettura, e dal loro aspetto si capisce che sono stranieri.
L'omone li valuta con aria scettica, continuando a tamponarsi il sudore con il fazzoletto. Ha i primi due bottoni in alto della camicia bianca sbottonati e da sotto sporge il colletto di una canottiera.
- So la canzone di Furia - dichiara il figlio della signora, smettendo di battere i talloni.
L'omone dice: - Ah sì? Che bravo - e subito dopo aggiunge: - Ma non parte mai, quest'autobus? L'autista se ne è andato al bar, scommetto; mentre noi, qui, ci schiattiamo di caldo!
La lamentela è chiara, l'accusa pure. Si spandono dentro la vettura, con energia inaspettata, però non producono particolari risultati.
Nessun commento da parte del signore in giacca e cravatta, che tira fuori dalla sua borsa un quotidiano spiegazzato; soltanto un sorriso incerto dalla bella signora, che sposta lo sguardo verso un punto indefinito al di là dei finestrini; un paio di risatine prive di significato dalle due ragazze pallide e stato d'allerta da parte dell'amico asiatico, che le tiene d'occhio come un cane pastore con due pecorelle.
Solo il bambino riprende l'iniziativa.
- Ti canto la canzone di Furia, eh? - propone, con aria speranzosa, e basta che l'omone sorrida in maniera automatica per attaccare a razzo: - Furia cavallo del west! Che beve solo caffé!
Al suono di questa colonna sonora insolita, sale l'autista del 91. Un giovanotto dall'aria scorbutica, che apre lo sportelletto di vetro del suo posto di guida e si immerge subito nella lettura di un giornale sportivo.
- Speriamo che adesso si parte - commenta l'omone, facendo segno con la testa verso la cabina di guida. - Che c'è a chi gli piace prepararsi e c'è a chi gli piace tuffarsi, non so se mi spiego.
Il bambino intanto prosegue la sua esibizione. Purtroppo conosce pochissimo della canzone che vorrebbe cantare, e la frase "furia cavallo del west!" comincia a ripetersi in maniera molto allarmante.
- Dai, smettila Alessandro - propone ogni tanto la madre, con l'energia di chi è già rassegnato alla sconfitta.
Al terzo invito privo di convinzione, il signore in giacca e cravatta si alza per andarsi a sedere più lontano, con aria seccata.
L'omone gira su se stesso e si rivolge direttamente all'autista, sventolandosi il viso con il fazzoletto.
- Ma non parte, quest'autobus? E' un'ora che stiamo aspettando.
L'autista risponde senza girarsi e senza smuovere le pagine del suo giornale.
- L'autobus parte quando è ora di partire: alle 13 e 25. C'è una tabella di marcia che bisogna rispettare.
L'omone alza le spalle e si asciuga la fronte, che luccica vistosamente.
- Quando gli fa comodo, c'è la tabella di marcia - commenta in tono sarcastico, cercando lo sguardo della bella signora.
Il ragazzo asiatico mormora qualcosa di incomprensibile, facendo ridere le sue amiche come bambine.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "L'Accidia", collana LAB.

giovedì 7 maggio 2009

Auto Coscienza


Se la vita fosse un film come si deve, invece di un video girato in Super 8, uscendo di casa Fernando avrebbe avuto diritto a una colonna sonora carica di inquietudine e di pericolo, per far capire che mica stava uscendo tanto per uscire. Un primo piano avrebbe inquadrato i suoi occhi carichi di preoccupazione e una bella ragazza lo avrebbe abbracciato come se fosse per l’ultima volta. Invece Fernando uscì di casa da solo, nell’indifferenza generale, con un rumore di copertoni che rotolavano e qualche clacson arrabbiato, come sottofondo.
Montando a bordo della sua auto posteggiata, poteva già sentire la pressione del sangue che cominciava a salire. Doveva uscire a marcia indietro da un parcheggio a spina, e l’unica speranza di trovare via libera alle sue spalle era che qualcuno perdesse secondi preziosi allo scattare del verde, all’incrocio vicino, oppure che un maledetto pedone col telefonino facesse perdere tempo a tutti attraversando col rosso; solo così avrebbe potuto sgattaiolare fuori dal suo parcheggio, costringendo il flusso del traffico a dargli tre metri e mezzo di spazio vitale.
Quando dallo specchietto retrovisore vide che una macchina si fermava per occupare il suo posto, Fernando incredulo fece retromarcia più presto che poteva. Poiché la tolleranza automobilistica dura soltanto sei secondi, quando concluse la retromarcia e ingranò la prima, al settimo secondo, il primo clacson già cominciò a protestare.
Se aveste chiesto a Fernando di spiegare la differenza tra l’attraversare un paesaggio africano in Land Rover, con i rinoceronti e le iene intorno, e attraversare Roma per raggiungere la Tangenziale, con finti fuoristrada e scooter rompiballe in ogni dove, vi avrebbe risposto che prima di tutto una Land Rover non è una merda di Fiat Punto fatta di latta, e che in secondo luogo ai rinoceronti e alle iene avrebbe potuto sparare dritto in fronte, mentre agli stronzi che ti tagliano la strada poteva solo sputare qualche parolaccia.
Fernando si incolonnò verso il percorso che portava alla Tangenziale e sopportò con santa pazienza le nuove deviazioni per i lavori in corso. Con meno pazienza sopportò la Smart che superò tutti invadendo la carreggiata opposta, e la stramaledetta Mercedes che invece di andare dritto sterzò a sinistra.
Uno dei grandi misteri dell’universo, secondo Fernando, era che i possessori di Mercedes non usano le frecce. Girano tranquillamente a destra e a sinistra senza nessun avvertimento.
Un tizio che stava uscendo fuori da una villa, un giorno, aveva abbassato il finestrino e gli aveva indicato col braccio che intendeva andare nella carreggiata alla sua sinistra. Aveva sventolato fuori il braccio sinistro, pur di non usare le frecce della sua Mercedes, e Fernando si chiedeva che razza di meccanismo astruso potevano aver montato gli ingegneri tedeschi, per ridurre i loro clienti a tanto.
Dopo numerosi slalom, e nessun cartello informativo, finalmente Fernando riuscì a passare l’ultima strettoia che immetteva alla Tangenziale. Mentre saliva una ripida salita, che portava insensatamente su, all’altezza delle finestre del terzo piano dei palazzi più vicini, un motociclista impaziente lo superò a sinistra per infilarsi rombando nell’intercapedine tra due macchine che gli erano davanti, contro le regole della prospettiva e della meccanica.
Il traffico scorreva, per fortuna. Per qualche centinaio di metri si riusciva persino a mantenere la quarta. La cosa preoccupante era l’avvicinarsi della Stazione Tiburtina, dove si rallentava sempre; ma a parte un gigantesco fuoristrada che cercò di sorpassarlo di prepotenza, Fernando passò oltre l’uscita per la Nomentana senza particolari problemi.
Guardando l’orologio verificò che aveva ancora venti minuti per arrivare in tempo, così imboccò la sua uscita con l’animo pieno di speranza. Mal riposta.
A viale Libia era tutto bloccato. Riuscì soltanto a percorrere una cinquantina di metri, passetto passetto, dopodichè l’intero mondo si arrestò completamente, con lui imprigionato dentro la sua Punto blu.
Calma, pazienza e calma, pensò Fernando, per dieci minuti circa, un record. All’undicesimo minuto di immobilità forzata, cominciò a provare i sintomi di un reduce dal Vietnam.
Quando le cose non vanno bene, un reduce dal Vietnam ha bisogno di un vietcong a cui dare la colpa. A Fernando serviva uno straccio di vigile urbano, di pirata di strada o di casalinga impazzita da maledire e da odiare a morte; ma i vigili urbani, i pirati e le casalinghe queste cose le sentono, e a volte spariscono come i vietcong.
Al quindicesimo minuto la rabbia e la frustrazione cominciarono a crescere come l’acqua che bolle dentro una pentola, con un coperchio pesante che non lascia uscire il vapore.
Al diciottesimo minuto, col mal di schiena e il senso di soffocamento, partirono brutte parole piene di donne dai costumi facili e di parti del corpo utilizzate in modo improprio.
L’appuntamento che aveva, ormai era annullato. Neanche tornare a casa, gli era concesso.
Al ventunesimo minuto Fernando si ritrovò a gridare contro il parabrezza, maledicendo il mondo, il destino e qualsiasi cosa gli veniva in mente. Agitava pericolosamente le mani, anche, e quando sollevò la mano destra, serrata, con l’intenzione di batterla contro il volante, percepì qualcosa di strano alla sua destra e si girò per vedere cos’era.
Nella macchina che l’affiancava, al posto di guida, un uomo si stava agitando in preda a collera incontrollata. Stava gridando con i finestrini chiusi, esattamente come i suoi, e a Fernando arrivava soltanto uno “uao-ao” ovattato.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "L'Ira", collana LAB.

Sara


Visto dallo spioncino della mia porta d’ingresso, il viso di Alessio ha un’espressione ancora più buffa e perplessa del solito, che mi fa subito venire voglia di ridere. Fa appena in tempo ad allungare il braccio verso il pulsante del campanello, che già gli aperto la porta e l’ho tirato all’interno.
- Ciao - gli dico, cercando di essere languida.
- Ciao – risponde, sorridendo contento.
Lo abbraccio avvolgendolo tutto e lui si fa ancora più piccolo, come se fosse una vittima, al che io reagisco ridendo e baciandolo, tastandogli anche il sedere.
- Hum. Qui bisogna rimpolpare la zona con un po’ di ciccia buona – gli dico vicinissimo all’orecchio destro, che è ipersensibile al contatto.
- Qui invece mi sembra che il mio amichetto si senta benone – aggiungo, infilando la mia mano destra dentro i suoi pantaloni.
- Accidenti, lasciami riprendere un po’ di fiato. Ho fatto quindici piani a piedi – si lamenta lui.
Lo avvolgo ancora di più tra le mie braccia e faccio in modo che il suo viso entri nella mia scollatura. E’ un piccolo e tenero imbranato dall’erezione facile. Reagisce al mio contatto come se avessi un telecomando.
- E quindici piani non sono pochi. Mi sa che questo è il palazzo più alto di tutta Roma – dice.
Mi fa morire, quando fa così. Sto giocherellando col suo bastone completamente eretto e lui mi parla delle scale e del palazzo, come se fossimo al supermercato. Gli lecco l’orecchio destro e rabbrividisce in modo vistoso.
- Accidenti – ripete con fatica, visto che sono brava, e infila le mani sotto i miei vestiti.
Mi accarezza i fianchi, sotto la maglietta, e so che la mia gonna corta per lui è una grande tentazione. Infatti sorrido e ansimo, quando mi abbassa le mutandine con decisione. Chi altro al mondo direbbe “Accidenti”, mentre fa sesso in piedi?
- Aspetta. Ho da mangiare sul fuoco – lo blocco.
Aggrotta le sopracciglia.
- Cosa?
- Sto facendo bollire la pasta e ho le patate nel forno – gli spiego.
Fa un’espressione molto sorpresa.
- Patate? Io veramente mi stavo concentrando su una patatina soltanto.
Mi viene da ridere e mi copro la bocca con una mano; poi lo rimprovero puntandogli un dito contro.
- Signor Pellini… Mi meraviglio.
Avanza verso di me con fare complice e minaccioso.
- Signorina Cavasto… Lei ha bisogno di una buona lezione.
Spalanco la bocca e scuoto la testa.
- Oh! Che cosa vuole dire, signor Pellini? A cosa sta pensando?
Continua ad avanzare, più basso ed esile di me, da fare tenerezza, e mentre sorride come se fosse forte mi sento padrona della situazione.
- A darti una bella sculacciata – dice.
Povero illuso.
- Oh! Questa, poi! Si vergogni, signor Pellini! E poi dobbiamo mangiare, adesso. – Cambio tono di voce, sorridendo cordiale. – Anzi, datti una lavata alle mani e aiutami ad apparecchiare, per piacere.
Ci rimane male, ma neanche tanto. E’ proprio un bravo ragazzo.
- Okay. Vado nel bagno e torno.
Sì, caro. Vai. Intanto io mi gusto le mie sensazioni.
Assaggio gli spaghetti: ancora un paio di minuti.
Controllo le patate in forno: procede tutto ok.
Mi fermo un attimo e mi concentro sul mio corpo. Immagino le sue mani che mi separano le natiche e un dito che si immerge nei miei umori. Wow. Per ora basta. Sta ritornando.
- Eccomi qua. Che devo fare? – chiede.
- Prendi una tovaglia dentro quel cassetto e metti su quel tavolo due scodelle, due piatti, due bicchieri e così via. Va bene?
- Va bene, capo – approva.
Mangiamo chiacchierando e beviamo un po’ di vino rosso. Il vino rosso aiuta.
Mentre è impegnato a tagliare un pezzo di pollo, mi tiro giù le mutandine, restando seduta. Poso il sedere nudo sulla plastica della sedia e allargo le gambe, godendomi la sensazione di essere esposta.
Sorrido e lui mi guarda.
- Che c’è? – chiede.
- Niente. Mi sento bene. Ho una sensazione di fresco che mi piace.
Mi studia incuriosito. Il piano della tavola gli impedisce di vedere in che modo mi sono seduta, ma l’idea che possa abbassarsi e scoprirlo mi riempie di eccitazione.
Allunga una mano per toccarmi le dita: un po’ poco per le mie aspettative.
- Accidenti – sussurro, facendo cadere in terra il mio tovagliolo.
- Ci penso io – dice lui.
Si china per vedere dov’è finito e respiro più forte e chiudo gli occhi. Vedo la scena nel mio cervello. Lo immagino che mi scruta . Con grande lentezza richiudo e riapro le gambe. Riapro gli occhi e lui ancora non si è rialzato.
- Va tutto bene, lì sotto? – chiedo.
- Benissimo – risponde, e dopo un po’ lo sento che mi tocca.
- Devi finire di mangiare – lo prendo in giro.
- Lo so. E’ quello che sto facendo – dice.
Sorrido e chiudo di nuovo gli occhi. E’ un uomo dalla battuta pronta, e ciò mi piace.
Il piacere di provocarlo e di giocare alla puttana mi stimola il cervello come iniezioni elettriche; sento le scariche intorno all’inguine e lungo i fianchi.
Prova a toccarmi i seni e non mi piace. Li ho troppo piccoli, quasi inesistenti, e quando i capezzoli si inturgidiscono mi dà fastidio che diventino così vistosi.
- Io e Riccardo abbiamo parlato, ieri sera – dico. Lui continua a grufolare tra le mie cosce. – Mi ha chiesto di fissare la data per il matrimonio – aggiungo. Finalmente si ferma per ascoltare.
Passano i secondi e siccome non dico niente mi fa lui una domanda.
- E tu che gli hai detto?
- Gli ho detto che va bene. Ha trovato una chiesa che sembra adatta e che si libera per settembre. Che altro dovevo fare?
Silenzio. Riaffiora da sotto il tavolo e si rimette a sedere al suo posto.
Ha l’espressione pensierosa. Anzi, ha un’espressione preoccupata.
- A cosa stai pensando? – chiedo.
Fa una piccola smorfia e piega la testa da una parte.
- A niente.
- I miei genitori e i suoi spingono per il matrimonio da un sacco di tempo – spiego.
Annuisce e si rimette a tagliare il pollo.
- Mi sembra logico – dice.
Lo osservo portare il cibo in bocca e masticare. Mastica con molta attenzione; non è la reazione che mi aspettavo. Mi sento delusa.
- Ci sei rimasto male? – chiedo.
Scuote di nuovo la testa e continua a guardare nel piatto.
- E’ logico, l’ho detto. Lo sapevamo da sempre che doveva accadere. E poi cominciavo a stufarmi di fare tutto di nascosto. – Mastica un altro boccone. – All’inizio in ufficio era divertente, ma adesso comincia a darmi fastidio il fatto che nessuno capisca che noi stiamo insieme.
- La gente è cattiva - provo a spiegare. – Sai cosa direbbero.
- Senz’altro – sorride. – Ma anche noi non scherziamo. E salire quindici piani di scale per non fermare l’ascensore al tuo piano, dove potrebbe sentirlo il vicino, è un’altra cosa che non mi va più bene.
- Quel frocio è sempre attento a controllare che sale e chi scende. E’ amico dei miei genitori e non vorrei che gli raccontasse che ti ha visto entrare da me.
Annuisce con più convinzione e stavolta mi guarda.
- E’ quello che stavo dicendo. Comincia a darmi fastidio il fatto che nessuno deve sapere. E’ meglio farla finita adesso, piuttosto che le cose peggiorino. Se io avessi un amico in questa situazione, gli direi sicuramente di lasciare stare. Parliamoci chiaro: ti devi sposare.
Mi fai la morale, stronzo? Mi devo sposare sì, e lo sapevi bene.
Annuisco più volte e assumo un’aria dispiaciuta.
- Stasera però rimani? – chiedo, e lui irritato risponde: - Non mi sembra il caso.
Annuisco di nuovo e mi alzo.
- Sono stata cattiva – dico, sedendomi sulle sue ginocchia. Lui si innervosisce e prova a dire:
- Luisa, per favore…
- Chiamami Sara. Ti piace che dico di chiamarmi Sara, quando telefono a casa tua.
Non ribatte nulla e comincio a usare la mia voce da ragazzina.
- Pronto? Sono Sara. Potrei parlare con Alessio, per favore?
- Piantala – dice.
- Sara va bene, per chi divide casa col bravo Alessio. Va molto meglio di Luisa.
- Dai, piantala – insiste lui.
- Oh, scusa tanto... Sono davvero, davvero cattiva. - Mi alzo un po’ e carico ancora di più la voce. – Meriterei di essere sculacciata sul serio – e sollevo la mia gonna sul di dietro. – Qui, sul sederino tenero tenero.
Alessio prova ad allungare una mano e io gliela scanso.
- Signor Pellini! Il mio culetto è destinato a un altro uomo! Mi devo sposare, non ricorda? Non aveva detto che è meglio farla finita adesso?
Comincia a piagnucolare, pieno di desiderio.
- Fatti toccare – infatti dice.
Spalanco gli occhi, sbalordita.
- Toccare? Toccare che cosa? – Mi tiro un poco più su la gonna.
- Fatti toccare, per piacere – ormai mi implora.
Mi giro e lo lascio fare, senza che possa vedere il mio sorriso.
E’ in mio potere.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "La Lussuria", collana LAB)

sabato 14 marzo 2009

Dolcetto o scherzetto


“Drin!”, suonò il campanello, e dopo una decina di secondi la porta dell'interno 4, terzo piano scala A, si aprì di tre quarti.
«Sì?», chiese il signor Paoletti, sui settant'anni, magro, e la ragazzina sul pianerottolo, ancora più magra del signor Paoletti e dalla carnagione molto chiara, disse con voce triste: «Dolcetto o scherzetto.»
Il signor Paoletti aggrottò la fronte. «Cosa? Che cosa hai detto?»
«Dolcetto o scherzetto», ripeté la ragazzina.
«Che dolcetto? Non ho capito.»
La ragazzina, vestita di rosso, con un cappuccio d'altri tempi, tese le braccia in avanti, per far vedere il sacco che aveva con sé.
«Non ti capisco, ragazzina», disse il signor Paoletti, e per cercare aiuto chiamò sua moglie: «Pina!»
La ragazzina restò in attesa, senza cambiare espressione. Anche il signor Paoletti rimase con i suoi dubbi, finché non arrivò la moglie.
«Che c'è, Tonino?»
«Non lo so. C'è una ragazzina vestita in modo strano che vuole qualcosa, ma non ho capito che.»
La signora Pina guardò la ragazzina sorridendo. «Ciao. Che cosa vuoi, carina?»
La ragazzina ripeté: «Dolcetto o scherzetto» e mostrò il suo sacco anche alla signora Pina.
«Ah, ho capito. Dolcetto o scherzetto. Entra, carina. Adesso vediamo di trovare qualcosa.»
La ragazzina entrò nell'ingresso e il signor Paoletti chiese a sua moglie: «Cos'è questa cosa di dolcetto e scherzetto?»
«Dolcetto “o” scherzetto. E' un'usanza di quando si festeggia Halloween.»
Il signor Paoletti aggrottò di nuovo la fronte. «Allo che?»
La signora Pina sorrise. «Halloween. E' la vigilia di Ognissanti. La vigilia del 1° novembre, cioè domani. I ragazzini la festeggiano mettendosi un costume, come a carnevale. Lei per esempio si è vestita da Cappuccetto Rosso.» E sorrise anche alla bambina. «E' un costume molto carino.»
«E' da quando si usa questa cosa?», chiese il signor Paoletti.
«Da un sacco di tempo. E' un'usanza che viene dagli americani.»
Il signor Paoletti guardò la ragazzina straniera con espressione critica. «Non siamo in America, qui», disse, e si allontanò.
La signora Pina indicò alla ragazzina il divano che si si trovava in salotto. «Siedi, carina. Come ti chiami?»
La ragazzina si mise seduta dicendo: «Candya.» Passati alcuni secondi aggiunse: «Calyme.»
«Ah, Calyme. I nuovi inquilini del settimo piano. Mi sembra che hai dei fratellini.»
La ragazzina annuì. «Sì. Quattro fratelli.» Di nuovo passarono alcuni secondi. «Due maschi e due femmine.»
«Accipicchia, siete cinque fratelli! Allora bisognerà trovare parecchi dolci. Intanto prendi questi.» La signora Pina diede alla ragazzina una vaschetta di porcellana con dentro dei cioccolatini, che erano già nel salotto per ogni eventuale visitatore.
La ragazzina prese un cioccolatino con la carta stagnola rossa, lo scartò e lo mise in bocca con espressione seria. Iniziò a masticarlo lentamente, tenendo gli occhi chiusi, e nonostante che la mimica del suo viso non subisse variazioni, la carnagione troppo chiara prese subito colore, scurendosi gradevolmente per il piacere.
La signora Pina, accorgendosi dell'effetto benefico del cioccolatino, si alzò dicendo: «Adesso vado in cucina, a rimediare altri dolci anche per i tuoi fratellini.»
La ragazzina rimase da sola nel salotto, e si guardò intorno con attenzione.
Finita l'esplorazione si concentrò di nuovo sulla vaschetta di porcellana. Scartò un altro cioccolatino e se lo mise in bocca, chiudendo gli occhi nuovamente.
La pelle del suo viso si scurì, com'era già successo col primo cioccolatino, e sempre con gli occhi chiusi mormorò piano: «Moaaao.»
Passarono sei secondi.
Un altro miagoliò rispose a quello della ragazzina.
Candya riaprì i suoi occhi e guardò il gatto della signora Pina, il quale ricambiò lo sguardo da pari a pari. Si trattava di un Ragdol color cioccolato, dal pelo morbido e setoso, pesante più di dieci chili.
La ragazzina ripeté: «Moaaao», e il grosso gatto l'ascoltò con attenzione.
Passarono ancora due minuti.
La signora Pina tornò con tavolette di cioccolata e tante caramelle.
«Ecco qui, carina. Penso che così faremo contenti anche i tuoi fratelli.»
«Grazie, signora», disse la ragazzina, con voce educata e un sorriso incerto, aprendo il suo sacco per metterci dentro tutti i dolcetti.
«Di niente, cara. E mi raccomando, salutami la mamma.»
«Sì, signora. Grazie ancora.»
La signora Pina accompagnò la ragazzina fino all'uscio, e prima di richiudere disse ancora: «Ciao, carina. Ciao.»
La ragazzina sorrise timidamente e dalle scale rispose: «Ciao.»
Teneva il sacco stringendolo forte con ambedue le mani, poiché pesava alquanto di più di quando era scesa.
Dentro l'appartamento all'interno 4, la signora Pina, di buonumore, cercò il suo gatto per dare anche a lui un bocconcino prelibato.
«Sultano!», chiamò, ma quel briccone non si fece vedere perché chissà dove si era nascosto.
Nell'appartamento all'interno 13, invece, Candya stava già lavorando.
Con le grosse forbici da cucina cominciò a tagliare la pelliccia setosa del gatto, e sentì la propria bocca riempirsi di saliva gustosa e la pelle del corpo formicolare, mentre tagliava.
Cioccolatini e caramelle erano molto gradevoli e le davano eccitazione, com'era per tutto il cibo, ma ciò che le piaceva di più era il sapore di carne alla brace, con un sughino di sangue.
Sorrise e avvampò di contentezza, a questo pensiero. Sì, non c'era nient'altro di più gustoso.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "La Gola", collana LAB)

Mi ami?


«Mi ami?», chiese Ludovica.
«Sì», rispose Anton Giulio.
«Mi ami veramente?», chiese Ludovica.
«Sì», rispose Anton Giulio.
«E quanto è grande il tuo amore?», chiese Ludovica.
«Non conosce limiti», rispose Anton Giulio.
«E faresti qualsiasi cosa, per me? », chiese Ludovica.
«Qualsiasi cosa», rispose Anton Giulio.
«Allora ruberesti, se te lo chiedessi», disse Ludovica.
«Anche a mia madre», disse Anton Giulio.
«E uccideresti, anche?», chiese Ludovica.
«La mia intera famiglia e i miei migliori amici», rispose Anton Giulio.
«Quindi faresti tutto, per me», disse Ludovica.
«Qualsiasi cosa», disse Anton Giulio.
«Allora odiami, perché mi sono innamorata di un altro», si sfogò Ludovica, con evidenti segni di liberazione.
Due giorni prima, una manciata di ore passate, Ludovica aveva detto ad Anton Giulio di amarlo moltissimo. Per l’esattezza aggiungendo: «Non ho mai conosciuto, prima, un uomo dolce come te.»
Anton Giulio guardò Ludovica, pensandoci su.
«E non fissarmi con quell'aria da vittima», si spazientì Ludovica. «Mi sono innamorata di un altro e non è colpa di nessuno.»
Allora Anton Giulio le diede un pugno in viso, facendola svenire.

Anton Giulio prese la borsa con dentro le chiavi della Volkswagen, che aveva comprato a Ludovica il giorno del loro anniversario, e sbatté la vettura - che era di un bel rosso metallizzato - di punta, di fianco e di coda contro il muretto della villetta al mare in cui si trovavano.
Pensando alla villetta, che un suo amico agente immobiliare aveva rimediato per Ludovica ad un vero prezzo d’affare, rientrò dentro la casa, aprì tutti i rubinetti del bagno e della cucina, tappò gli scarichi dei lavandini, e con dei rossetti che trovò in un armadietto disegnò diciassette piselli stilizzati ma ben identificabili sulle pareti candide della camera da letto.
Tornando a casa con la propria Opel station wagon, telefonò alla migliore amica di Ludovica per un appuntamento. In poco tempo ci si mise insieme.
A lei raccontò con calma e con dovizia di particolari i gusti sessuali dell'ex fidanzata, i segreti più intimi, le invidie e le paure più nascoste.

Ora Anton Giulio vive con Melissa da due anni a Palombara Sabina - la parte nuova della ridente cittadina – dove trascorre una vita serena e regolare.
Si innervosisce soltanto quando la moglie a volte gli chiede quanto l’ama.
Allora può capitare che si sieda in silenzio per terra, sulle piastrelle del parquet di pregio, abbracciandosi le gambe e dondolandosi per una mezz'ora.
A parte questo, Anton Giulio è felice.
A parte questo, anche Melissa è felice.
Di Ludovica invece non si sa più nulla.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "Il Desiderio", collana LAB)

sabato 24 gennaio 2009

Peter Buckley: il re dei perdenti

Omaggio al pugile Peter Buckley, il re dei perdenti.

"SE NE VA il re dei perdenti, quello della carriera all'incontrario, quello che il gong l'ha sentito sempre dal tappeto. Il più grande professionista della sconfitta: 256 match persi su 299. Una disgrazia più che una statistica. Peter Buckley, pugile inglese di Birmingham, a 39 anni striscia fuori dal ring. Ha combattuto più di ogni altro al mondo. E non ne può più di occhi neri e di stringere i denti fino all'ultima ripresa. Anche se negli ultimi cinque anni ha rimediato 88 sconfitte consecutive Buckley, che ha attraversato cinque categorie e quattro generazioni di pugili, sul ring non si è risparmiato e ha sempre resistito fino all'ultima ripresa. Un eroe dell'insuccesso, uno che ha incontrato 18 futuri campioni del mondo e si è fatto stampare la faccia da tutti."

Il resto dell'articolo:

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/persone/peter-buckley/peter-buckley/peter-buckley.html