domenica 27 febbraio 2011

LA GENTE E' STRANA


Storie di peccatori più o meno capitali.

Venticinque, forse ventisei racconti brevi e brevissimi con gente piuttosto strana.

Assassini diabolici, vecchiette insidiose, attori vendicativi, innamorati poco convinti, guidatori frustrati, amanti dei numeri e degli animali, sportivi confusi e persino cacciatori di vampiri.

I personaggi ideali per lettori che amano le sorprese.
Piacevoli o spiacevoli che siano.

Edizioni Simple. ISBN 978-88-6259-287-1

domenica 23 gennaio 2011

Un lavoro stressante


Guardo Mario interrogativamente. Devo continuare?
Lui ci pensa un po’ su, mentre il povero stronzo rantola, per terra.
«Dà qua», mi dice, indicando la mia mazzetta da lavoro. Strano, non capita mai.
Mario soppesa la mazzetta, riflette un altro po’ e colpisce deciso la testa del povero stronzo, crac.
Non va bene, penso; non va bene per niente.
«Mah. Mi credevo meglio», dice Mario, buttando via la mazzetta per terra e uscendo fuori dal retrobottega.
«Pensaci tu, a dare una ripulita», aggiunge. Uno degli Altri abbozza un sorriso.
Non va per niente bene; non avevamo mai ammazzato nessuno, prima, e ci metterò un sacco di tempo a dare una pulita.
Il liquido che viene da sotto la testa spaccata raggiunge della frutta caduta per terra e la circonda. Esco dal retrobottega anche io, entro nella frutteria vera e propria, passo sotto la saracinesca alzata di un metro e poi la riabbasso del tutto. Devo andare a cercare un sacco adatto per il povero stronzo e della segatura.
Quando ritorno al negozio, dopo un’oretta, ritiro in po’ su la saracinesca, accendo la torcia portatile e abbasso la saracinesca di nuovo.
Il povero stronzo è buono al suo posto, il liquido ha fatto una pozza, un motorino con la marmitta sfondata fa rumore di fuori e a me mi rode. Un conto è rompere qualche osso e un altro far fuori un cristiano. Se questo stronzo avesse evitato di fare il furbo…
Gli tiro un calcio in testa, per il nervoso, e l’occhio sinistro rotola, fuori dal cranio.
Cazzo: la cosa è disgustosa. La piccola palla rotola fin troppo a lungo, si ferma dov’è la pozza e dov’è la frutta, rivolge la retina verso il mio sguardo e resta là a fissarmi, tra un paio di mele guaste e dei limoni.
Chissà perché ha assunto una tinta giallo sporcizia, identica a quella dei limoni che gli sono accanto. Non può trattarsi di un occhio vero, sarà di vetro finto; insomma sarà una protesi posticcia, di cui non ci siamo accorti prima. In ogni caso non intendo verificare. Raccatto tutto e metto tutto insieme: frutta, frattaglie e il corpo del povero stronzo. Quando ritorno a casa - a notte fonda - non dormo bene, però.
Questo lavoro è sempre più stressante. Ci vorrebbe una settimana a Tagliacozzo.
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Accendo la luce in cucina, il braccio pronto a posare la spesa sul tavolo, a un paio di metri, e il suo odio è come uno schiaffo terribile in pieno viso, da togliere il fiato.
Lo percepisco come disprezzo assoluto, di un giallo spettrale, malato. Sembra che brilli di un battito fosforescente. Vivo.
Il limone posato sul tavolo mi odia.
Mi rendo conto che sto pensando una cosa priva di senso, davvero ridicola; ma l’odio che mi assale è così… reale; lo sento bene, che viene tutto da quel limone.
Calmo. Respiro e poi… Calmo.
Come è possibile che io stia pensando una cosa del genere? Come è possibile che, anche solo per un momento, io possa concepire una cosa così?
Fisso il limone, l’unico oggetto presente sopra il tavolo vuoto, e quello emana qualcosa di lurido, sia nella luce che nell’odore. In qualche malefico modo ricambia il mio sguardo. Forse è per colpa del neon, che tremola a tratti e illumina male; che gli disegna ombre di vita e di morte sulla superficie rugosa; che sembra farlo pulsare, come un cuore di carne, gonfio di odio e furore.
Emana terribili pensieri. Li sento.
Arretro lentamente, senza staccare gli occhi dal suo alone giallastro. Sono sicuro che potrebbe spiccare un balzo, con braccia e gambe nascoste dietro il corpo schifoso, e aprirsi come una tagliola, e strapparmi via la faccia a morsi.
Arretro lentamente e chiudo con la mano destra, che mi trema, due volte la porta a chiave.
Cazzo, il cuore mi esce fuori dal torace. Mi preme sulle costole è fa distintamente tum, tum, tum.
Riprendo il fiato con rumore, per sentire uno straccio di suono umano. Se mi vedessero gli Altri, la mia reputazione sarebbe finita. Non è concepibile crollare a causa di un stupido frutto.
La colpa da dare a qualcuno che ha sbagliato. La colpa è della donna delle pulizie.
Deve essere stata quella stronza di Olga, a lasciarlo lì, dopo aver pulito la cucina. Il limone doveva far parte dei suoi stupidi acquisti, e lei per sbaglio l’ha dimenticato lì.
Maledetta incapace: lo sa che non voglio niente di vivo dentro il mio frigorifero e nella cucina! E che la tavola deve essere libera, vuota, pulita, disinfettata con l’alcool. Avrò ripetuto queste istruzioni un milione di volte.
E’ una fortuna che abbia potuto chiudere il mostro a chiave. Appoggio una poltrona alla porta, per più sicurezza, e chiudo a chiave anche la porta del corridoio e quella della mia stanza. Ha nove porte bianche e pulite, il mio appartamento. Ho nove chiavi per chiudere tutto come si deve.

(... segue)

Estratto dal racconto di andrea Bellizzi "Un racconto stressante", pubblicato da PerroneLab Editore nell'antologia di autori vari "ero una crepa nel muro".

lunedì 6 dicembre 2010

Mannaggia


Si svegliò come da un piacevole pisolino, tranquillo e rilassato, e la prima cosa che vide fu il viso di una ragazza, molto carina.
«Non si preoccupi. Va tutto bene», sussurrò la ragazza, e Claudio pensò: “E chi si preoccupa, mi sento come un papa. Ma guarda che sorriso.”
La ragazza, che appunto stava sorridendo, gli poggiò una mano, fresca, contro la fronte, e per un po’ la tenne lì continuando a sorridere, premurosa.
«Si ricorda cos’è successo?», sussurrò, guardandolo negli occhi.
Claudio si concentrò per un attimo, spinto dal desiderio di assecondarla, ma non gli venne in mente niente di particolare.
«No. Perché? Che cosa è successo?»
La ragazza tolse la mano dalla sua fronte e graziosamente piegò la testa di lato.
«Ce la fa a tirarsi un po’ su? A mettersi seduto?»
Soltanto adesso Claudio si rese conto di essere sdraiato. Sdraiato sdraiato, senza nemmeno un cuscino sotto la testa, che in effetti sentiva un po’ vuota.
«Coraggio, l’aiuto io», disse la signorina.
Claudio tirò verso di sé i gomiti, spinse per fare forza contro le palme delle mani, ma non riuscì a sollevarsi.
«Uff, è faticoso» ammise, un po’ perplesso.
«In genere ci vogliono due tre tentativi», lo rincuorò la signorina.
“Che bel sorriso”, pensò di nuovo Claudio. Più che altro, aveva voglia di fargli una buona impressione. Stavolta ci mise più impegno. Le mani della ragazza, ai lati delle sue spalle, diedero un contributo. Adesso era seduto.
Dette un’occhiatina intorno, piegando leggermente il capo sia a sinistra che a destra. Che strano: sembrava una grande sala completamente vuota.
«Ci vede bene?», chiese la signorina.
Anche questa volta prima di rispondere ci pensò sopra.
«Mi pare di sì. Non che ci sia tanta roba da vedere… Dove siamo?»
«In una sala di controllo», spiegò la ragazza.
«Ah. E controllo di cosa?»
«Controllo di qualità.»
«Ah.»
Non è che Claudio, con questa risposta, riuscì a capirne molto di più.
«Che colori vede, in questa sala?», chiese la ragazza.
«Colori?»
«Sì. Che colori vede, intorno a sé?»
Claudio si guardò di nuovo intorno. In alto e sulla sinistra non c’era nulla: né mobili né persone. A destra, invece, a parecchi metri di distanza, adesso c’era un’altra persona in terra, che forse prima non aveva notato. E un’altra donna, vestita come la sua signorina, gli stava di fronte.
«Grigio. Mi sembra tutto grigio. A parte il camice di quella signorina, tra il giallo e l’avana. Chi è quell’uomo, sdraiato lì?»
La ragazza non si girò per guardare.
«La persona che l’ha investita. E io come sono? Quali colori vede in me?»
«Non ho capito. Ha detto che sono stato investito?»
La ragazza annuì, continuando a sorridere. Sembrava un po’ divertita, ma senza alcuna intenzione di prenderlo in giro.
«Sì, le ho detto che quello è l’uomo che l’ha investita, ma le ho chiesto anche quali colori vede in me.»
Claudio guardò di nuovo l’uomo per terra, che adesso, come aveva già fatto lui, si stava tirando su a sedere. Anche lui era grigio. Tornò a guardare la sua ragazza: cavolo, com’era carina e come gli sorrideva.
«Ha dei capelli biondi. E gli occhi marroni. Belli tutti e due.»
Il sorriso della ragazza divenne appena un po’ birichino. «Ed il mio camice?», insistette.
«Un verdolino chiaro chiaro. Carino.» Di un verde più chiaro, se ricordava bene, di quello usato di solito dalle infermiere.
La fronte della ragazza, appena un filino, si aggrottò. «Hum.»
Ora qualcosa Claudio incominciò a ricordare.
«E’ vero: sono stato investito. Guidavo il mio motorino e un motociclista pirata mi ha preso.»
La ragazza si limitò ad annuire.
Claudio guardo nuovamente a destra.
«Non è che è lui, quello che mi ha investito?»
Stavolta anche la signorina guardò l’altro uomo.
«Sì, è lui», disse.
La ragazza che stava con l’altro uomo si girò dalla loro parte, forse sentendosi osservata, e la ragazza che stava con Claudio la salutò alzando un poco la mano.
«Come mai non sento niente?», chiese Claudio, un po’ perplesso.
«Non si preoccupi, è perfettamente normale, in questi casi», spiegò la ragazza.
«Ah.»
«Lei si definisce un credente o un non credente?», chiese la ragazza.
«Come, mi scusi?»
«Lei si definisce un credente o un non credente?», ripeté la ragazza.
«Eeeh… Non ho capito che c’entra adesso. Stavamo parlando di un incidente. Potrei sapere un po’ più di particolari, per cortesia?»
«Lei e quel signore avete avuto un incidente, ma adesso va tutto bene. Bisogna solo stabilire dove andrete», chiarì con amichevole pazienza la ragazza.
Claudio aggrottò la sua fronte, pesantemente, e cercò di riflettere in modo migliore.
«Il verde è un forte segnale di preparazione», continuò la ragazza. «Chi è pronto per proseguire percepisce la luce più verde degli altri. La vede in ogni cosa.»
Niente. Per Claudio, come spiegazione, non era affatto chiara.
(... segue)

Racconto di Andrea Bellizzi pubblicato nella raccolta di autori vari "Polvere sotto il divano", dedicata al colore verde, Perrone LAB editore.

Un colore vale l'altro


Riccardo appoggiò la mano sul bordo del cofano dell’automobile, facendola scorrere per un poco. Il metallo, perfettamente liscio e fresco, gli dette una piacevole sensazione.
- Allora? Che ne pensa? - chiese il proprietario dell’automobile.
Che ne pensava? Era bellissima, però quel colore della carrozzeria...
- Sì, va tutto bene. E' soltanto questo colore che, non so, non mi convince troppo - spiegò Riccardo.
Il proprietario dell'automobile, che aveva sessant'anni e una camicia bianca con delle sottili righe arancio, lo guardò con espressione quasi offesa.
- Sta scherzando? Questo colore è un Phoenix Orange 75. Ho fatto riverniciare l'auto con questo colore nel maggio del 2000, proprio per festeggiare il passaggio al nuovo secolo e per poterlo esibire sul lungomare di Rimini e Riccione, durante l'estate. Guardi che contrasto fa con il tetto in vinile nero.
Riccardo guardò il tetto della Ford Capri, lucido e ben conservato.
- Non so. Mi sembra un po' vistoso - si lamentò.
Il proprietario dell'automobile si lasciò sfuggire una risata.
- O beh, se cerca un'automobile che non attiri l'attenzione dei passanti, non è certo questa la sua vettura! Guardi che dovunque sono andato, dovunque l'ho lasciata parcheggiata, questa automobile ha sempre fatto girare la testa a un sacco di persone.
Riccardo arrossì e si spostò dal cofano anteriore alla fiancata. Stavolta, con la mano stesa, seguì la nervatura orizzontale che segnava, in rilievo, praticamente tutto il profilo della coupé.
Dio, che piacere che gli dava quel solido metallo scolpito alla perfezione...
Spinse il bottone situato sulla maniglia cromata dello sportello ed entrò all'interno della vettura.
Il largo sedile in finta pelle, privo di poggiatesta, lo accolse come una poltrona.
Il proprietario aprì l'altro sportello e gli sedette accanto, con una smorfia di dolore.
- Lei è fortunato. Se non fosse perchè mi è aumentato il mal di schiena, che mi rende difficile guidare un'automobile senza il servosterzo, non le cederei mai questo gioiello. Mi toccherà guidare una di queste scatolette piene di plastica, dove tutto sa di elettrodomestico finto.
Riccardo strinse il volante duro e senza porosità, della stessa consistenza di un disco 33 giri, e posò la mano sul pomello del corto cambio.
- Andiamo a fare un giro? - propose il proprietario dell'automobile.
- Andiamo a fare un giro - ripetè con un sorriso Riccardo.

Il bello di guidare una Ford Capri MK1 del 1972 è quello di guidarla "piano". Correre, con un motore 1.300 di 60 cavalli, meno prestazionale di una banale Fiat 127, non serve a molto; il piacere di guidare in scioltezza avendo davanti un frontale lungo e sempre parallelo al suolo, invece, che non sparisce in basso, visibile fino alla fine, cornice del mondo esterno, cornice della strada... beh, quello è un piacere davvero speciale, che nessuna aerodinamica auto moderna ti può regalare.
Le sensazioni rimandate dallo sterzo, poi, privo di servofreno, davano a Riccardo la sensazione di guidare qualcosa di prezioso e di vivo, che trasmetteva ogni avvallamento dell'asfalto nelle sue mani.
- Questo modello della MK1 è l'ultimo della serie nata nel '69 - spiegò il proprietario. - I successivi avevano una brutta gobba sopra il cofano per via dei nuovi motori 4 cilindri in linea, che andavano a sostituire gli indistruttibili V4 a corsa corta. Saranno stati anche più efficienti, ma la sensazione di tiro che ha questo gioiello ai bassi giri... ah, ragazzi, per me è sempre stata una goduria.
Aveva abbassato il finestrino destro completamente e, con il gomito appoggiato in fuori, si vedeva che se la godeva proprio.
Riccardo si sentì contagiato, da tanta contentezza. Gli sembrava di essere tornato a quando aveva vent'anni e ciò non aveva prezzo. Staccò l'assegno da 3.500 euro con un sorriso dentro di eccitazione. In fondo, un colore vale l'altro, quando sei al volante dell'automobile che ti piace.

L'uomo arrivò di corsa al finestrino, preoccupato.
- Come sta? Si è fatto male? - chiese.
Riccardo lo guardò con espressione vaga. Si sentiva assente, un po' confuso.
- Ha battuto la testa? Le fa male? - insistette l'uomo.
Riccardo si rese conto di avere le dita della mano destra che gli premevano la fronte e le guardò con attenzione, per controllare se vi fosse sangue sopra. Non c'era niente di colore rosso, per fortuna.
- No, sto bene, grazie - disse. - Cos'è successo?
L'uomo fuori dal finestrino indicò un punto indefinito, situato alle spalle della vettura.
- Il cane di una bambina. Gli è scappato di mano e ha attraversato la strada all'improvviso. La bambina gli è corsa dietro e per un pelo lei non l'ha investita. - L'uomo rifletté un momento, prima di continuare. - Se non sterzava a destra per evitarla, la prendeva in pieno. Io ho visto tutto, perchè stavo fumando, fuori dal mio negozio, e stavo guardando la sua macchina che passava.
Il cane e la bambina. Riccardo si ricordò di tutto. Aveva frenato a fondo, però non era stato sufficiente: per questo aveva sterzato a destra e... La macchina. Aveva sbattuto la macchina nuova contro il marciapiede.
- Porca puttana - mormorò, infelice.
(...segue)

Racconto di Andrea Bellizzi pubblicato nella raccolta di autori vari "Tramonti di ruggine", dedicata al colore arancione, Perroni LAB editore.

giovedì 16 settembre 2010

Facezie 05

Più passa il tempo e più divento distratto. Oggi ho perso anche le ultime illusioni.

sabato 26 giugno 2010

Facezie 04

Appello per Enrichetta:
Tesoro, ti prego, torna. Senza di te non sono nulla e non riesco nemmeno più a respirare. Ritorna da me, amore prezioso.
P.S.: se proprio proprio non volessi tornare, potresti mandarmi via sms o email il cellulare di tua sorella Samanta, per favore?

martedì 8 giugno 2010

La Panda e il lipizzano

«E adesso? Ci mancava solo la fila», sbottò l'uomo che guidava la Panda, rallentando bruscamente l'andatura.
Davanti a loro la strada a due corsie, che fino a quel momento avevano percorso velocemente, era ostruita da molte automobili incolonnate.
L'uomo che guidava guardò l'orologio d'acciaio. «Ma guarda se tocca trovare la fila anche all'una di notte. Che razza di città del cazzo. Non si campa davvero più.»
Accanto all'uomo che guidava c'era un altro uomo, tozzo e silenzioso. Con la mano destra stringeva la maniglia di sostegno fissata sopra il suo sportello e guardava la fila di macchine immobili senza apparente risentimento.
«Di questo passo arriveremo tra due ore. E chi lo sente poi a Pisanò», si lamentò di nuovo l'uomo che guidava.
L'altro guardò per qualche secondo a destra. «Tagliamo dentro la villa», propose, e anche l'uomo che guidava guardò verso destra per valutare la situazione.
«Sai che ti dico, Santino? Mò facciamo proprio così e chi se ne frega.»
Per far capire bene le sue intenzioni, l'uomo che guidava mise la freccia a destra e fece rombare il motore vistosamente, quindi si incuneò di forza tra la macchina che gli era a fianco e quella che la precedeva. Trovata la via d'uscita, la Panda accelerò con sorprendente potenza, facendo stridere le gomme nuove.
«Eh, che tiro che ci ha, la bestiolina, eh?», commentò l'uomo che guidava, con soddisfazione.
Continuando a stringere saldamente la sua maniglia di sostegno, l'uomo tozzo e silenzioso si limitò a sorridere.
«'Sto motore canta che è una bellezza», insistette l'uomo che guidava. Per confermare le sue parole, alla prima curva dentro la villa scalò di marcia con decisione e affondò il gas.
Intorno a loro c'erano solo piante e panchine vuote. La luce dei lampioni illuminava quanto bastava la strada asfaltata, solitamente riservata alle biciclette e alle ciclo carrozzelle per i turisti.
Non c'era più nessuno, com'era logico a quell'ora di notte; non c'era nessuno a parte due carabinieri a cavallo.
«Cazzo», disse l'uomo alla guida, cercando d'inchiodare facendo meno rumore possibile. La Panda si fermò con un paio di brevi sussulti, un po' troppo vistosi.

(da "La Panda e il lipizzano", racconto di Andrea Bellizzi, raccolta "La gente è strana")