giovedì 7 maggio 2009

Sara


Visto dallo spioncino della mia porta d’ingresso, il viso di Alessio ha un’espressione ancora più buffa e perplessa del solito, che mi fa subito venire voglia di ridere. Fa appena in tempo ad allungare il braccio verso il pulsante del campanello, che già gli aperto la porta e l’ho tirato all’interno.
- Ciao - gli dico, cercando di essere languida.
- Ciao – risponde, sorridendo contento.
Lo abbraccio avvolgendolo tutto e lui si fa ancora più piccolo, come se fosse una vittima, al che io reagisco ridendo e baciandolo, tastandogli anche il sedere.
- Hum. Qui bisogna rimpolpare la zona con un po’ di ciccia buona – gli dico vicinissimo all’orecchio destro, che è ipersensibile al contatto.
- Qui invece mi sembra che il mio amichetto si senta benone – aggiungo, infilando la mia mano destra dentro i suoi pantaloni.
- Accidenti, lasciami riprendere un po’ di fiato. Ho fatto quindici piani a piedi – si lamenta lui.
Lo avvolgo ancora di più tra le mie braccia e faccio in modo che il suo viso entri nella mia scollatura. E’ un piccolo e tenero imbranato dall’erezione facile. Reagisce al mio contatto come se avessi un telecomando.
- E quindici piani non sono pochi. Mi sa che questo è il palazzo più alto di tutta Roma – dice.
Mi fa morire, quando fa così. Sto giocherellando col suo bastone completamente eretto e lui mi parla delle scale e del palazzo, come se fossimo al supermercato. Gli lecco l’orecchio destro e rabbrividisce in modo vistoso.
- Accidenti – ripete con fatica, visto che sono brava, e infila le mani sotto i miei vestiti.
Mi accarezza i fianchi, sotto la maglietta, e so che la mia gonna corta per lui è una grande tentazione. Infatti sorrido e ansimo, quando mi abbassa le mutandine con decisione. Chi altro al mondo direbbe “Accidenti”, mentre fa sesso in piedi?
- Aspetta. Ho da mangiare sul fuoco – lo blocco.
Aggrotta le sopracciglia.
- Cosa?
- Sto facendo bollire la pasta e ho le patate nel forno – gli spiego.
Fa un’espressione molto sorpresa.
- Patate? Io veramente mi stavo concentrando su una patatina soltanto.
Mi viene da ridere e mi copro la bocca con una mano; poi lo rimprovero puntandogli un dito contro.
- Signor Pellini… Mi meraviglio.
Avanza verso di me con fare complice e minaccioso.
- Signorina Cavasto… Lei ha bisogno di una buona lezione.
Spalanco la bocca e scuoto la testa.
- Oh! Che cosa vuole dire, signor Pellini? A cosa sta pensando?
Continua ad avanzare, più basso ed esile di me, da fare tenerezza, e mentre sorride come se fosse forte mi sento padrona della situazione.
- A darti una bella sculacciata – dice.
Povero illuso.
- Oh! Questa, poi! Si vergogni, signor Pellini! E poi dobbiamo mangiare, adesso. – Cambio tono di voce, sorridendo cordiale. – Anzi, datti una lavata alle mani e aiutami ad apparecchiare, per piacere.
Ci rimane male, ma neanche tanto. E’ proprio un bravo ragazzo.
- Okay. Vado nel bagno e torno.
Sì, caro. Vai. Intanto io mi gusto le mie sensazioni.
Assaggio gli spaghetti: ancora un paio di minuti.
Controllo le patate in forno: procede tutto ok.
Mi fermo un attimo e mi concentro sul mio corpo. Immagino le sue mani che mi separano le natiche e un dito che si immerge nei miei umori. Wow. Per ora basta. Sta ritornando.
- Eccomi qua. Che devo fare? – chiede.
- Prendi una tovaglia dentro quel cassetto e metti su quel tavolo due scodelle, due piatti, due bicchieri e così via. Va bene?
- Va bene, capo – approva.
Mangiamo chiacchierando e beviamo un po’ di vino rosso. Il vino rosso aiuta.
Mentre è impegnato a tagliare un pezzo di pollo, mi tiro giù le mutandine, restando seduta. Poso il sedere nudo sulla plastica della sedia e allargo le gambe, godendomi la sensazione di essere esposta.
Sorrido e lui mi guarda.
- Che c’è? – chiede.
- Niente. Mi sento bene. Ho una sensazione di fresco che mi piace.
Mi studia incuriosito. Il piano della tavola gli impedisce di vedere in che modo mi sono seduta, ma l’idea che possa abbassarsi e scoprirlo mi riempie di eccitazione.
Allunga una mano per toccarmi le dita: un po’ poco per le mie aspettative.
- Accidenti – sussurro, facendo cadere in terra il mio tovagliolo.
- Ci penso io – dice lui.
Si china per vedere dov’è finito e respiro più forte e chiudo gli occhi. Vedo la scena nel mio cervello. Lo immagino che mi scruta . Con grande lentezza richiudo e riapro le gambe. Riapro gli occhi e lui ancora non si è rialzato.
- Va tutto bene, lì sotto? – chiedo.
- Benissimo – risponde, e dopo un po’ lo sento che mi tocca.
- Devi finire di mangiare – lo prendo in giro.
- Lo so. E’ quello che sto facendo – dice.
Sorrido e chiudo di nuovo gli occhi. E’ un uomo dalla battuta pronta, e ciò mi piace.
Il piacere di provocarlo e di giocare alla puttana mi stimola il cervello come iniezioni elettriche; sento le scariche intorno all’inguine e lungo i fianchi.
Prova a toccarmi i seni e non mi piace. Li ho troppo piccoli, quasi inesistenti, e quando i capezzoli si inturgidiscono mi dà fastidio che diventino così vistosi.
- Io e Riccardo abbiamo parlato, ieri sera – dico. Lui continua a grufolare tra le mie cosce. – Mi ha chiesto di fissare la data per il matrimonio – aggiungo. Finalmente si ferma per ascoltare.
Passano i secondi e siccome non dico niente mi fa lui una domanda.
- E tu che gli hai detto?
- Gli ho detto che va bene. Ha trovato una chiesa che sembra adatta e che si libera per settembre. Che altro dovevo fare?
Silenzio. Riaffiora da sotto il tavolo e si rimette a sedere al suo posto.
Ha l’espressione pensierosa. Anzi, ha un’espressione preoccupata.
- A cosa stai pensando? – chiedo.
Fa una piccola smorfia e piega la testa da una parte.
- A niente.
- I miei genitori e i suoi spingono per il matrimonio da un sacco di tempo – spiego.
Annuisce e si rimette a tagliare il pollo.
- Mi sembra logico – dice.
Lo osservo portare il cibo in bocca e masticare. Mastica con molta attenzione; non è la reazione che mi aspettavo. Mi sento delusa.
- Ci sei rimasto male? – chiedo.
Scuote di nuovo la testa e continua a guardare nel piatto.
- E’ logico, l’ho detto. Lo sapevamo da sempre che doveva accadere. E poi cominciavo a stufarmi di fare tutto di nascosto. – Mastica un altro boccone. – All’inizio in ufficio era divertente, ma adesso comincia a darmi fastidio il fatto che nessuno capisca che noi stiamo insieme.
- La gente è cattiva - provo a spiegare. – Sai cosa direbbero.
- Senz’altro – sorride. – Ma anche noi non scherziamo. E salire quindici piani di scale per non fermare l’ascensore al tuo piano, dove potrebbe sentirlo il vicino, è un’altra cosa che non mi va più bene.
- Quel frocio è sempre attento a controllare che sale e chi scende. E’ amico dei miei genitori e non vorrei che gli raccontasse che ti ha visto entrare da me.
Annuisce con più convinzione e stavolta mi guarda.
- E’ quello che stavo dicendo. Comincia a darmi fastidio il fatto che nessuno deve sapere. E’ meglio farla finita adesso, piuttosto che le cose peggiorino. Se io avessi un amico in questa situazione, gli direi sicuramente di lasciare stare. Parliamoci chiaro: ti devi sposare.
Mi fai la morale, stronzo? Mi devo sposare sì, e lo sapevi bene.
Annuisco più volte e assumo un’aria dispiaciuta.
- Stasera però rimani? – chiedo, e lui irritato risponde: - Non mi sembra il caso.
Annuisco di nuovo e mi alzo.
- Sono stata cattiva – dico, sedendomi sulle sue ginocchia. Lui si innervosisce e prova a dire:
- Luisa, per favore…
- Chiamami Sara. Ti piace che dico di chiamarmi Sara, quando telefono a casa tua.
Non ribatte nulla e comincio a usare la mia voce da ragazzina.
- Pronto? Sono Sara. Potrei parlare con Alessio, per favore?
- Piantala – dice.
- Sara va bene, per chi divide casa col bravo Alessio. Va molto meglio di Luisa.
- Dai, piantala – insiste lui.
- Oh, scusa tanto... Sono davvero, davvero cattiva. - Mi alzo un po’ e carico ancora di più la voce. – Meriterei di essere sculacciata sul serio – e sollevo la mia gonna sul di dietro. – Qui, sul sederino tenero tenero.
Alessio prova ad allungare una mano e io gliela scanso.
- Signor Pellini! Il mio culetto è destinato a un altro uomo! Mi devo sposare, non ricorda? Non aveva detto che è meglio farla finita adesso?
Comincia a piagnucolare, pieno di desiderio.
- Fatti toccare – infatti dice.
Spalanco gli occhi, sbalordita.
- Toccare? Toccare che cosa? – Mi tiro un poco più su la gonna.
- Fatti toccare, per piacere – ormai mi implora.
Mi giro e lo lascio fare, senza che possa vedere il mio sorriso.
E’ in mio potere.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "La Lussuria", collana LAB)

sabato 14 marzo 2009

Dolcetto o scherzetto


“Drin!”, suonò il campanello, e dopo una decina di secondi la porta dell'interno 4, terzo piano scala A, si aprì di tre quarti.
«Sì?», chiese il signor Paoletti, sui settant'anni, magro, e la ragazzina sul pianerottolo, ancora più magra del signor Paoletti e dalla carnagione molto chiara, disse con voce triste: «Dolcetto o scherzetto.»
Il signor Paoletti aggrottò la fronte. «Cosa? Che cosa hai detto?»
«Dolcetto o scherzetto», ripeté la ragazzina.
«Che dolcetto? Non ho capito.»
La ragazzina, vestita di rosso, con un cappuccio d'altri tempi, tese le braccia in avanti, per far vedere il sacco che aveva con sé.
«Non ti capisco, ragazzina», disse il signor Paoletti, e per cercare aiuto chiamò sua moglie: «Pina!»
La ragazzina restò in attesa, senza cambiare espressione. Anche il signor Paoletti rimase con i suoi dubbi, finché non arrivò la moglie.
«Che c'è, Tonino?»
«Non lo so. C'è una ragazzina vestita in modo strano che vuole qualcosa, ma non ho capito che.»
La signora Pina guardò la ragazzina sorridendo. «Ciao. Che cosa vuoi, carina?»
La ragazzina ripeté: «Dolcetto o scherzetto» e mostrò il suo sacco anche alla signora Pina.
«Ah, ho capito. Dolcetto o scherzetto. Entra, carina. Adesso vediamo di trovare qualcosa.»
La ragazzina entrò nell'ingresso e il signor Paoletti chiese a sua moglie: «Cos'è questa cosa di dolcetto e scherzetto?»
«Dolcetto “o” scherzetto. E' un'usanza di quando si festeggia Halloween.»
Il signor Paoletti aggrottò di nuovo la fronte. «Allo che?»
La signora Pina sorrise. «Halloween. E' la vigilia di Ognissanti. La vigilia del 1° novembre, cioè domani. I ragazzini la festeggiano mettendosi un costume, come a carnevale. Lei per esempio si è vestita da Cappuccetto Rosso.» E sorrise anche alla bambina. «E' un costume molto carino.»
«E' da quando si usa questa cosa?», chiese il signor Paoletti.
«Da un sacco di tempo. E' un'usanza che viene dagli americani.»
Il signor Paoletti guardò la ragazzina straniera con espressione critica. «Non siamo in America, qui», disse, e si allontanò.
La signora Pina indicò alla ragazzina il divano che si si trovava in salotto. «Siedi, carina. Come ti chiami?»
La ragazzina si mise seduta dicendo: «Candya.» Passati alcuni secondi aggiunse: «Calyme.»
«Ah, Calyme. I nuovi inquilini del settimo piano. Mi sembra che hai dei fratellini.»
La ragazzina annuì. «Sì. Quattro fratelli.» Di nuovo passarono alcuni secondi. «Due maschi e due femmine.»
«Accipicchia, siete cinque fratelli! Allora bisognerà trovare parecchi dolci. Intanto prendi questi.» La signora Pina diede alla ragazzina una vaschetta di porcellana con dentro dei cioccolatini, che erano già nel salotto per ogni eventuale visitatore.
La ragazzina prese un cioccolatino con la carta stagnola rossa, lo scartò e lo mise in bocca con espressione seria. Iniziò a masticarlo lentamente, tenendo gli occhi chiusi, e nonostante che la mimica del suo viso non subisse variazioni, la carnagione troppo chiara prese subito colore, scurendosi gradevolmente per il piacere.
La signora Pina, accorgendosi dell'effetto benefico del cioccolatino, si alzò dicendo: «Adesso vado in cucina, a rimediare altri dolci anche per i tuoi fratellini.»
La ragazzina rimase da sola nel salotto, e si guardò intorno con attenzione.
Finita l'esplorazione si concentrò di nuovo sulla vaschetta di porcellana. Scartò un altro cioccolatino e se lo mise in bocca, chiudendo gli occhi nuovamente.
La pelle del suo viso si scurì, com'era già successo col primo cioccolatino, e sempre con gli occhi chiusi mormorò piano: «Moaaao.»
Passarono sei secondi.
Un altro miagoliò rispose a quello della ragazzina.
Candya riaprì i suoi occhi e guardò il gatto della signora Pina, il quale ricambiò lo sguardo da pari a pari. Si trattava di un Ragdol color cioccolato, dal pelo morbido e setoso, pesante più di dieci chili.
La ragazzina ripeté: «Moaaao», e il grosso gatto l'ascoltò con attenzione.
Passarono ancora due minuti.
La signora Pina tornò con tavolette di cioccolata e tante caramelle.
«Ecco qui, carina. Penso che così faremo contenti anche i tuoi fratelli.»
«Grazie, signora», disse la ragazzina, con voce educata e un sorriso incerto, aprendo il suo sacco per metterci dentro tutti i dolcetti.
«Di niente, cara. E mi raccomando, salutami la mamma.»
«Sì, signora. Grazie ancora.»
La signora Pina accompagnò la ragazzina fino all'uscio, e prima di richiudere disse ancora: «Ciao, carina. Ciao.»
La ragazzina sorrise timidamente e dalle scale rispose: «Ciao.»
Teneva il sacco stringendolo forte con ambedue le mani, poiché pesava alquanto di più di quando era scesa.
Dentro l'appartamento all'interno 4, la signora Pina, di buonumore, cercò il suo gatto per dare anche a lui un bocconcino prelibato.
«Sultano!», chiamò, ma quel briccone non si fece vedere perché chissà dove si era nascosto.
Nell'appartamento all'interno 13, invece, Candya stava già lavorando.
Con le grosse forbici da cucina cominciò a tagliare la pelliccia setosa del gatto, e sentì la propria bocca riempirsi di saliva gustosa e la pelle del corpo formicolare, mentre tagliava.
Cioccolatini e caramelle erano molto gradevoli e le davano eccitazione, com'era per tutto il cibo, ma ciò che le piaceva di più era il sapore di carne alla brace, con un sughino di sangue.
Sorrise e avvampò di contentezza, a questo pensiero. Sì, non c'era nient'altro di più gustoso.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "La Gola", collana LAB)

Mi ami?


«Mi ami?», chiese Ludovica.
«Sì», rispose Anton Giulio.
«Mi ami veramente?», chiese Ludovica.
«Sì», rispose Anton Giulio.
«E quanto è grande il tuo amore?», chiese Ludovica.
«Non conosce limiti», rispose Anton Giulio.
«E faresti qualsiasi cosa, per me? », chiese Ludovica.
«Qualsiasi cosa», rispose Anton Giulio.
«Allora ruberesti, se te lo chiedessi», disse Ludovica.
«Anche a mia madre», disse Anton Giulio.
«E uccideresti, anche?», chiese Ludovica.
«La mia intera famiglia e i miei migliori amici», rispose Anton Giulio.
«Quindi faresti tutto, per me», disse Ludovica.
«Qualsiasi cosa», disse Anton Giulio.
«Allora odiami, perché mi sono innamorata di un altro», si sfogò Ludovica, con evidenti segni di liberazione.
Due giorni prima, una manciata di ore passate, Ludovica aveva detto ad Anton Giulio di amarlo moltissimo. Per l’esattezza aggiungendo: «Non ho mai conosciuto, prima, un uomo dolce come te.»
Anton Giulio guardò Ludovica, pensandoci su.
«E non fissarmi con quell'aria da vittima», si spazientì Ludovica. «Mi sono innamorata di un altro e non è colpa di nessuno.»
Allora Anton Giulio le diede un pugno in viso, facendola svenire.

Anton Giulio prese la borsa con dentro le chiavi della Volkswagen, che aveva comprato a Ludovica il giorno del loro anniversario, e sbatté la vettura - che era di un bel rosso metallizzato - di punta, di fianco e di coda contro il muretto della villetta al mare in cui si trovavano.
Pensando alla villetta, che un suo amico agente immobiliare aveva rimediato per Ludovica ad un vero prezzo d’affare, rientrò dentro la casa, aprì tutti i rubinetti del bagno e della cucina, tappò gli scarichi dei lavandini, e con dei rossetti che trovò in un armadietto disegnò diciassette piselli stilizzati ma ben identificabili sulle pareti candide della camera da letto.
Tornando a casa con la propria Opel station wagon, telefonò alla migliore amica di Ludovica per un appuntamento. In poco tempo ci si mise insieme.
A lei raccontò con calma e con dovizia di particolari i gusti sessuali dell'ex fidanzata, i segreti più intimi, le invidie e le paure più nascoste.

Ora Anton Giulio vive con Melissa da due anni a Palombara Sabina - la parte nuova della ridente cittadina – dove trascorre una vita serena e regolare.
Si innervosisce soltanto quando la moglie a volte gli chiede quanto l’ama.
Allora può capitare che si sieda in silenzio per terra, sulle piastrelle del parquet di pregio, abbracciandosi le gambe e dondolandosi per una mezz'ora.
A parte questo, Anton Giulio è felice.
A parte questo, anche Melissa è felice.
Di Ludovica invece non si sa più nulla.


(racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta "Il Desiderio", collana LAB)

sabato 24 gennaio 2009

Peter Buckley: il re dei perdenti

Omaggio al pugile Peter Buckley, il re dei perdenti.

"SE NE VA il re dei perdenti, quello della carriera all'incontrario, quello che il gong l'ha sentito sempre dal tappeto. Il più grande professionista della sconfitta: 256 match persi su 299. Una disgrazia più che una statistica. Peter Buckley, pugile inglese di Birmingham, a 39 anni striscia fuori dal ring. Ha combattuto più di ogni altro al mondo. E non ne può più di occhi neri e di stringere i denti fino all'ultima ripresa. Anche se negli ultimi cinque anni ha rimediato 88 sconfitte consecutive Buckley, che ha attraversato cinque categorie e quattro generazioni di pugili, sul ring non si è risparmiato e ha sempre resistito fino all'ultima ripresa. Un eroe dell'insuccesso, uno che ha incontrato 18 futuri campioni del mondo e si è fatto stampare la faccia da tutti."

Il resto dell'articolo:

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/persone/peter-buckley/peter-buckley/peter-buckley.html

mercoledì 7 gennaio 2009

Darwin Awards 2008

Sono stati ufficializzati i vincitori del Darwin Awards 2008, il web che premia le morti più stupide di ogni anno oppure gli incidenti che comunque liberano il patrimonio genetico umano dagli esemplari più stupidi.

Articolo e video pubblicato dal quotidiano La Repubblica:
http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecn ologia/darwin-awards/darwin-awards/darwin-awa rds.html

Link al sito Darwin Awards:
http://www.darwinawards.com/

venerdì 2 gennaio 2009

La sindrome di Alice nel paese delle meraviglie

Dalla sindrome della mano aliena a quella dell'accento straniero
La «sindrome di Alice nel paese delle meraviglie» e altre malattie incredibili
Il «caso di Benjamin Button» è solo fantasia, ma altre patologie stranissime non lo sono affatto.
Francis Scott Fitzgerald nel 1922 inventò il personaggio di Benjamin Button: l'uomo aveva una malattia che alla nascita gli diede l'aspetto di un ottantenne, ma col passare del tempo il protagonista ringiovaniva anziché invecchiare. Fantasie di un grande romanziere? In questo caso sì, ma stando a quanto riportato dal Wall Street Journal esistono malattie che potrebbero tranquillamente essere parte di una storia inventata. Eppure trovano singolari riscontri nella realtà. Eccone alcune:
* SINDROME DI ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE;
* SINDROME DELL'ACCENTO STRANIERO;
* DISORDINE «ESPLOSIVO» INTERMITTENTE;
* SINDROME DELLA MANO ALIENA;
* DELIRIO DI CAPGRAS;
* DISFONIA SPASMODICA;
* SINDROME DI PARIGI.

Per i dettagli, vedi articolo del Corriere della Sera:
http://www.corriere.it/salute/08_dicembre_30/sindrome_alice_paese_meraviglie_5025b262-d688-11dd-894c-00144f02aabc.shtml

Il 99 stellato (racconto di A.B.)

Non ho mai potuto sopportare di viaggiare sui mezzi pubblici di Nuova Roma. E a ragione.
Stamane mi tocca di montare sul 99 stellato, e sul vapobus vi sono già due casalinghe, un pensionato e un moccioso. Poi salgono uno studente trasandato, un altro vecchietto claudicante e un omone dalla pancia straripante, con la camicia abbondantemente aperta che scopre la canottiera.
L’omone appena entra comincia a lamentarsi del caldo infernale e a sventolarsi energicamente con le pagine di un quotidiano. Raggiunge un sedile dopo il mio e vi si abbandona pesantemente. Dà una buona occhiata a tutti i passeggeri (io sono impassibile) e si rivolge a voce alta al conducente, chiedendogli quand’è che si sarebbe partiti.
Naturalmente l’autista l’ignora e l’uomo rivolge la sua attenzione al moccioso appollaiato su un sedile a lui vicino, chiedendogli come si chiama e quanti anni ha. Il moccioso risponde biascicando un nome da moccioso e l’omone si stupisce. “Ma che bel nome”, dice, e “Eh, ma sei proprio grande” e altre amenità del genere, finché il moccioso non attacca un incomprensibile discorso, intervallato da “eh, eh, eh” e pigolii.
L’omone si diverte un bel po’ ad ascoltare quegli insopportabili sproloqui, poi si ricorda che il tempo passa, e ricomincia a lamentarsi del caldo e del fatto che il vapobus non parte ancora. Il conducente volta un’altra pagina del suo giornale sportivo e fa notare che vi sono orari di marcia da rispettare.
L’omone dice “Sì, sì, la voglia di lavorare” e ci sghignazza sopra. Fa l’occhiolino alla madre del moccioso e dice che gli piacerebbe tornare a casa prima di notte. “Non ci vorrei fare la muffa, qui sopra”, aggiunge, e “Mi piacerebbe essere a casa mia, quando dovrò morire.”
Il tutto fra le risatine di qualche passeggero che incrocia il suo sguardo (io sono impassibile) e il canto giocoso e infernale del moccioso che ormai si è scatenato.
Finalmente l’autista mette in moto la vettura, chiude i battenti delle porte in faccia a uno sconosciuto ansimante, e il 99 stellato dà inizio alla corsa.
Il tempo di completare il giro della piazza, pericolosamente inclinati verso la nostra sinistra, e immediatamente l’omone si alza dal suo posto e suona il campanello di fermata. A occhio e croce neanche trenta metri di distanza, rispetto al capolinea di partenza. L’omone scende lentamente, maestoso e soddisfatto, mentre l’autista bestemmia sommessamente e si intuisce che la madre del moccioso vorrebbe applaudire eccitata.
La corsa riprende e a una delle fermate successive sale una mezza dozzina di uomini della milizia. Sono in tenuta d’azione, con tute mimetiche, enormi scarponi, gli zaini e le manette che pendono dagli elmetti coperti di codi. Si sistemano ordinatamente, in piedi, vicino alla porta d’uscita, mentre uno di loro (probabilmente il capo) prima paga i biglietti, poi li raggiunge. Sembra istruirli con brevi parole, dà loro qualche pacca cameratesca, quindi li avverte di tenersi pronti e schiaccia il pulsante di fermata.
Il vapobus si arresta e le sue porte si spalancano: uno alla volta i soldati saltano, gridando ognuno il proprio nome ad alta voce. Il capo li osserva con espressione soddisfatta, dà un’ultima controllata al suo paracadute, infine salta urlando più forte di tutti, e il 99 stellato può ripartire.
Di fronte a me un giovanotto dalle trecce color indaco, appena salito, mi lancia un’occhiata di odio spontaneo e torna ad ascoltare il bollettino d’inquinamento allucinogeno sul suo comunicatore multifunzionale da polso. Il bastardo tecnologico ha un guinzaglio intorno al polso sinistro e un mini cucciolo viola, griffato, che spunta da un tascone della sua casacca termoadattiva, griffata.
Il canegatto tira fuori una lingua minuscola e mi guarda uggiolando. Apre la bocca e ne esce fuori una lingua minuscola. La lingua scivola in direzione del mio piede sinistro, come una stella filante, e come arriva a tiro la schiaccio con la punta della scarpa.
Il canegatto uggiola con un’ottava più alta ed il padrone controlla. Il suo sguardo analizza il perimetro circostante e per tre secondi si sofferma su tre soggetti. I sospetti del bastardo tecnologico si concentrano sul vecchietto con il bastone alla mia destra (io sono impassibile), quindi comincia una guerra di intimidazioni e di minacce velate.
Povero vecchio, penso, in un angolo remoto dei miei ricordi. Però mi sbaglio. Il vecchio ha un tatuaggio yakuza sul polso destro e dalla punta del suo bastone esce la punta di una lama.
Non voglio essere coinvolto e mi alzo per scendere alla prossima fermata. Tra l’altro il moccioso sbraita un’unica, ossessionante strofa di canzonetta da molto tempo (la mia palpebra sinistra trema in modo irritante).
Intuisco movimenti veloci e superfici corporee che si recidono, alle mie spalle. Veloce, apro la mia valigetta ventiquattrore mentre cammino, tiro fuori la ciambella informe e la gonfio soffiando con impazienza. Suono il pulsante di fermata, intanto.
Non appena la ciambella è sufficientemente pronta, la passo sopra la testa e la tengo ferma sui fianchi. La fermata che viene è su un tratto allagato, per sedare la folla. Le porte si spalancano ed il moccioso continua a cantare a squarciagola.
99 stellato di merda. Preferisco farmi il resto del tragitto a mollo, piuttosto che restare ancora in questa gabbia di matti.
“Tasso di inquinamento 75/100”, segnala una boa allucinogena, mentre sto saltando.
Spero soltanto che l’acqua non sia troppo fredda.