sabato 8 maggio 2010

In nomine rock


Osvaldo Di Persio impazzì il 3 febbraio 2010, a partire dalle dieci e dieci minuti di sera, quando ascoltò alla radio il brano “Male di miele” degli After Hours.
Impazzì a partire dalle dieci e dieci perchè non è che sbroccò di colpo, tipo: “Ah. Ho sentito la musica degli After Hours e sono diventato matto”, ma perchè da quel momento cominciò a non essere più normale.
Il fatto è che pensò: “Come è possibile? Questi qui cantano musica rock in italiano. E suonano duro come i Led Zeppelin e i Deep Purple. Neanche il Banco del Mutuo Soccorso e la Premiata Forneria Marconi suonavano così. E sono passati decenni, da quegli anni.”
Sono passati decenni. Provò il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, di fronte a questa banalità.
C'era una volta in cui sapeva tutto, dei Led Zeppelin. Il loro primo album, per esempio, intitolato semplicemente “Led Zeppelin”, uscì nel 1969. Ossia più di quattro decenni fa. Il fuoco che nella mitica copertina bruciava un mastodontico dirigibile, incendiò immediatamente anche gran parte della sua anima. Al punto che con l'uscita del secondo album, a fine '69, prese vita anche il suo secondo nome, il nome più vero, col quale Osvaldo venne chiamato per tutti gli anni settanta e ottanta, da tutti gli amici.
Ora come ora, invece, il signor Di Persio era tagliato fuori dalla musica rock. Non sapeva niente di niente dei gruppi rock italiani attuali. Non conosceva gli After Hours, i Subsonica, i Verdena, i Bud Spencer Blues Explosion e compagnia bella. Da quando era Amministratore Unico di un'insulsa piccola società di servizi, ascoltava soltanto la radio installata nella sua claustrofobica BMW serie 1, perennemente sintonizzata su reti commerciali, per cui era assolutamente all'oscuro di quanto avveniva nel mondo musicale più alternativo.
Lui apparteneva all'era dei Led Zeppelin e dei Deep Purple; si ricordava dei Metallica e degli AC/DC. Lui - così, di colpo - per colpa di quei poppanti degli After Hours, risprofondò nella tempesta ormonica della musica assassina che ascoltava quando a sua volta era un poppante, di un metro e ottanta di altezza e 105 chili di peso.

(... continua)

Racconto pubblicato nella raccolta "Scantinati per meduse e fiori di cristallo", dedicata alla follia, di Giulio Perrone Editore, www.perronelab.it.

Facezie - 03

L’amore è un sentimento bellissimo che ogni uomo dovrebbe avere il sacrosanto diritto di provare.
Per questo le escort della nostra ditta fanno sconti per comitive.

Non si fa così


Lorenzo entrò nel bar col passo un po’ svogliato di chi vuol far vedere di essere stanco, magari per via di un fantomatico lavoro, e prese uno dei giornali gratuiti che si trovavano su un tavolino.
«Ohi, mister Lorenzo. Ben svegliato», disse l’uomo che era alla cassa degli scontrini. Lorenzo, che stava i titoli in prima pagina, non rispose.
«Va tutto bene, mister?», insistette l’uomo. «Come vanno le cose?»
Lorenzo amava le pause. Avvicinandosi al bancone delle consumazioni, si limitò a dire: «Una favola», senza girarsi.
«Ho capito. E’ una di quelle giornate no», concluse l’uomo alla cassa, ammiccando a un altro uomo.
L'altro uomo stava pulendo il lungo bancone di finto marmo con un panno avana di finta renna. Guardò Lorenzo con l’aria paziente di chi è abituato a gente di ogni tipo e quando arrivò al bancone gli chiese: «Ci vogliamo tirare su con un caffè bello forte?»
Lorenzo fece una smorfia. «No, meglio un cappuccino.» Pausa. «Con un cornetto caldo.» Pausa. «Come ce li hai?»
L’uomo del bancone si spostò verso la zona dolciumi. «Di tutti i tipi. Semplici, con la cioccolata, la crema oppure la marmellata.»
Lorenzo assunse un’aria sospettosa. «Marmellata di che?»
L’uomo voltò uno dei cornetti per dargli un’occhiata più professionale. «Penso di ciliegia. Oppure di fragola, può darsi.»
L'aria sospettosa di Lorenzo non scomparve. «Dammelo con la crema. Preferisco», concluse, e degnò di un'occhiata scettica la parte destra del locale.
Da quella parte c’erano i tavolini per sedersi: seduti a consumare, in quel momento, soltanto tre persone. Amici di Lorenzo, perché gli fecero cenno di avvicinarsi.
«Adesso vengo», assicurò Lorenzo, muovendo senza fretta un braccio in segno di conferma. Intanto però prese il cornetto che gli porgeva l’uomo del banco e gli diede un morso di controllo, a cui seguì una nuova pausa.
Le pause erano importanti, perché Lorenzo era un tipo riflessivo. Quegli intervalli di valutazione tra un morso e l'altro, gli servivano per percepire il mondo e per prendere coscienza di se stesso. O forse del cornetto. Insomma, dell'interazione tra se stesso e il cibo che mangiava. Per cui con grande calma filosofica diede un secondo morso al suo cornetto, quindi indicò all'uomo del bancone il tavolo degli amici e disse: «Mi porti il cappuccino lì, per favore, e anche un altro cornetto come questo.»
Quando Lorenzo fu finalmente seduto davanti a lui, con l'ultimo pezzo del primo cornetto in mano, l'amico più basso commentò: «Ce l’hai fatta, a venire.»
Pausa.
«Pensavo che eri finito sotto a una macchina», osservò invece l'amico di mezzo, facendo sorridere gli altri. Lorenzo però finì di mangiare il cornetto senza scomporsi.
«Oh: c'è chi c'è morto, ad aspettare una risposta», sbottò di nuovo l'amico più basso.
Lorenzo scacciò l’aria con una mano. «Lasciatemi stare, che stamattina è stata una levataccia», disse.
L'amico più alto si stupì. ««Te? Una levataccia? E’ quasi mezzogiorno: che levataccia hai fatto? Per fare una levataccia, allora stai parlando di sette ore fa.»
«Ma che sette ore fa! E’ alle dieci di stamattina, che mi sono venuti a rompere i coglioni», scattò Lorenzo, con un'energia inaspettata.
I suoi tre amici, presi alla sprovvista, si presero cinque secondi di silenzio e di riflessione.
«Le dieci di mattina non fanno parte della categoria delle levatacce», osservò con un pizzico di perfidia l'amico più basso.
«Per te che vai a dormire prima di mia nonna», lo fulminò Lorenzo, ancora più irritato, dopodiché osservò il cameriere che gli portava il secondo cornetto col cappuccino, e rifletté ad alta voce: «Che cazzo campi a fare, vorrei sapere.»
L’amico di mezzo e quello più alto si misero a ridere, per via della parolaccia, e il cameriere posò un vassoio davanti a Lorenzo.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore nella raccolta "Al bar".

martedì 8 dicembre 2009

Facezie - 02

Viviamo in uno strano universo. Ogni giorno che passa, la vita si assottiglia. Però si allargano i fianchi.

domenica 15 novembre 2009

Battute


Maledetto Cristian Pavesi.

Undicesima serata, Terza Scena.
Il pubblico ride, parte la musica e il sipario viene richiuso. Il tavolo viene girato e le sedie vengono spostate. Io mi siedo dietro quella che diventa la scrivania del Professor Holiday e mi sistemo gli occhiali sul naso e la pipa spenta in bocca. Un telefono viene poggiato sulla scrivania, apro il quaderno di lavoro del professore e cerco di rilassarmi.
Parte la musica e il sipario si apre di nuovo.
La scena è divisa in due parti: a sinistra il pubblico vede una parte della sala d’ingresso, a destra lo studio del professor Holiday. Le due parti sono separate da una finta porta di scena. Fuori dello studio ci sono il signor Pepperside e la capo infermiera Mary; dentro lo studio c’è il Professor Holiday, ossia io.
Pepperside: Ho sentito dire che il professore è molto bravo, vero?
Mary: (Annuendo.) Il professor Holiday è uno psichiatra di fama mondiale.
Pepperside: Mondiale?
Mary: Certamente. Basti vedere come ha curato Jimmy.
Pepperside: (Perplesso.) Jimmy? Jimmy l’infermiere factotum?
Mary: Certo. Il professore ha fatto miracoli, con lui. (Gli si avvicina di più e lo fissa negli occhi.) Sa, era pazzo furioso!
Pepperside: (Visibilmente preoccupato.) Ah...
Qualcuno tra il pubblico ride.
Mary bussa alla porta dello studio.
Holiday: Sì?
Mary: Sono Mary, professore. Con il signor Pepperside, il nuovo paziente.
Holiday: Ah, sì, certamente. Entrate pure.
Il signor Pepperside e Mary entrano nello studio del professor Holiday.
Pepperside: Buonasera, professore.
Holiday: Buonasera a lei, signor Pepperside, si metta pure a sedere.
Il signor Pepperside, ossia quel bastardo di Pavesi, si siede. La cameriera esce con discrezione, lasciandoci soli.
Lui: Ecco, professore… Ho deciso di rivolgermi a una clinica specializzata come la vostra, perché per me questo è veramente un brutto periodo.
Io: (Annuisco in modo professionale.) Hu hu.
Lui: Io non dormo più… non mangio più… non esco più di casa…
Io: (Continuo ad annuire, attento.) Hu hu.
Lui: Non guardo nemmeno la pay-tv!
Ancora risate, che bruciano la battuta che devo dire.
Io: Ah, perbacco! Con quello che costa! (Nessuna reazione del pubblico, infatti.) E ha qualche idea sul perché di questi suoi disturbi?
Lui: No, professore. Non me lo so spiegare.
Io: Hu hu… Lei non ricorda qualche avvenimento recente, che possa averla turbata?
Lui: No, professore. Non mi pare.
Io: Hu hu… E cosa può dirmi, sulla sua vita sentimentale?
Lui: Oh… Effettivamente, c’è stato un piccolo cambiamento, ultimamente.
Io: Dica. La ascolto.
Lui: Beh, la mia fidanzata mi ha lasciato, dopo otto anni di fidanzamento.
Io: Hu hu.
Lui: Proprio il giorno prima delle nozze.
Io: Hu hu.
Lui: Per fuggire insieme al mio migliore amico.
Io: Hu hu. Capisco. E lei come ha reagito a questo episodio?
Lui: Oddio... Devo dire non troppo bene... (Pausa ad effetto.) Tutta quella quantità di bei regali da rimandare indietro!
Il pubblico ride di nuovo
Io: Sì, capisco benissimo. Ma lei deve rendersi conto, mio caro giovanotto, che queste cose solo all’ordine del giorno, oramai. Quel che è successo, può darle invece modo di avvicinarsi di più alla sua famiglia. (Mi preparo a prendere appunti.) Com’è il suo rapporto con suo padre?
Lui: E’ sempre stato il mio migliore amico.
Io: (Lo indico col dito, in segno di approvazione.) Ecco, vede? Questo è molto positivo: suo padre ora le sarà ancora più vicino.
Lui: (Molto scettico.) Non credo. E’ stato lui a scappare con la mia fidanzata.
Il pubblico ride con convinzione.
Io: (Assumo un atteggiamento molto pensieroso, per essere più caricaturale.) Uhm, già, capisco. Comportamento tipico. Sua madre, invece?
Lui: Oh, anche per lei è stato un momento duro. Se non ci fosse stato padre Rudolfo, a sostenerla, penso che sarebbe crollata.
Io: (Mi fingo sorpreso.) Padre Rudolfo?
Lui: Il nostro nuovo parroco. Un giovane missionario appena arrivato da Puerto Alegre. Avrebbe dovuto celebrare lui il mio matrimonio.
Io: Uh uh, capisco. Un nuovo parroco con fresche energie per portare conforto. Vi è stato vicino?
Lui: A me non molto. E’ partito insieme a madre per le lontane isole del Peloponneso. Vivono insieme, ora, e pare che siano molto felici.
Il pubblico ride di cuore.
Stramaledetto.
Io: (Continuo ad essere pensieroso, cercando di soffocare la mia irritazione.) Già, già, capisco. Comportamento tipico. (Fingo di scrivere sul mio quaderno di lavoro, rifletto con attenzione, quindi mi rivolgo con risolutezza al signor Pepperside; da questo momento devo preparare il terreno per la mia battuta.) Mia caro signor Pepperside, è ora che lei affronti la realtà.
Lui: (Sulla difensiva.) La realtà, professore?
Io: (Dopo una pausa molto studiata.) Lei ha del risentimento nei confronti della sua fidanzata. (Cerco di captare l’umore del pubblico.)
Lui: (Perplesso.) Del risentimento, professore?
Io: (Sospiro, cercando di dare al sospiro il peso esagerato di una vita di studi.) Eh, la mente è una cantina misteriosa… Quando il suo matrimonio - puf! - è svanito; quando suo padre - puf! - è svanito; quando sua madre e perfino la sua guida spirituale - puf! puf!, sono spariti - la sua mente può avere associato il fatto di essere rimasto completamente solo alla sua fidanzata, per un complesso incastro di ragionamento, coincidenze e inconscio, reagendo con un inaspettato esaurimento nervoso.
Mi sembra di captare una risatina, ma l’atmosfera è moscia. Maledizione!
Lui: (Sorpreso.) In effetti, ora che mi ci fa riflettere, mi rendo conto di avercela un po’, con la mia ex fidanzata... Ma lei come ha fatto a capirlo in così breve tempo?
Io: (Minimizzo con evidente modestia.) Oh, segreti del mestiere. Me ne sono reso conto da come ha reagito quando ho detto il nome della sua fidanzata.
Lui: (Perplesso.) Ma lei non l’ha detto.
Io: (Assumo una aria di sicurezza.) Comportamento tipico. Lo vede? Lei nega la causa evidente del suo disagio.
Lui: (Ancora più perplesso.) Professore, scusi, ma lei non l’ha detto… perché nemmeno io le ho detto il nome della mia fidanzata.
Qualcuno già ridacchia. E’ merito mio o è merito di Pavesi?
Io: Uh uh, capisco perfettamente. Come lei vede, l’intensità del trauma è talmente forte, che lei continua a rifiutare di pronunciare il suo nome.
Lui: (Con un'espressione di sorpresa davvero esagerata.) Oooh! Non ne ero consapevole, professore.
E giù risate a non finire. Bastardo d’un guitto.
Io: (In tono comprensivo.) Povero ragazzo, la capisco. Ci vuole tempo, in queste cose. Ci vuole tempo… ma si può guarire!
Tiro una corda che aziona una campanella. Entra nel mio studio la capo infermiera Mary.
Mary: Ha chiamato, professore?
Io: Sì. Accompagni per favore il signor Pepperside nel suo alloggio. E’ stata una giornata lunga e faticosa. (Fingo di aspirare tabacco dalla mia pipa.) Adesso è bene che vada a prepararsi per la cena e riposi un po'.
Buio. Il sipario si chiude e ci si prepara per la nuova scena.
- - - - -
Che palle, sono avvilito.
“Oooh! Non ne ero consapevole, professore” continua a divertire il pubblico più di ogni altra cosa al mondo, nella commedia, sebbene Cristian Pavesi sia chiaramente un coglione.
La battute in cui il pubblico dovrebbe ridere sono: “Ah, perbacco! Con quello che costa!” e “Lei ha del risentimento nei confronti della sua fidanzata”, che sono molto più sofisticate.
Per non parlare dei miei studiatissimi intercalari: “Comportamento tipico”, “Hu hu” e “Capisco”, che nelle prove funzionavano così bene.
Non è per niente giusto, maledizione.
Gemma, che fa la parte di Mary, tira su entrambi i pollici e sorride in modo irritante a Cristian, dicendo: - Perfetto! Il pubblico è tutto tuo!
Poi si accorge di me e aggiunge:
- Perfetto anche tu, Saverio. Gli hai dato le battute precise precise.
Dopodichè lascia le quinte ed entra in scena.
Precise precise? Cristian Pavesi fa le cose perfette e io precise precise. Non mi pare un granché, penso.
- Con quel vestitino da infermierina mi fa impazzire. Ha quel culetto… Sai se se la fa con qualcuno? – mi chiede Cristian.
- Non sono sicuro. Pare di no - rispondo.
Annuisce distrattamente e allunga un po’ il collo, per studiare Gemma. E’ in scena con l'infermiere factotum e ci dà le spalle.
- Ha proprio un bel culetto. Stasera le chiedo di uscire.
Stramaledetto bastardo.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrore Editore, nella raccolta dedicata a "LInvidia".

domenica 8 novembre 2009

Facezie - 01

Io amo il prossimo. Davvero davvero. E’ per l’attuale che ho seri problemi.

venerdì 9 ottobre 2009

Il pescatore generoso



- Portala a cena fuori in buon ristorante e diglielo chiaramente.
Rodolfo accentuò ancora di più l’espressione pensosa.
- Glielo devo dire chiaramente?
Giuliano accentuò ancora di più l'espressione decisa.
- Visto che non capisce o che fa finta di non capire.
Di fronte a Rodolfo si riaprì un immenso crepaccio di indecisione.
- Ma siamo amici da più di dieci anni... Lei mi considera un amico. Tutti i nostri amici sono abituati a considerarci solo amici!
Giuliano si tolse la sigaretta di bocca e sbuffò una vistosa nuvola di fumo.
- E chi se ne frega. Che razza di amicizia è, se pensi sempre a metterle le mani addosso?
Rodolfo apprezzò la schiettezza dell'amico, diretta ma non sboccata, però l'ampiezza del suo personale crepaccio non si ridusse di un centimetro, anzi.
- E perché dovrei dirglielo in un ristorante?
- In un buon ristorante - lo corresse Giuliano.
- E perchè dovrei dirglielo in un buon ristorante?
- Perchè questa Eleonora che ti piace tanto adora i viaggi e mangiare bene. Per cui non mi sembra il tipo che si accontenta di pizza e bruschetta. O no?
Rodolfo annuì, seppure controvoglia, e Giuliano tirò una pensosa tirata dalla sua sigaretta.
- Hai detto che le piace mangiare il pesce?
Rodolfo confermò: - Ne va matta.
- Allora falla godere. Portala a farsi una scorpacciata di pesce, falle scolare mezza bottiglia di vino, guardala dritta negli occhi e dille che ti fa impazzire.
- Al ristorante? - chiese Rodolfo, dubbioso.
- Sì.
- Coi tavoli vicini da cui ci possono sentire?
Giuliano sbuffò un'altra nuvola di fumo, irritato.
- Che te ne frega a te, di chi ci sta ai tavoli vicini! Tu guarda la tua Eleonora negli occhi verdi e falle capire che sei convinto, deciso. Vuoi solo lei.
Rodolfo ci pensò su.
- Insomma, ci devo provare in un ristorante.
- In un buon ristorante - ribadì Giuliano. - Se te la vuoi portare a letto, devi spendere come si deve.
Rodolfo sentì franare un'altra porzione di parete, fra sé e il maledetto crepaccio.
- - -
Rodolfo osservò la lista degli "Antipasti", elegantemente trascritta in caratteri pieni di ricciolute escrescenze, e si sentì pervadere da fastidiosi brividi di preoccupazione.
La cosa più economica riportata nella lista erano i "Carciofi alla Romana", da 8,00 euro, mentre la più costosa era un inquietantissimo "Jamon iberico (24 mesi stagionatura)", da ben 26,00 euro.
Si era psicologicamente preparato a spendere al massimo cento euro, ma già gli antipasti rischiavano di mandare a monte ogni previsione.
- Cosa ne pensi di un sauté di cozze e vongole veraci e di qualche ostrica col vino? - propose Eleonora, con un sorriso splendido e il tono di voce di chi si sta divertendo.
12 euro per il sauté e altri 3 per ogni ostrica ordinata.
- Sì, va bene. Le cozze e le vongole mi piacciono. Le ostriche, se vuoi, prendile solo tu. Per me sono troppo... forti. Si sente troppo il sapore di mare.
- Oh. Allora prendi il carpaccio di polipo. Facciamo un sautè di cozze e vongole ed una porzione di carpaccio, e ce le dividiamo metà e metà. Che te ne pare, come idea?
Carpaccio di polipo 12,00 euro.
- Sì, mi pare una buona idea - ammise Rodolfo, sorridendo a denti stretti.
- E poi, dopo gli antipasti, cosa ti attira di più? La pasta o un bel secondo? Secondo me non ce la facciamo a mangiare tutti e due - osservò Eleonora.
- Sì, hai ragione. Poi va a finire che uno si riempie troppo - confermò Rodolfo. - E non si gusta più quel che si è mangiato.
Eleonora annuì giudiziosamente.
- Io scelgo un pesce spada al salmoriglio - disse.
18,00 euro.
- E per contorno delle patate al forno, che ne vado matta - continuò.
3,50 euro, verificò Rodolfo. Però poteva andare peggio, tutto sommato.
- E tu, invece?
Rodolfo controllò la lista dei secondi, sentendosi incalzato.
- Io prendo i calamari alla griglia - disse. Il costo di 14,00 euro gli parve il più ragionevole da sopportare.
- E come contorno? - chiese Eleonora.
Maledizione, anche il contorno.
- Come contorno, dici? Eh... un po' di spinaci all'agro.
Eleonora approvò. - Buoni.
Altri 3,50 euro.
Il cameriere, alto, distinto, con un sorriso garbatamente professionale, guardò prima Eleonora e subito dopo Rodolfo, chiedendo: - I signori hanno già scelto cosa ordinare?
- Eh... sì. Abbiamo scelto - ammise Rodolfo.
- Come antipasti?
- Per me, un carpaccio di polipo, per favore.
- E la signora?
- Un sautè di cozze e vongole - disse Eleonora. - E un paio di ostriche - aggiunse a sorpresa.
Il cameriere approvò. - Molto bene. E come primi?
Le ostriche avevano preso Rodolfo un po' alla sprovvista. Altri sette euro di spesa, se ricordava bene.
Il cameriere lo guardò con aria interrogativa.
- Eh... niente primi, grazie. Preferiamo prendere direttamente i secondi - spiegò Rodolfo.
- Va bene. Come secondi?
- Io prendo i calamari alla griglia, con un contorno di spinaci all'agro.
- E la signora?
Eleonora sorrise al cameriere in modo affascinante. - Io vorrei un bel pesce spada al salmoriglio e tante patate al forno come contorno.
Anche il cameriere sorrise. - Un bel piattone di patate al forno. Molto bene.
Il cameriere finì di scrivere sorridendo, quindi rivolse il suo sguardo di nuovo verso Rodolfo.
- E cosa desiderano da bere?
Da bere, già. Chissà quanto costavano i vini del locale, si chiese Rodolfo, cercando con nervosismo la pagina dei vini.
- Potrebbe andare bene una Falanghina della Campania. Tu che ne pensi? - disse Eleonora, rivolgendosi a Rodolfo.
Campania, Campania... Rodolfo cercò nella lista dei vini, suddivisa per regione, la parte dedicata alla Campania e finalmente la trovò.
" Falanghina - vendemmia tardiva - 2006 I.G.T. - 19,00 euro
Falangina - 2007 D.O.C. - 21,00 euro
Greco di tufo - 2007 D.O.C.G. - € 25,00
Fiano di Avellino - 2007 D.O.C.G. - € 25,00 "
Se non c'era un errore di stampa e la Falanghina era cosa diversa dalla Falangina, il costo del vino era di diciannove euro. Il meno caro, tra i quattro elencati, ma Rodolfo provò lo stesso un istinto di ribellione, pensando a quanto di meno sarebbe costato al supermercato.
- Sì. Mi sembra perfetto - mentì, con un gran sorriso.
- Molto bene - approvò il cameriere, quindi con un sorriso più misurato di quello di Rodolfo si allontanò.
- "Molto bene" - ripeté Rodolfo, scuotendo il capo con piccoli scatti successivi, per fare il verso al cameriere. - Adesso porterò a lor signori una raffinatissima tanica di Falanghina antigelo del 2006.
Eleonora si mise a ridere.
- Ma solo se avete fatto il bollino blu di quest'anno, sia ben chiaro - continuò Rodolfo, sentendosi in uno stato d'animo vendicativo.
- Che matto! Lo stai facendo uguale - ammise con gli occhi luccicanti di divertimento la sua Eleonora.
Dio, quant'era bella. Sentiva il suo profumo che si spandeva fin dal lato opposto del tavolino e poteva percepire il calore e la morbidezza delle sue guance come se le avesse effettivamente poggiate al proprio viso.
- Perché mi guardi così? - chiese Eleonora, civettuola.
- Perché sei bellissima - disse Rodolfo.
Lei, pudicamente, si limitò a sorridere e ad abbassare un po' lo sguardo.
Però, diciannove euro per una bottiglia da un litro e mezzo di semplice vino bianco...

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore, nella raccolta dedicata a "L'Avarizia", collana LAB.