giovedì 16 settembre 2010

Facezie 05

Più passa il tempo e più divento distratto. Oggi ho perso anche le ultime illusioni.

sabato 26 giugno 2010

Facezie 04

Appello per Enrichetta:
Tesoro, ti prego, torna. Senza di te non sono nulla e non riesco nemmeno più a respirare. Ritorna da me, amore prezioso.
P.S.: se proprio proprio non volessi tornare, potresti mandarmi via sms o email il cellulare di tua sorella Samanta, per favore?

martedì 8 giugno 2010

La Panda e il lipizzano

«E adesso? Ci mancava solo la fila», sbottò l'uomo che guidava la Panda, rallentando bruscamente l'andatura.
Davanti a loro la strada a due corsie, che fino a quel momento avevano percorso velocemente, era ostruita da molte automobili incolonnate.
L'uomo che guidava guardò l'orologio d'acciaio. «Ma guarda se tocca trovare la fila anche all'una di notte. Che razza di città del cazzo. Non si campa davvero più.»
Accanto all'uomo che guidava c'era un altro uomo, tozzo e silenzioso. Con la mano destra stringeva la maniglia di sostegno fissata sopra il suo sportello e guardava la fila di macchine immobili senza apparente risentimento.
«Di questo passo arriveremo tra due ore. E chi lo sente poi a Pisanò», si lamentò di nuovo l'uomo che guidava.
L'altro guardò per qualche secondo a destra. «Tagliamo dentro la villa», propose, e anche l'uomo che guidava guardò verso destra per valutare la situazione.
«Sai che ti dico, Santino? Mò facciamo proprio così e chi se ne frega.»
Per far capire bene le sue intenzioni, l'uomo che guidava mise la freccia a destra e fece rombare il motore vistosamente, quindi si incuneò di forza tra la macchina che gli era a fianco e quella che la precedeva. Trovata la via d'uscita, la Panda accelerò con sorprendente potenza, facendo stridere le gomme nuove.
«Eh, che tiro che ci ha, la bestiolina, eh?», commentò l'uomo che guidava, con soddisfazione.
Continuando a stringere saldamente la sua maniglia di sostegno, l'uomo tozzo e silenzioso si limitò a sorridere.
«'Sto motore canta che è una bellezza», insistette l'uomo che guidava. Per confermare le sue parole, alla prima curva dentro la villa scalò di marcia con decisione e affondò il gas.
Intorno a loro c'erano solo piante e panchine vuote. La luce dei lampioni illuminava quanto bastava la strada asfaltata, solitamente riservata alle biciclette e alle ciclo carrozzelle per i turisti.
Non c'era più nessuno, com'era logico a quell'ora di notte; non c'era nessuno a parte due carabinieri a cavallo.
«Cazzo», disse l'uomo alla guida, cercando d'inchiodare facendo meno rumore possibile. La Panda si fermò con un paio di brevi sussulti, un po' troppo vistosi.

(da "La Panda e il lipizzano", racconto di Andrea Bellizzi, raccolta "La gente è strana")

mercoledì 2 giugno 2010

Mens Sana


A svegliare Francesco fu l'insieme di tre sgradevoli elementi: un brutto sogno in cui non trovava l'uscita per venire fuori da un edificio pieno di stanze, una lama di luce che filtrava da alcune stecche della serranda non chiusa perfettamente e la pressione del materasso, insolitamente duro contro la pancia piena.
Aveva mangiato troppo, bevuto troppo e dormito poco e male. Era dalla sera del 24 dicembre che stava rovinandosi la salute, e questa mattina, il 27 dicembre, ne sentiva addosso tutte le conseguenze.
Doveva alzarsi? Restare a letto?
In linea teorica avrebbe voluto continuare a dormire. Anzi, per essere esatti avrebbe voluto semplicemente dormire, perché la sua sensazione mentale era di non avere riposato per niente. La pancia gonfia, poi, gli dava abbastanza fastidio. Sia che poggiasse il corpo su un fianco sia che lo poggiasse sull'altro, qualcosa opprimeva il suo stomaco in maniera costante.
A che serviva non dovere andare in ufficio, se non poteva permettersi di dormire fino a tardi?
A pancia all'aria, ad ascoltare le proprie viscere che brontolavano per ciò che aveva mangiato, Francesco resistette però ancora per poco. Bastava il semplice peso della coperta di lana ad irritargli la pancia. La sentiva davvero troppo gonfia e troppo tesa. Tanto valeva uscire fuori dal letto e verificare la situazione.
Tolta la coperta che gli dava fastidio, Francesco si rese conto che nella stanza faceva freddo. Accese la luce sul comodino e andò a controllare la finestra: non solo dalla serranda mal chiusa filtravano due lame di luce, ma anche insinuanti sospiri di gelo.
Rimase indeciso se chiudere o lasciare aperto il vetro. Un po' d'aria fresca gli avrebbe fatto bene.
Alzò la serranda per fare più luce e aspirò una boccata d'ossigeno con una certa cautela.
Il sole c'era, la giornata non era malvagia: avrebbe dovuto approfittarne per fare una passeggiata.
Decise di darsi una controllata. Aprì lo sportello dell'armadio e guardò con attenzione la propria immagine, riflessa nello specchio che era appeso all'interno dello sportello sinistro.
Si vide troppo magro, senza nessun portamento atletico. In stato rilassato era ripiegato su se stesso e il ventre sporgeva. Mettendosi di profilo era anche peggio: il torace pareva inesistente, le spalle erano piegate avanti, la semisfera di un cocomero spingeva vistosamente in fuori la stoffa del suo pigiama.
Si scoprì la pancia e l'accarezzò come per rassicurarla. Non era una cosa bella a vedersi, ma non doveva avere paura.
Tirò su il pigiama fino a tenerlo fermo col mento e guardò il suo corpo senza alcuna protezione.
Gli sembrava di essere incinto. Non seppe resistere alla tentazione e comprimendo il respiro provò a gonfiare la pancia di più.
Così era incinto al settimo mese. Nonostante il risultato avvilente, non poté fare a meno di sorridere, a questo pensiero.
Accarezzò nuovamente la pancia e questa volta provò a fare il contrario: tirò dentro il fiato e raddrizzò virilmente le spalle.
Adesso era molto meglio. Ciò che vedeva si avvicinava molto di più all'immagine di se stesso che conservava nella mente e soprattutto all'aspetto fisico che aveva davvero quando andava in palestra. Palestra che aveva frequentato per anni. Dall'ultima volta saranno passati al massimo un paio d'anni: poteva recuperare.
La pancia brontolò, per tutto quel gonfiarsi e sgonfiarsi e fare antipatici paragoni. Francesco decise di andare in bagno e di cercare di espellere dal proprio corpo tutto ciò che di liquido e solido lo stava inutilmente opprimendo.
L'operazione non diede grandi risultati: sembrava tutto bloccato come per un eccesso di compressione.
Tornò nella sua stanza con l'umore più cupo di prima. Con meno indulgenza si controllò di nuovo.
In rapida successione provò amarezza, senso di colpa e di ribellione. Decise che era il momento di mettere fine a tanto disfacimento fisico e che doveva fare subito qualcosa, per far sparire o comunque ridurre sensibilmente la pancia gonfia di porcherie.
Si infilò una maglietta e una tuta sportiva e scese in cortile a mettere in moto la macchina. Aveva deciso di allenarsi come faceva un tempo, così raggiunse la scalinata alle spalle della basilica di Santissimi Pietro e Paolo, all'Eur.
I parcheggi erano vuoti e Francesco sistemò la macchina vicino alla base della scalinata. Si trattava di 96 gradini ignorati da molti, in quanto l'attenzione di tutti era rivolta alla lunga scalea monumentale che si estendeva di fronte alla facciata della basilica, di fronte e sopra a viale Europa.
Il freddo gli stava entrando nelle ossa, per cui Francesco non perse altro tempo: affrontò i gradini uno per volta, e sbuffando e sudando arrivò fino in cima.
Poiché ci arrivò sentendosi in buone condizioni di fiato e di gambe, si senti rassicurato. In fondo quei gradini una volta li saliva due per volta, con molto più impegno di cuore e di muscoli, per cui gli sembrò di poter continuare. Il tempo che spendeva per riscendere la scalinata serviva a recuperare le forze. Con braccia e gambe sciolte, poteva ricaricarsi per affrontare una nuova salita.
Anche la seconda volta arrivò fino alla cima con abbastanza fiato e pochi dolori alle gambe. Il cuore gli batteva forte, però, e la pancia continuava a dargli fastidio. Aveva la sensazione che a furia di ballare in alto e in basso, parte del cibo ancora dentro cercasse di risalire su.
Scese di nuovo e stavolta si tolse la felpa e la lasciò per terra. Stava iniziando a sudare abbastanza e tenendo addosso solo la maglietta pensava di respirare e di muoversi meglio. Con meno impicci e lacci avrebbe reso più agevole ogni salita.
Questa volta arrivò alla cima sentendosi un po' strano. Il cuore batteva molto e il sudore gli si stava freddando addosso. Aveva il respiro così accelerato che dovette riscendere con molta cautela. Sentiva che stava per sentirsi male e doveva prendere una decisione.
Si rimise la felpa, raggiunse la sua automobile e si sedette ad ascoltare i segnali mandati dal suo corpo.
I battiti acceleravano e aveva l'impressione che avrebbe potuto svenire. Si sentiva però molto lucido, per cui si convinse che aveva tempo per scegliere il posto migliore dove avere la crisi.

(... continua)

Racconto pubblicato nella raccolta di autori vari "Quando la pelle non ci separava", collana Perrone Lab (Giulio Perrone Editore).

sabato 8 maggio 2010

In nomine rock


Osvaldo Di Persio impazzì il 3 febbraio 2010, a partire dalle dieci e dieci minuti di sera, quando ascoltò alla radio il brano “Male di miele” degli After Hours.
Impazzì a partire dalle dieci e dieci perchè non è che sbroccò di colpo, tipo: “Ah. Ho sentito la musica degli After Hours e sono diventato matto”, ma perchè da quel momento cominciò a non essere più normale.
Il fatto è che pensò: “Come è possibile? Questi qui cantano musica rock in italiano. E suonano duro come i Led Zeppelin e i Deep Purple. Neanche il Banco del Mutuo Soccorso e la Premiata Forneria Marconi suonavano così. E sono passati decenni, da quegli anni.”
Sono passati decenni. Provò il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, di fronte a questa banalità.
C'era una volta in cui sapeva tutto, dei Led Zeppelin. Il loro primo album, per esempio, intitolato semplicemente “Led Zeppelin”, uscì nel 1969. Ossia più di quattro decenni fa. Il fuoco che nella mitica copertina bruciava un mastodontico dirigibile, incendiò immediatamente anche gran parte della sua anima. Al punto che con l'uscita del secondo album, a fine '69, prese vita anche il suo secondo nome, il nome più vero, col quale Osvaldo venne chiamato per tutti gli anni settanta e ottanta, da tutti gli amici.
Ora come ora, invece, il signor Di Persio era tagliato fuori dalla musica rock. Non sapeva niente di niente dei gruppi rock italiani attuali. Non conosceva gli After Hours, i Subsonica, i Verdena, i Bud Spencer Blues Explosion e compagnia bella. Da quando era Amministratore Unico di un'insulsa piccola società di servizi, ascoltava soltanto la radio installata nella sua claustrofobica BMW serie 1, perennemente sintonizzata su reti commerciali, per cui era assolutamente all'oscuro di quanto avveniva nel mondo musicale più alternativo.
Lui apparteneva all'era dei Led Zeppelin e dei Deep Purple; si ricordava dei Metallica e degli AC/DC. Lui - così, di colpo - per colpa di quei poppanti degli After Hours, risprofondò nella tempesta ormonica della musica assassina che ascoltava quando a sua volta era un poppante, di un metro e ottanta di altezza e 105 chili di peso.

(... continua)

Racconto pubblicato nella raccolta "Scantinati per meduse e fiori di cristallo", dedicata alla follia, di Giulio Perrone Editore, www.perronelab.it.

Facezie - 03

L’amore è un sentimento bellissimo che ogni uomo dovrebbe avere il sacrosanto diritto di provare.
Per questo le escort della nostra ditta fanno sconti per comitive.

Non si fa così


Lorenzo entrò nel bar col passo un po’ svogliato di chi vuol far vedere di essere stanco, magari per via di un fantomatico lavoro, e prese uno dei giornali gratuiti che si trovavano su un tavolino.
«Ohi, mister Lorenzo. Ben svegliato», disse l’uomo che era alla cassa degli scontrini. Lorenzo, che stava i titoli in prima pagina, non rispose.
«Va tutto bene, mister?», insistette l’uomo. «Come vanno le cose?»
Lorenzo amava le pause. Avvicinandosi al bancone delle consumazioni, si limitò a dire: «Una favola», senza girarsi.
«Ho capito. E’ una di quelle giornate no», concluse l’uomo alla cassa, ammiccando a un altro uomo.
L'altro uomo stava pulendo il lungo bancone di finto marmo con un panno avana di finta renna. Guardò Lorenzo con l’aria paziente di chi è abituato a gente di ogni tipo e quando arrivò al bancone gli chiese: «Ci vogliamo tirare su con un caffè bello forte?»
Lorenzo fece una smorfia. «No, meglio un cappuccino.» Pausa. «Con un cornetto caldo.» Pausa. «Come ce li hai?»
L’uomo del bancone si spostò verso la zona dolciumi. «Di tutti i tipi. Semplici, con la cioccolata, la crema oppure la marmellata.»
Lorenzo assunse un’aria sospettosa. «Marmellata di che?»
L’uomo voltò uno dei cornetti per dargli un’occhiata più professionale. «Penso di ciliegia. Oppure di fragola, può darsi.»
L'aria sospettosa di Lorenzo non scomparve. «Dammelo con la crema. Preferisco», concluse, e degnò di un'occhiata scettica la parte destra del locale.
Da quella parte c’erano i tavolini per sedersi: seduti a consumare, in quel momento, soltanto tre persone. Amici di Lorenzo, perché gli fecero cenno di avvicinarsi.
«Adesso vengo», assicurò Lorenzo, muovendo senza fretta un braccio in segno di conferma. Intanto però prese il cornetto che gli porgeva l’uomo del banco e gli diede un morso di controllo, a cui seguì una nuova pausa.
Le pause erano importanti, perché Lorenzo era un tipo riflessivo. Quegli intervalli di valutazione tra un morso e l'altro, gli servivano per percepire il mondo e per prendere coscienza di se stesso. O forse del cornetto. Insomma, dell'interazione tra se stesso e il cibo che mangiava. Per cui con grande calma filosofica diede un secondo morso al suo cornetto, quindi indicò all'uomo del bancone il tavolo degli amici e disse: «Mi porti il cappuccino lì, per favore, e anche un altro cornetto come questo.»
Quando Lorenzo fu finalmente seduto davanti a lui, con l'ultimo pezzo del primo cornetto in mano, l'amico più basso commentò: «Ce l’hai fatta, a venire.»
Pausa.
«Pensavo che eri finito sotto a una macchina», osservò invece l'amico di mezzo, facendo sorridere gli altri. Lorenzo però finì di mangiare il cornetto senza scomporsi.
«Oh: c'è chi c'è morto, ad aspettare una risposta», sbottò di nuovo l'amico più basso.
Lorenzo scacciò l’aria con una mano. «Lasciatemi stare, che stamattina è stata una levataccia», disse.
L'amico più alto si stupì. ««Te? Una levataccia? E’ quasi mezzogiorno: che levataccia hai fatto? Per fare una levataccia, allora stai parlando di sette ore fa.»
«Ma che sette ore fa! E’ alle dieci di stamattina, che mi sono venuti a rompere i coglioni», scattò Lorenzo, con un'energia inaspettata.
I suoi tre amici, presi alla sprovvista, si presero cinque secondi di silenzio e di riflessione.
«Le dieci di mattina non fanno parte della categoria delle levatacce», osservò con un pizzico di perfidia l'amico più basso.
«Per te che vai a dormire prima di mia nonna», lo fulminò Lorenzo, ancora più irritato, dopodiché osservò il cameriere che gli portava il secondo cornetto col cappuccino, e rifletté ad alta voce: «Che cazzo campi a fare, vorrei sapere.»
L’amico di mezzo e quello più alto si misero a ridere, per via della parolaccia, e il cameriere posò un vassoio davanti a Lorenzo.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore nella raccolta "Al bar".