mercoledì 2 giugno 2010

Mens Sana


A svegliare Francesco fu l'insieme di tre sgradevoli elementi: un brutto sogno in cui non trovava l'uscita per venire fuori da un edificio pieno di stanze, una lama di luce che filtrava da alcune stecche della serranda non chiusa perfettamente e la pressione del materasso, insolitamente duro contro la pancia piena.
Aveva mangiato troppo, bevuto troppo e dormito poco e male. Era dalla sera del 24 dicembre che stava rovinandosi la salute, e questa mattina, il 27 dicembre, ne sentiva addosso tutte le conseguenze.
Doveva alzarsi? Restare a letto?
In linea teorica avrebbe voluto continuare a dormire. Anzi, per essere esatti avrebbe voluto semplicemente dormire, perché la sua sensazione mentale era di non avere riposato per niente. La pancia gonfia, poi, gli dava abbastanza fastidio. Sia che poggiasse il corpo su un fianco sia che lo poggiasse sull'altro, qualcosa opprimeva il suo stomaco in maniera costante.
A che serviva non dovere andare in ufficio, se non poteva permettersi di dormire fino a tardi?
A pancia all'aria, ad ascoltare le proprie viscere che brontolavano per ciò che aveva mangiato, Francesco resistette però ancora per poco. Bastava il semplice peso della coperta di lana ad irritargli la pancia. La sentiva davvero troppo gonfia e troppo tesa. Tanto valeva uscire fuori dal letto e verificare la situazione.
Tolta la coperta che gli dava fastidio, Francesco si rese conto che nella stanza faceva freddo. Accese la luce sul comodino e andò a controllare la finestra: non solo dalla serranda mal chiusa filtravano due lame di luce, ma anche insinuanti sospiri di gelo.
Rimase indeciso se chiudere o lasciare aperto il vetro. Un po' d'aria fresca gli avrebbe fatto bene.
Alzò la serranda per fare più luce e aspirò una boccata d'ossigeno con una certa cautela.
Il sole c'era, la giornata non era malvagia: avrebbe dovuto approfittarne per fare una passeggiata.
Decise di darsi una controllata. Aprì lo sportello dell'armadio e guardò con attenzione la propria immagine, riflessa nello specchio che era appeso all'interno dello sportello sinistro.
Si vide troppo magro, senza nessun portamento atletico. In stato rilassato era ripiegato su se stesso e il ventre sporgeva. Mettendosi di profilo era anche peggio: il torace pareva inesistente, le spalle erano piegate avanti, la semisfera di un cocomero spingeva vistosamente in fuori la stoffa del suo pigiama.
Si scoprì la pancia e l'accarezzò come per rassicurarla. Non era una cosa bella a vedersi, ma non doveva avere paura.
Tirò su il pigiama fino a tenerlo fermo col mento e guardò il suo corpo senza alcuna protezione.
Gli sembrava di essere incinto. Non seppe resistere alla tentazione e comprimendo il respiro provò a gonfiare la pancia di più.
Così era incinto al settimo mese. Nonostante il risultato avvilente, non poté fare a meno di sorridere, a questo pensiero.
Accarezzò nuovamente la pancia e questa volta provò a fare il contrario: tirò dentro il fiato e raddrizzò virilmente le spalle.
Adesso era molto meglio. Ciò che vedeva si avvicinava molto di più all'immagine di se stesso che conservava nella mente e soprattutto all'aspetto fisico che aveva davvero quando andava in palestra. Palestra che aveva frequentato per anni. Dall'ultima volta saranno passati al massimo un paio d'anni: poteva recuperare.
La pancia brontolò, per tutto quel gonfiarsi e sgonfiarsi e fare antipatici paragoni. Francesco decise di andare in bagno e di cercare di espellere dal proprio corpo tutto ciò che di liquido e solido lo stava inutilmente opprimendo.
L'operazione non diede grandi risultati: sembrava tutto bloccato come per un eccesso di compressione.
Tornò nella sua stanza con l'umore più cupo di prima. Con meno indulgenza si controllò di nuovo.
In rapida successione provò amarezza, senso di colpa e di ribellione. Decise che era il momento di mettere fine a tanto disfacimento fisico e che doveva fare subito qualcosa, per far sparire o comunque ridurre sensibilmente la pancia gonfia di porcherie.
Si infilò una maglietta e una tuta sportiva e scese in cortile a mettere in moto la macchina. Aveva deciso di allenarsi come faceva un tempo, così raggiunse la scalinata alle spalle della basilica di Santissimi Pietro e Paolo, all'Eur.
I parcheggi erano vuoti e Francesco sistemò la macchina vicino alla base della scalinata. Si trattava di 96 gradini ignorati da molti, in quanto l'attenzione di tutti era rivolta alla lunga scalea monumentale che si estendeva di fronte alla facciata della basilica, di fronte e sopra a viale Europa.
Il freddo gli stava entrando nelle ossa, per cui Francesco non perse altro tempo: affrontò i gradini uno per volta, e sbuffando e sudando arrivò fino in cima.
Poiché ci arrivò sentendosi in buone condizioni di fiato e di gambe, si senti rassicurato. In fondo quei gradini una volta li saliva due per volta, con molto più impegno di cuore e di muscoli, per cui gli sembrò di poter continuare. Il tempo che spendeva per riscendere la scalinata serviva a recuperare le forze. Con braccia e gambe sciolte, poteva ricaricarsi per affrontare una nuova salita.
Anche la seconda volta arrivò fino alla cima con abbastanza fiato e pochi dolori alle gambe. Il cuore gli batteva forte, però, e la pancia continuava a dargli fastidio. Aveva la sensazione che a furia di ballare in alto e in basso, parte del cibo ancora dentro cercasse di risalire su.
Scese di nuovo e stavolta si tolse la felpa e la lasciò per terra. Stava iniziando a sudare abbastanza e tenendo addosso solo la maglietta pensava di respirare e di muoversi meglio. Con meno impicci e lacci avrebbe reso più agevole ogni salita.
Questa volta arrivò alla cima sentendosi un po' strano. Il cuore batteva molto e il sudore gli si stava freddando addosso. Aveva il respiro così accelerato che dovette riscendere con molta cautela. Sentiva che stava per sentirsi male e doveva prendere una decisione.
Si rimise la felpa, raggiunse la sua automobile e si sedette ad ascoltare i segnali mandati dal suo corpo.
I battiti acceleravano e aveva l'impressione che avrebbe potuto svenire. Si sentiva però molto lucido, per cui si convinse che aveva tempo per scegliere il posto migliore dove avere la crisi.

(... continua)

Racconto pubblicato nella raccolta di autori vari "Quando la pelle non ci separava", collana Perrone Lab (Giulio Perrone Editore).

sabato 8 maggio 2010

In nomine rock


Osvaldo Di Persio impazzì il 3 febbraio 2010, a partire dalle dieci e dieci minuti di sera, quando ascoltò alla radio il brano “Male di miele” degli After Hours.
Impazzì a partire dalle dieci e dieci perchè non è che sbroccò di colpo, tipo: “Ah. Ho sentito la musica degli After Hours e sono diventato matto”, ma perchè da quel momento cominciò a non essere più normale.
Il fatto è che pensò: “Come è possibile? Questi qui cantano musica rock in italiano. E suonano duro come i Led Zeppelin e i Deep Purple. Neanche il Banco del Mutuo Soccorso e la Premiata Forneria Marconi suonavano così. E sono passati decenni, da quegli anni.”
Sono passati decenni. Provò il bisogno di appoggiarsi a qualcosa, di fronte a questa banalità.
C'era una volta in cui sapeva tutto, dei Led Zeppelin. Il loro primo album, per esempio, intitolato semplicemente “Led Zeppelin”, uscì nel 1969. Ossia più di quattro decenni fa. Il fuoco che nella mitica copertina bruciava un mastodontico dirigibile, incendiò immediatamente anche gran parte della sua anima. Al punto che con l'uscita del secondo album, a fine '69, prese vita anche il suo secondo nome, il nome più vero, col quale Osvaldo venne chiamato per tutti gli anni settanta e ottanta, da tutti gli amici.
Ora come ora, invece, il signor Di Persio era tagliato fuori dalla musica rock. Non sapeva niente di niente dei gruppi rock italiani attuali. Non conosceva gli After Hours, i Subsonica, i Verdena, i Bud Spencer Blues Explosion e compagnia bella. Da quando era Amministratore Unico di un'insulsa piccola società di servizi, ascoltava soltanto la radio installata nella sua claustrofobica BMW serie 1, perennemente sintonizzata su reti commerciali, per cui era assolutamente all'oscuro di quanto avveniva nel mondo musicale più alternativo.
Lui apparteneva all'era dei Led Zeppelin e dei Deep Purple; si ricordava dei Metallica e degli AC/DC. Lui - così, di colpo - per colpa di quei poppanti degli After Hours, risprofondò nella tempesta ormonica della musica assassina che ascoltava quando a sua volta era un poppante, di un metro e ottanta di altezza e 105 chili di peso.

(... continua)

Racconto pubblicato nella raccolta "Scantinati per meduse e fiori di cristallo", dedicata alla follia, di Giulio Perrone Editore, www.perronelab.it.

Facezie - 03

L’amore è un sentimento bellissimo che ogni uomo dovrebbe avere il sacrosanto diritto di provare.
Per questo le escort della nostra ditta fanno sconti per comitive.

Non si fa così


Lorenzo entrò nel bar col passo un po’ svogliato di chi vuol far vedere di essere stanco, magari per via di un fantomatico lavoro, e prese uno dei giornali gratuiti che si trovavano su un tavolino.
«Ohi, mister Lorenzo. Ben svegliato», disse l’uomo che era alla cassa degli scontrini. Lorenzo, che stava i titoli in prima pagina, non rispose.
«Va tutto bene, mister?», insistette l’uomo. «Come vanno le cose?»
Lorenzo amava le pause. Avvicinandosi al bancone delle consumazioni, si limitò a dire: «Una favola», senza girarsi.
«Ho capito. E’ una di quelle giornate no», concluse l’uomo alla cassa, ammiccando a un altro uomo.
L'altro uomo stava pulendo il lungo bancone di finto marmo con un panno avana di finta renna. Guardò Lorenzo con l’aria paziente di chi è abituato a gente di ogni tipo e quando arrivò al bancone gli chiese: «Ci vogliamo tirare su con un caffè bello forte?»
Lorenzo fece una smorfia. «No, meglio un cappuccino.» Pausa. «Con un cornetto caldo.» Pausa. «Come ce li hai?»
L’uomo del bancone si spostò verso la zona dolciumi. «Di tutti i tipi. Semplici, con la cioccolata, la crema oppure la marmellata.»
Lorenzo assunse un’aria sospettosa. «Marmellata di che?»
L’uomo voltò uno dei cornetti per dargli un’occhiata più professionale. «Penso di ciliegia. Oppure di fragola, può darsi.»
L'aria sospettosa di Lorenzo non scomparve. «Dammelo con la crema. Preferisco», concluse, e degnò di un'occhiata scettica la parte destra del locale.
Da quella parte c’erano i tavolini per sedersi: seduti a consumare, in quel momento, soltanto tre persone. Amici di Lorenzo, perché gli fecero cenno di avvicinarsi.
«Adesso vengo», assicurò Lorenzo, muovendo senza fretta un braccio in segno di conferma. Intanto però prese il cornetto che gli porgeva l’uomo del banco e gli diede un morso di controllo, a cui seguì una nuova pausa.
Le pause erano importanti, perché Lorenzo era un tipo riflessivo. Quegli intervalli di valutazione tra un morso e l'altro, gli servivano per percepire il mondo e per prendere coscienza di se stesso. O forse del cornetto. Insomma, dell'interazione tra se stesso e il cibo che mangiava. Per cui con grande calma filosofica diede un secondo morso al suo cornetto, quindi indicò all'uomo del bancone il tavolo degli amici e disse: «Mi porti il cappuccino lì, per favore, e anche un altro cornetto come questo.»
Quando Lorenzo fu finalmente seduto davanti a lui, con l'ultimo pezzo del primo cornetto in mano, l'amico più basso commentò: «Ce l’hai fatta, a venire.»
Pausa.
«Pensavo che eri finito sotto a una macchina», osservò invece l'amico di mezzo, facendo sorridere gli altri. Lorenzo però finì di mangiare il cornetto senza scomporsi.
«Oh: c'è chi c'è morto, ad aspettare una risposta», sbottò di nuovo l'amico più basso.
Lorenzo scacciò l’aria con una mano. «Lasciatemi stare, che stamattina è stata una levataccia», disse.
L'amico più alto si stupì. ««Te? Una levataccia? E’ quasi mezzogiorno: che levataccia hai fatto? Per fare una levataccia, allora stai parlando di sette ore fa.»
«Ma che sette ore fa! E’ alle dieci di stamattina, che mi sono venuti a rompere i coglioni», scattò Lorenzo, con un'energia inaspettata.
I suoi tre amici, presi alla sprovvista, si presero cinque secondi di silenzio e di riflessione.
«Le dieci di mattina non fanno parte della categoria delle levatacce», osservò con un pizzico di perfidia l'amico più basso.
«Per te che vai a dormire prima di mia nonna», lo fulminò Lorenzo, ancora più irritato, dopodiché osservò il cameriere che gli portava il secondo cornetto col cappuccino, e rifletté ad alta voce: «Che cazzo campi a fare, vorrei sapere.»
L’amico di mezzo e quello più alto si misero a ridere, per via della parolaccia, e il cameriere posò un vassoio davanti a Lorenzo.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrone Editore nella raccolta "Al bar".

martedì 8 dicembre 2009

Facezie - 02

Viviamo in uno strano universo. Ogni giorno che passa, la vita si assottiglia. Però si allargano i fianchi.

domenica 15 novembre 2009

Battute


Maledetto Cristian Pavesi.

Undicesima serata, Terza Scena.
Il pubblico ride, parte la musica e il sipario viene richiuso. Il tavolo viene girato e le sedie vengono spostate. Io mi siedo dietro quella che diventa la scrivania del Professor Holiday e mi sistemo gli occhiali sul naso e la pipa spenta in bocca. Un telefono viene poggiato sulla scrivania, apro il quaderno di lavoro del professore e cerco di rilassarmi.
Parte la musica e il sipario si apre di nuovo.
La scena è divisa in due parti: a sinistra il pubblico vede una parte della sala d’ingresso, a destra lo studio del professor Holiday. Le due parti sono separate da una finta porta di scena. Fuori dello studio ci sono il signor Pepperside e la capo infermiera Mary; dentro lo studio c’è il Professor Holiday, ossia io.
Pepperside: Ho sentito dire che il professore è molto bravo, vero?
Mary: (Annuendo.) Il professor Holiday è uno psichiatra di fama mondiale.
Pepperside: Mondiale?
Mary: Certamente. Basti vedere come ha curato Jimmy.
Pepperside: (Perplesso.) Jimmy? Jimmy l’infermiere factotum?
Mary: Certo. Il professore ha fatto miracoli, con lui. (Gli si avvicina di più e lo fissa negli occhi.) Sa, era pazzo furioso!
Pepperside: (Visibilmente preoccupato.) Ah...
Qualcuno tra il pubblico ride.
Mary bussa alla porta dello studio.
Holiday: Sì?
Mary: Sono Mary, professore. Con il signor Pepperside, il nuovo paziente.
Holiday: Ah, sì, certamente. Entrate pure.
Il signor Pepperside e Mary entrano nello studio del professor Holiday.
Pepperside: Buonasera, professore.
Holiday: Buonasera a lei, signor Pepperside, si metta pure a sedere.
Il signor Pepperside, ossia quel bastardo di Pavesi, si siede. La cameriera esce con discrezione, lasciandoci soli.
Lui: Ecco, professore… Ho deciso di rivolgermi a una clinica specializzata come la vostra, perché per me questo è veramente un brutto periodo.
Io: (Annuisco in modo professionale.) Hu hu.
Lui: Io non dormo più… non mangio più… non esco più di casa…
Io: (Continuo ad annuire, attento.) Hu hu.
Lui: Non guardo nemmeno la pay-tv!
Ancora risate, che bruciano la battuta che devo dire.
Io: Ah, perbacco! Con quello che costa! (Nessuna reazione del pubblico, infatti.) E ha qualche idea sul perché di questi suoi disturbi?
Lui: No, professore. Non me lo so spiegare.
Io: Hu hu… Lei non ricorda qualche avvenimento recente, che possa averla turbata?
Lui: No, professore. Non mi pare.
Io: Hu hu… E cosa può dirmi, sulla sua vita sentimentale?
Lui: Oh… Effettivamente, c’è stato un piccolo cambiamento, ultimamente.
Io: Dica. La ascolto.
Lui: Beh, la mia fidanzata mi ha lasciato, dopo otto anni di fidanzamento.
Io: Hu hu.
Lui: Proprio il giorno prima delle nozze.
Io: Hu hu.
Lui: Per fuggire insieme al mio migliore amico.
Io: Hu hu. Capisco. E lei come ha reagito a questo episodio?
Lui: Oddio... Devo dire non troppo bene... (Pausa ad effetto.) Tutta quella quantità di bei regali da rimandare indietro!
Il pubblico ride di nuovo
Io: Sì, capisco benissimo. Ma lei deve rendersi conto, mio caro giovanotto, che queste cose solo all’ordine del giorno, oramai. Quel che è successo, può darle invece modo di avvicinarsi di più alla sua famiglia. (Mi preparo a prendere appunti.) Com’è il suo rapporto con suo padre?
Lui: E’ sempre stato il mio migliore amico.
Io: (Lo indico col dito, in segno di approvazione.) Ecco, vede? Questo è molto positivo: suo padre ora le sarà ancora più vicino.
Lui: (Molto scettico.) Non credo. E’ stato lui a scappare con la mia fidanzata.
Il pubblico ride con convinzione.
Io: (Assumo un atteggiamento molto pensieroso, per essere più caricaturale.) Uhm, già, capisco. Comportamento tipico. Sua madre, invece?
Lui: Oh, anche per lei è stato un momento duro. Se non ci fosse stato padre Rudolfo, a sostenerla, penso che sarebbe crollata.
Io: (Mi fingo sorpreso.) Padre Rudolfo?
Lui: Il nostro nuovo parroco. Un giovane missionario appena arrivato da Puerto Alegre. Avrebbe dovuto celebrare lui il mio matrimonio.
Io: Uh uh, capisco. Un nuovo parroco con fresche energie per portare conforto. Vi è stato vicino?
Lui: A me non molto. E’ partito insieme a madre per le lontane isole del Peloponneso. Vivono insieme, ora, e pare che siano molto felici.
Il pubblico ride di cuore.
Stramaledetto.
Io: (Continuo ad essere pensieroso, cercando di soffocare la mia irritazione.) Già, già, capisco. Comportamento tipico. (Fingo di scrivere sul mio quaderno di lavoro, rifletto con attenzione, quindi mi rivolgo con risolutezza al signor Pepperside; da questo momento devo preparare il terreno per la mia battuta.) Mia caro signor Pepperside, è ora che lei affronti la realtà.
Lui: (Sulla difensiva.) La realtà, professore?
Io: (Dopo una pausa molto studiata.) Lei ha del risentimento nei confronti della sua fidanzata. (Cerco di captare l’umore del pubblico.)
Lui: (Perplesso.) Del risentimento, professore?
Io: (Sospiro, cercando di dare al sospiro il peso esagerato di una vita di studi.) Eh, la mente è una cantina misteriosa… Quando il suo matrimonio - puf! - è svanito; quando suo padre - puf! - è svanito; quando sua madre e perfino la sua guida spirituale - puf! puf!, sono spariti - la sua mente può avere associato il fatto di essere rimasto completamente solo alla sua fidanzata, per un complesso incastro di ragionamento, coincidenze e inconscio, reagendo con un inaspettato esaurimento nervoso.
Mi sembra di captare una risatina, ma l’atmosfera è moscia. Maledizione!
Lui: (Sorpreso.) In effetti, ora che mi ci fa riflettere, mi rendo conto di avercela un po’, con la mia ex fidanzata... Ma lei come ha fatto a capirlo in così breve tempo?
Io: (Minimizzo con evidente modestia.) Oh, segreti del mestiere. Me ne sono reso conto da come ha reagito quando ho detto il nome della sua fidanzata.
Lui: (Perplesso.) Ma lei non l’ha detto.
Io: (Assumo una aria di sicurezza.) Comportamento tipico. Lo vede? Lei nega la causa evidente del suo disagio.
Lui: (Ancora più perplesso.) Professore, scusi, ma lei non l’ha detto… perché nemmeno io le ho detto il nome della mia fidanzata.
Qualcuno già ridacchia. E’ merito mio o è merito di Pavesi?
Io: Uh uh, capisco perfettamente. Come lei vede, l’intensità del trauma è talmente forte, che lei continua a rifiutare di pronunciare il suo nome.
Lui: (Con un'espressione di sorpresa davvero esagerata.) Oooh! Non ne ero consapevole, professore.
E giù risate a non finire. Bastardo d’un guitto.
Io: (In tono comprensivo.) Povero ragazzo, la capisco. Ci vuole tempo, in queste cose. Ci vuole tempo… ma si può guarire!
Tiro una corda che aziona una campanella. Entra nel mio studio la capo infermiera Mary.
Mary: Ha chiamato, professore?
Io: Sì. Accompagni per favore il signor Pepperside nel suo alloggio. E’ stata una giornata lunga e faticosa. (Fingo di aspirare tabacco dalla mia pipa.) Adesso è bene che vada a prepararsi per la cena e riposi un po'.
Buio. Il sipario si chiude e ci si prepara per la nuova scena.
- - - - -
Che palle, sono avvilito.
“Oooh! Non ne ero consapevole, professore” continua a divertire il pubblico più di ogni altra cosa al mondo, nella commedia, sebbene Cristian Pavesi sia chiaramente un coglione.
La battute in cui il pubblico dovrebbe ridere sono: “Ah, perbacco! Con quello che costa!” e “Lei ha del risentimento nei confronti della sua fidanzata”, che sono molto più sofisticate.
Per non parlare dei miei studiatissimi intercalari: “Comportamento tipico”, “Hu hu” e “Capisco”, che nelle prove funzionavano così bene.
Non è per niente giusto, maledizione.
Gemma, che fa la parte di Mary, tira su entrambi i pollici e sorride in modo irritante a Cristian, dicendo: - Perfetto! Il pubblico è tutto tuo!
Poi si accorge di me e aggiunge:
- Perfetto anche tu, Saverio. Gli hai dato le battute precise precise.
Dopodichè lascia le quinte ed entra in scena.
Precise precise? Cristian Pavesi fa le cose perfette e io precise precise. Non mi pare un granché, penso.
- Con quel vestitino da infermierina mi fa impazzire. Ha quel culetto… Sai se se la fa con qualcuno? – mi chiede Cristian.
- Non sono sicuro. Pare di no - rispondo.
Annuisce distrattamente e allunga un po’ il collo, per studiare Gemma. E’ in scena con l'infermiere factotum e ci dà le spalle.
- Ha proprio un bel culetto. Stasera le chiedo di uscire.
Stramaledetto bastardo.

(... continua)

Racconto pubblicato da Giulio Perrore Editore, nella raccolta dedicata a "LInvidia".

domenica 8 novembre 2009

Facezie - 01

Io amo il prossimo. Davvero davvero. E’ per l’attuale che ho seri problemi.